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Noi e la guerra in Libia

 

Che il nostro Paese attraversi un momento di crisi e di difficoltà non è opinione peregrina di uno storico come chi scrive che ha vissuto tempi più piacevoli ma qualcosa che emerge dal livello della nostra vita culturale, sociale ed economica, dalle classifiche internazionali (in quella di Reporters senza frontiere l’Italia ha perduto quest’anno ventiquattro posti in classifica di un colpo,) e una personalità che ho la fortuna di conoscere e di stimare quanto merita come il presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky ha dichiarato in un recentissimo dibattito a Torino che siamo quasi al punto zero della democrazia e che bisogna sempre tener presente che “una cattiva Costituzione nelle mani di una buona politica produce comunque risultati accettabili mentre la migliore Costituzione nelle mani cattive produce risultati cattivi” e teme il referendum confermativo sulla legge elettorale del Senato che rischia di essere guastato da quello che ha detto il presidente del Consiglio Renzi trasformandolo  in un plebiscito pro o contro di lui.”

In una situazione, insomma, di incertezza culturale e di crisi economica e sociale di cui non vediamo ancora che, con minuscoli segnali positivi, l’inizio della fine, corriamo  il rischio di doverci difendere dalle imprese dei terroristi dell’ISIS che sono pericolosamente vicini al nostro territorio nazionale e che sembrano per così dire impazienti di arrivare nella nostra capitale.

E allora è il caso di capire meglio a che punto sia la crisi della Libia e come si sia arrivati in soli quattro anni scarsi, dall’ottobre 2011, quando Gheddafi perse il potere, a una crisi  così difficile da risolversi. Un’altra cosa è certa, infatti, e cioè che la Libia è un Paese dilaniato dalle lotte tra milizie, con due governi, uno a Tripoli di matrice islamica e l’altro a Tobruk riconosciu

to dalla comunità internazionale  e con i Jiadisti di Isis che hanno preso il controllo di Derna e di Sirte e che hanno negli ultimi giorni minacciato l’Italia a cominciare dal nostro  ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, definito addirittura ministro “crociato” e perciò “nemico” della Jiiadh.

Tutto incomincia, per quanto riguarda gli avvenimenti esterni,  dal 17 febbraio 2011 quando, sulla scia della Primavera araba che coinvolge gran parte dei  Paesi del Mediterraneo, scoppia a Bengasi (il libro migliore su questi avvenimenti è forse Le rivolte arabe e le repliche della storia a cura di Leonardo Paggi(Ombre corte, editore, Verona ,2014) la rivolta contro Gheddafi,ditta

tore della Libia per 42 anni. Questo a seguito di una “giornata di collera contro il regime” per l’arresto dell’attivista per i diritti umani, Fethi Tarbe. Il 17 marzo 2011,il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approva la proposta di “nofly-zone” avanzata dalla Francia. Due giorni dopo iniziano i raid dell’ONU contro le forze del colonnello che cessano ufficialmente il 31 ottobre 2011. Il 23 agosto 2011 i ribelli libici entrano

nel compound di Bab al-Alzaziya a Tripoli che è il simbolo del potere dell’ex colonnello che viene catturato e ucciso dai ribelli a Sirte il 20 ottobre 2011.

Dopo la morte di Gheddafi,la Libia che è grande sei volte l’Italia ma che è abitata da soli sei milioni di abitanti è stata governata da vari governi di transizione con scontri tra le fazioni paramilitari in cui si è diviso il Paese. Il 7 luglio 2012 si tengono le prime elezioni politiche e vincono le forze che si autodefiniscono liberali di Mahmoud Jibril. Due anni dopo ,il 22 luglio,

si tengono nuove elezioni e i risultati premiano ancora i liberali e il governo del primo ministro Abdullah al Thinni si insedia a Tobruk ma alcune milizie islamiche non riconoscono i risultati e formano a Tripoli un proprio governo. Le violenze continuano così come l’avanzata islamista. L’11 settembre 2012 i miliziani di Ansar al-Sharia assalgono il consolato americano a Bengasi uccidendo l’ambasciatore Chris Stevens e altri tre americani. Il 10 ottobre 2013 il primo ministro Alì Zeidan viene sequestrato da un gruppo di uomini armati in un hotel a Tripoli e poi rilasciato dopo poche ore. A novembre nove persone vengono uccise a Bengasi negli scontri con gli islamisti. Il 27 gennaio 2014 i jiadisti sferrano un attacco contro l’hotel Corinthia a Tripoli uccidendo nove persone, di cui cinque stranieri. Ad ottobre i jiadisti  conquistano Sirte e riferiscono di aver sgozzato i 21 ostaggi egiziani copti rapiti a Sirte all’inizio di gennaio.

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