Ma perché bisogna farla proprio così?

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Che un potere costituito determinatosi nei rapporti e nei numeri attraverso una norma elettorale giudicata incostituzionale si erga a potere costituente proprio per modificare quella Carta in barba ai cui princìpi s’è formato, è già una cosa quantomeno curiosa. Sembra di essere al cospetto del legislatore del sogno dandreiano o, peggio, di quel tentativo di chiudere legalmente dietro di sé la porta di quella legalità attraverso cui si è entrati di cui parlava Carl Schmitt. Ma c’è un’aggiunta a tutto questo.

Quella che si sta disegnando attraverso il combinato disposto dell’ipermaggioritaria e bloccata legge elettorale e delle riforme costituzionali, è una nuova forma di governo, in cui il potere esecutivo conta di più ed è più importante del legislativo, e la maggioranza relativa dei votanti (sempre più bassa in valori assoluti, viste le tendenze astensioniste), corretta dal sistema di voto, ne determina una assoluta, capace di decidere o fortemente condizionare, da sola o poco più, organi di garanzia fondamentali quali il capo dello Stato o la Corte costituzionale. E già ciò sarebbe uno scenario preoccupante. Ma, come notava qualche giorno fa nell’aula di Montecitorio il deputato Stefano Quaranta, tutto avviene adducendo l’ineluttabilità di tali scelte, anche se non condivise in pieno o per nulla, anzi, soprattutto quando esse non si condividono nel principio e nella prassi, tanto che, ne sono sicuro, se le avessero proposte o tentate altri, gli stessi che oggi ne sostengono la necessità e le votano senza tentennamenti, non avrebbero esitato a urlare al tentativo autoritario e contro lo stravolgimento della “Costituzione più bella del mondo”.

Chi o cosa rende queste scelte, nei tempi e nei modi precisi e specifici in cui vengono approvate, urgenti e indifferibili? Perché la retorica dell’emergenza non basta a giustificare tutto quello che sta avvenendo, soprattutto quando gli stessi che lo stanno attuando non lesinano critiche allo scenario verso cui si sta andando. E perché, diciamolo francamente, anche chi sceglie di non criticare nulla di quello che il Governo Renzi sta imponendo al Parlamento (ps: solo io noto il cortocircuito pericoloso a cui espone l’ultima proposizione?), immaginando che domani Matteo l’altro, Salvini, possa vincere le elezioni (l’ipotesi che questo non avvenga mai, non solo non è democraticamente sostenibile, ma nemmeno precauzionalmente conveniente, dato che le costituzioni, come diceva Elster, sono la legge “che ci si dà quando si è sobri per poterla utilizzare nel momento in cui si è ubriachi”), avere la maggioranza assoluta alla Camera, l’unica che dà la fiducia all’Esecutivo, facilmente trovare i voti necessari nel Senato riformato (chi vince le elezioni nazionali, è pensabile che possa contare anche un 35-40% di consiglieri regionali/senatori) per eleggersi il presidente della Repubblica e, da lì, determinare gli equilibri della Consulta e del Csm, sicuramente impallidirebbe. Ma allora, dico, perché le votate così come le state votando quelle riforme? Chi o cosa vi obbliga? Dovremmo forse cercare al di fuori di quelle aule il potere che sta riscrivendo, per usare un’espressione di Napolitano, “il patto che ci lega”?


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