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“Siamo tutti americani”. Ancora una vittoria del capitalismo

 

Fidel e Raúl Castro hanno “tradito” Ernesto Che Guevara

1961: inizia la costruzione del muro di Berlino. Nello stesso anno i rapporti diplomatici tra Cuba e gli Stati Uniti si interrompono definitivamente. Una anno prima il presidente americano Dwight Eisenhower impone un embargo commerciale all’isola.
La caduta del muro ha segnato, una volta per tutte, la “sconfitta” e lo sfaldamento dell’intero blocco comunista ma osservando gli anni seguenti (guerre civili, popoli fratelli in conflitto tra loro) una domanda viene da porsela: gli stati coinvolti erano veramente maturi per un passo del genere? I muri che dividono sono, certamente, qualcosa di aberrante da condannare e togliere, ma, come anche le guerre (pure queste aberranti e da condannare), sono dei “processi (dis)umani” che, volente o nolente, hanno bisogno di una propria evoluzione, fino a raggiungere una fine naturale, che sia decretata da un armistizio o dall’abbattimento di un muro.

1989: il potere comunista viene sconfitto, a prescindere che  la rivolta sia nata dal basso oppure manovrata dall’alto. La guerra fredda sembra aver raggiunto la sua conclusione.
Il 17 dicembre 2014, il presidente americano Barack Obama insieme a Raúl Castro annunciano la volontà di porre le basi per nuove relazioni diplomatiche e l’eliminazione definitiva dell’embargo. Comincia la fase del disgelo tra gli Stati Uniti e Cuba, cinquantatre anni di guerra fredda, nonostante il blocco comunista in Europa fossa già stato sconfitto.

Possiamo definire questo evento una “vittoria” di Cuba e la sconfitta, questa volta del capitalismo americano?

Le parole di Obama, di kennediana memoria (“io sono un berlinese”), “Porteremo all’Avana i nostri valori. Siamo tutti americani”, indicano, a mio avviso, un altro percorso che sarebbe stato ben diverso se avesse detto “siamo tutti cubani”, allora certo, in quel caso sarebbe stata la sconfitta del capitalismo americano. Il discorso si è concluso con un progetto perfettamente delineato, “porteremo all’Avana i nostri valori” e quel porteremo lascia tranquillamente intendere che Cuba diventerà degli Stati Uniti, non ufficialmente ma lo sarà, perché “siamo tutti americani”, mica “siamo tutti cubani”. Pochi hanno colto la reale portata di certe parole, sicuramente non sono state comprese nel profondo da quei cubani che hanno festeggiato per le vie dell’Avana quello che sarà il passaggio da un regime a un altro. Non le hanno ben comprese nemmeno coloro che fuggiti dall’isola a causa del regime castrista, si sono rifugiati a Miami e vedono questa apertura come un trionfo di Cuba.

Il vero vincitore è il capitalismo americano, questa volta molto in sordina e manifestando un apparente cedimento, ma ha vinto dimostrando sempre più la sua forza. Dopo la “decisione obbligata” di Bush senior e junior di portare, con la forza, i valori americani di democrazia in Iraq, questa volta Obama, in crisi di consensi, si è fatto aprire la porta principale da Raúl Castro. Per la seconda volta viene tradito Ernesto Che Guevara, prima Fidel con il regime e ora suo fratello con un nuovo regime.

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