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Il pulp è dentro di noi

 

Il meccanismo è perfetto: far vivere allo spettatore ciò che c’è di più proibito e istintivo: la vendetta personale.
Storie pazzesche di Almodòvar – in originale Storie selvagge –  ci porta nel sottoscala dove segreghiamo i nostri rancori personali. E apre le gabbie.
Il film è ad episodi, con persone normali che si muovono in situazioni normali, fino a che un dettaglio forza l’equilibrio e provoca la loro trasfigurazione in nuovi mostri. Alle volte l’innesco è evidente, altre ben celato, ma la detonazione finale ha sempre un effetto pulp, degno di Tarantino, ma con una ironia più abrasiva. Esco pensando al miracolo della convivenza. A quanto per esempio sembri scontato l’ordine in una metro affollata. Eppure quella situazione è un prodigio, creato da mille freni inibitori in azione in tutti i passeggeri, spesso messi a dura prova dal vicino che spinge, da besame mucho urlato dalla cantante ambulante o dal ragazzetto con le cuffiette che non sente che devi scendere.Insomma il pulp è dentro di noi. E se non esplode come in Storie pazzesche è perché siamo diventati in molti (non tutti) bravi  addomesticatori di impulsi. Quelli  che Almodovar fa scatenare  nel suo film come i tori a Pamplona.

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