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Leyla e Jamila: due volti femminili del nuovo Parlamento tunisino

 

Il Paese avrà il suo nuovo presidente, il primo del dopo Ben Ali. La scena politica del paese della cosiddetta Rivoluzione dei gelsomini è ormai dominata da due schieramenti: il laico Nidaa Tounes e l’islamico Ennahda. In entrambi è forte la presenza femminile, 67 donne siederanno nell’assemblea legislativa. C’è un sole caldo nell’inverno tunisino. Dalle strade si alza una polvere che avvolge tutto e fa apparire l’aria rarefatta, pallida, come gli sguardi delle persone che affollano la capitale. Un taxi ci porta fuori dai quartieri francesi, da Lafayette, dalla bella avenue Bourguiba fino ad arrivare ad Ariana, uno dei ventotto governatorati nei quali è divisa la città. Abbiamo appuntamento con Leyla Hamrouni: insieme ad altre 66 donne tra pochi giorni siederà nel nuovo parlamento tunisino.

Leyla, il volto di Nidaa Tounes ad Ariana
L’attesa viene spezzata da un uomo robusto che parla italiano e ci invita a entrare nell’ufficio di Nidaa Tounes, il partito laico fondato e guidato dall’ottantottenne Beji Caid Essebsi. È questo il partito di Leyla. Qui la macchina elettorale lavora a pieno ritmo e lo staff di Essebsi ci accoglie in una struttura bianca, pulitissima, avvolta nel verde delle palme e nel rosa delle buganville.Leyla arriva dopo circa mezz’ora. È una donna curata: viso raggiante, capelli rossi, occhiali da sole e cellulare in mano. Sorride e ci invita a seguirla nella sua frenetica giornata. Saliamo in auto. Leyla è alla testa di un corteo di simpatizzanti di Nidaa Tounes che suonano il clacson, sventolano bandiere rosse con il volto rassicurante di Essebsi e cantano in uno stato di estasi misto ad un non so che di pacchiano.

Ben Ali, il tempo che fu
«Sono entrata in politica da giovanissima, prima nel movimento studentesco, poi nel partito di sinistra Ettajdid – spiega Leyla , -ora la sinistra però non è più quella del passato, dopo la rivoluzione è cambiato tutto e io ho aderito a Nidaa Tounes».
Un partito che in poco tempo è riuscito a raggruppare tante anime della politica tunisina: i delusi dei governi dominati dall’islamista Ennahda che nel 2011 conquistò la maggioranza dei seggi all’interno dell’Assemblea costituente, i tanti giovani e meno giovani che covano un certo rimpianto per il tempo che fu. Come Sleah, 22 anni,  cresciuto “a pane e Ben Ali”. Le sue parole riassumono un sentimento comune soprattutto tra le classi meno abbienti: «Se non avevi da mangiare, andavi a chiedere del cibo e ti veniva dato e la stessa cosa accadeva per i quaderni e i libri di scuola. I prezzi erano più bassi e con pochi dinari riempivi le buste della spesa. Ora, invece, la vita costa troppo. Era meglio prima. Ora cosa me ne faccio della libertà?». Lui, se andrà a votare, sceglierà Essebsi.

In campagna elettorale
La palma rossa con una stella in basso. È il simbolo di Nidaa Tounes che ci accompagna nel nostro viaggio in auto attraverso i quartieri più poveri della periferia di Tunisi, tra i quali Ettadhamen. Qui visitiamo un centro per invalidi dove bambini e adulti, persone con problemi fisici e mentali passano la giornata. Tutti insieme, tutti pronti per una foto con Leyla, la neodeputata. Il direttore del centro però non vuole prendere parte a quella che per lui è solo una delle tante messe in scena: «Io non vado a fare la foto, non credo ai politici, tanto sono qui solo per i voti. Il centro versa in una situazione drammatica, non abbiamo neanche i fondi per garantire un pasto a questa gente. Perché non ci danno un aiuto reale?».

Il volto di Essebsi tra le donne velate
Poi è la volta di una fabbrica di tessuti. L’imprenditore che la gestisce è fiero: «Lavoriamo per Prada, Valentino, Luisa Spagnoli». La paga delle dipendenti però è molto bassa: 300 dinari al mese, ovvero 150 euro. Molte delle donne che lavorano qui sono velate, e anche se oggi, in occasione della visita, alcune mostrano gli adesivi di Essebsi sulla divisa, molte di loro alle elezioni parlamentari dello scorso 26 ottobre hanno votato l’islamico Ennahda. Un partito nel quale le donne giocano un ruolo centrale, come ci spiega la neodeputata Jamila Ksiksi. Eletta sempre nel governatorato di Ariana, Jamila ci accoglie nella sua casa. Un’abitazione modesta, ben diversa da quella di Leyla, che invece vive in una villa con tanto di piscina nel quartiere ricco di al-Nasr.

Jamila, il volto di Ennaha ad Ariana
Jamila ci offre del tè e poi, con tranquillità, racconta la sua storia: «Ho partecipato alla rivoluzione e ho sempre fatto parte di associazioni islamiche. Con Ben Ali non potevamo parlare, molti miei amici sono stati in carcere e sono stati torturati. Ora è diverso». Per loro, per queste donne velate, la rivoluzione è stata prima di tutto libertà di rivendicare la propria religiosità e, poi, di poter dare il loro contributo alla vita politica del Paese. Come evidenzia Chiara Sebastiani, docente dell’Università di Bologna, «se Bourguiba, il padre della Repubblica tunisina, aveva soffocato nel sangue coloro che manifestavano il proprio credo, Ben Ali invece ha cercato di controllare il mondo musulmano. Ha costruito tante moschee, stabiliva i programmi di religione nelle scuole. Anche lui era musulmano, ma quello che non voleva era l’Islam politico».

Il prossimo presidente
Islam politico che oggi è rappresentato proprio da Ennahda che ha governato dal 23 ottobre 2011, data delle prime elezioni libere in Tunisia, con due forze politiche di estrazione laica e socialista: Ettakatol e il Congresso per la Repubblica. Quest’ultimo è il partito di Moncef Marzouki, il presidente uscente, sconfitto dall’avversario Essebsi al ballottaggio per le presidenziali del 21 dicembre, durante le quali Ennahda ha fatto una mossa politica: non ha indicato un suo candidato. Se molti simpatizzanti di questo partito hanno votato, come prevedibile, Marzouki, qualcosa però è cambiato nelle ultime: «Ora anche Essebsi ha canalizzato i voti di Ennahda su Nidaa Tounes – sottolinea la Sebastiani -. Al primo turno, invece, il ricco imprenditore Slim Riahi, leader dell’Unione patriottica libera che si è attestato come terzo partito alle legislative, era riuscito ad attrarre non pochi islamisti che tradizionalmente guardano di buon occhio alla politica economica di tipo liberista e che si oppongono storicamente al nazionalismo di cui è impregnato Nidaa Tounes».

A sinistra
In questo quadro, dove è finita la sinistra tunisina? Hamma Hammami, il candidato del Fronte popolare, è arrivato quarto con quasi l’8 per cento dei voti. Il suo comitato elettorale ha parlato di un ottimo risultato per uno schieramento che ha visto morire, nel febbraio del 2013, uno dei suoi più importanti esponenti, Chokri Belaid. Assassinato come Mohammed Brahmi, l’attivista e politico del movimento arabo-nazionalista, ucciso nel luglio dello stesso anno. Omicidi politici che secondo Chiara Sebastiani hanno avuto come principale conseguenza l’indebolimento di Ennahda: «Sin da subito tutti, sia i familiari di Brahmi e Belaid sia il Fronte popolare, hanno accusato Ennahda di essere il mandante. Io ho dei dubbi, anche perché le modalità di entrambi gli assassinii sembrano ricalcare i metodi usati dalla polizia di Ben Ali. Non è un caso che oggi gli esponenti del partito islamico dicano: ci vorrebbe un omicidio politico contro di noi per rafforzare il nostro partito».

La rivoluzione è  lontana
Mentre un gatto cerca il suo pasto tra l’immondizia e una donna, accovacciata su un marciapiede, ci chiede qualche dinaro, incontriamo Souhaib. Lui ha trent’anni e la rivoluzione l’ha fatta. «Mi sento tradito, perché adesso con Nidaa Tounes sono tornati al potere gli ex ministri di Ben Ali. Nessuno ha pagato per i 300 martiri che sono stati uccisi durante le proteste e il dittatore è libero e vive bene in Arabia Saudita».
Nelle strade di Tunisi la rivoluzione sembra però ormai lontana. Agli angoli gli uomini affollano i caffè. Uomini immobili, vicino a loro il narghilè e sul tavolino un caffè turco. Anch’esso attende, immobile, di essere sorseggiato. Il popolo che per 25 anni è stato cresciuto, curato, educato da Ben Ali sembra smarrito.

Una studentessa di legge e un giudice
Ci sono donne come Leyla e Jamila che non si arrendono all’immobilità. Ci sono i giovani, come Khawla, 23 anni, figlia di Jamila, che sogna un Paese più moderno e per questo studia legge. Vuole diventare un giudice, come la candidata che ha votato: Kalthoum Kannou che da sola, senza un partito alle spalle, ha deciso di presentarsi alle presidenziali. «Non sono mai scesa a compromessi con il potere – ci dice -, anche quando questo ha significato emettere una sentenza contro il figlio di Ben Ali». Sentenza che le è costata la carriera, resa difficile dai continui trasferimenti nel Paese, di ufficio in ufficio, nel tentativo, fallito, di farla dimettere. Ha lottato tutta la vita contro i soprusi della dittatura. Oggi lotta perché l’uguaglianza tra uomini e donne non venga meno e perché la Tunisia possa guardare al futuro. Senza paura.

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