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La missione della Rai: una pista tra la libertà di pensiero e il principio di eguaglianza sostanziale

 

Nei giorni scorsi ad Eurovisioni, su iniziativa di Articolo21 e di Renato Parascandolo si è discusso, alla presenza di molti studenti e di numerose scuole e di dirigenti scolastici, della missione della Rai. Un punto di vista attuale e proiettato verso il futuro. Una platea particolare che rappresenta anche un metodo particolare. Di fronte a tante iniziative che si svolgono in queste settimane tra gli addetti ai lavori  e spesso anche a porte chiuse, il dibattito di Eurovisioni si è svolto tra i giovani, che rappresentano la popolazione che meno guarda la televisione, ed una serie di professionisti, giovani e meno giovani. Un cambiamento di metodo non trascurabile, che abitua ad un linguaggio essenziale e che Articolo21 ha già avviato attraverso le consultazioni pubbliche sui temi della riforma della Rai.

Torniamo però alla missione della Rai che e’ urgente definire anche in vista della scadenza della concessione di servizio pubblico, prevista per il maggio del 2016, ma che il Governo sembra intenzionato ad anticipare. Per anticipare questa scadenza, però, bisogna evitare improvvisazioni e fondare il ragionamento su solide basi. Provo a riassumere in poche parole il mio punto di vista. Devo chiarire innanzitutto che la missione rappresenta quell’idea di fondo che caratterizza il servizio pubblico radiotelevisivo in un determinato paese e che non può essere assolutamente confusa o sovrapposta ai compiti contingenti che variano con il passare del tempo e che risentono inevitabilmente del quadro tecnologico di riferimento. Così nei principali paesi esistono strumenti, come il contratto di servizio in Italia, i “chaiers des charges” in Francia, la “royal charter” della BBC in Gran Bretagna , che aggiornano periodicamente questi compiti.

La missione e’ un’altra cosa. Le prime leggi sulla radiotelevisione definivano questa missione nei primissimi articoli; le leggi più recenti hanno perso questa buona abitudine e confondono la missione con un lungo elenco di compiti, più o meno nitidi. Io penso che se oggi vogliamo individuare la funzione fondamentale del servizio pubblico televisivo e quindi della Rai che lo gestisce dobbiamo semplicemente risalire al testo costituzionale e coniugare insieme l’art.21 che si riferisce alla libertà di espressione, e quindi alla televisione – che ne è parte – e l’art.3, secondo comma, della Costituzione che attribuisce alla Repubblica il compito di realizzare l’eguaglianza sostanziale nel godimento dei diritti fondamentali.

Quale missione può essere più importante per un servizio pubblico in materia radiotelevisiva se non quella di lavorare in questo campo per superare gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitando  di fatto la piena eguaglianza  impediscono il pieno sviluppo della persona umana?
E’ sufficiente declinare il contenuto di questo articolo della Costituzione con riferimento ai diritti fondamentali dell’uomo per capire che il compito assegnato ad una televisione pubblica è uno dei compiti più ambiziosi. E questo non solo con riferimento ai diritti tradizionali (informazione, formazione ricerca,istruzione,politica,ma anche spettacolo, tempo libero, sport ecc.) ma anche ai diritti sociali, ai diritti, con la “a” come si dice: diritto all’informazione, alla cultura, all’accesso, anche alle nuove tecnologie, alla partecipazione, al lavoro).

Se ben si riflette questa è la missione più suggestiva di tutte, perché significa attribuire alla televisione pubblica il compito di favorire quella piena cittadinanza che costituisce il bene più prezioso dell’epoca contemporanea. Quindi dal collegamento tra due norme fondamentali della nostra costituzione può ricavarsi un percorso di ricerca estremamente utile anche per noi. Credo che gli studenti possano trovare su questo percorso un materiale enorme di riflessione.

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