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Guido Baldoni: “sarebbe bello che una città così veloce come Milano si fermasse a ricordare un uomo come lui”

 

“Mi piacerebbe davvero che ci fosse un luogo, anche solo un piccolo spazio, che ricordi mio padre a Milano. Non è nato qui e, purtroppo, non è nemmeno morto qui, ma a Milano lavorava e viveva: sarebbe bello che una città così produttiva, così veloce e frettolosa, si fermasse a ricordare un uomo come lui”. Guido, figlio di Enzo Baldoni, il giornalista free-lance ucciso dagli estremisti islamici in Iraq dieci anni fa, accoglie con grande gioia, e anche con un po’ di sorpresa, il risultato ottenuto dalla petizione lanciata da Loris Mazzetti con Articolo21 affinché Milano abbia una piazza intitolata a suo padre.

Oltre dodicimila firme dirette al sindaco Giuliano Pisapia, raccolte in pochissimi giorni: non ti aspettavi un’adesione così vasta?
“E’ stata davvero una bella sorpresa. Mio padre aveva un grandissimo carisma da vivo e i suoi scritti continuano ad avere un ampio seguito, ma certo mi ha stupito la velocità con cui è cresciuta questa partecipazione. Una petizione, per altro, nata in modo spontaneo, non voluta dall’alto, né partita direttamente dalla famiglia. Quel che mi rende felice è che sapere che esiste una rete di amici, di persone vicine a mio padre, ma anche di semplici conoscenti che chiedono una piazza intitolata a lui grazie a un passaparola. Questo consenso popolare mi fa un enorme piacere”.

Pensi che sulla vicenda che ha portato all’uccisione di tuo padre ci sia stata una sorta di rimozione semi-collettiva in questi anni?
“In realtà, mi capita più spesso di guardare alle cose positive, alle tante persone che cercano e incontrano la figura di mio padre tramite i suoi scritti, che si trovano sul sito www.balene.it/enzo. Sicuramente non era una figura comodissima, era un uomo complesso, poco inquadrabile negli schemi paradigmatici che si tendono a fare. Da un lato, comprendo le dinamiche dei media che tendono a semplificare per farsi comprendere dal numero più ampio di persone possibili; capisco che non sapessero bene cosa fare di questa figura forse ingombrante, mutliforme, non univoca. Non do loro colpe, semplicmente so cosa aspettarmi dai media”.

Allora come oggi alcuni giornali hanno condotto una durissima campagna contro tuo padre. Renato Farina, alias agente “Betulla”, addirittura descrive un video che non ha visto e che non c’è. Cosa ne pensi di questa campagna?
“Il sentimento di base è un grande schifo per questo tipo di atteggiamenti e di connivenze occulte tra giornalismo e servizi segreti. Non penso tanto che Farina sia stato un manovratore occulto e geniale, quanto piuttosto un passacarte, capace di gettare fango e confondere il più possibile le acque. Non so dire quanto queste dinamiche abbiano influito sulla sorte di mio padre, ma sono sicuro che quello che hanno scritto è inqualificabile. Di certo, è una macchia sul giornalismo italiano, pur riscattata ogni volta che altri giornalisti affrontano con serietà e passione il loro lavoro”.

Per quale ragione, secondo te, tuo padre era guardato con diffidenza sia da chi riteneva quella guerra necessaria, sia dagli estremisti islamici che poi lo hanno ammazzato?
“C’è una vicenda paradigmatica: mio padre ha sempre detto di essere di sinistra, eppure mi raccontava come negli anni Settanta, alla Statale, era stato picchiato nello stesso giorno dal movimento studendesco e dai fascisti. Mutatis mutandis, le semplificazioni non aiutano… Sull’idea geo-politica di due fazioni opposte, mi sembra che sia sempre un cane che si morde la coda: io non vedo due nemici che arrivano da parti opposte, si avvicinano e iniziano a combattere. L’Occidente ha, e avrà sempre, il peccato originale del colonialismo ed è questo a creare i suoi mostri. E ha anche interessi ad averli, quei mostri, per poterli combattare. Come ai tempi dei mujahidin in Afghanistan o in Iran”.

Tu oggi fai il traduttore e il musicista, hai suonato e recitato a teatro con Giulio Cavalli in spettacoli contro la guerra vista anche come sistema con cui si alimenta l’economia. Cosa trovi, in te, di Enzo Baldoni?
“Mio padre, sotto sotto, era un pigro, anche se faceva dei viaggi massacranti; nella sua indolenza mi diceva sempre di seguire la pancia, l’istinto. Per lui non è finita bene, ma sono sicuro che è morto mentre faceva quello che amava. Certo, mi sarebbe piaciuto vederlo invecchiare, ma è stato meglio così, piuttosto che vederlo ingrigire senza mai avere avuto una passione”.

Cosa ti aspetti ora dal Comune di Milano?
“Non conosco le procedure e non so nemmeno quale sia il soggetto deputato a decidere, ma io non pretendo nulla. Sono felicissimo di questa grande dimostrazione di supporto da parte di persone che vorrebbero avere in città un luogo a lui dedicato e certo piacerebbe molto anche a me. Sarà il Comune a dire che cosa ne pensa, ma non voglio  essere io a forzarli”.

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