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“Anime nere”. Un viaggio fisico e spirituale dentro la ‘ndrangheta

 

Tredici minuti di appluasi e standing ovation per Francesco Munzi e il suo “Anime Nere”, il primo film italiano in concorso al Festival del Cinema di Venezia. Liberamente tratto dall’omonimo libro di Giocacchino Criaco, il film ha una dedica speciale a Fabrizio Ruggirello, uomo di cinema, amico del regista da poco scomparso e cosceneggiatore del film insieme a Maurizio Braucci. Un’emozione rara che ha coinvolto tutti, pubblico in sala e prima ancora in conferenza stampa, regista e cast, produttori e quanti hanno partecipato al film.

Confesso subito che io Francesco Munzi lo conosco personalmente per ragioni che nulla hanno a che vedere con il cinema. Ieri però ero presente alle proiezioni per la stampa e per il pubblico. Posso quindi confermare la straordinaria partecipazione emotiva in sala. Prima ancora che il film finisse molti erano già in piedi ad applaudire. Commozione per un film che ha in qualche modo spiazzato tutti, compresa me che questa creatura ho avuto la fortuna di vederla nascere e crescere in maniera più personale che professionale. “Anime Nere” è un viaggio fisico e spirituale dentro la ‘ndrangheta, nel cuore “nero” della Calabria stigmatizzato dagli esperti come uno dei centri più mafiosi d’Italia: Africo.

Da Amsterdam al Sud America passando per Milano, il film è un ‘western d’Aspromonte’, fatto sì di faide tra clan e di una cultura antica difficile da sdradicare, ma è soprattutto una tragedia familiare: tre fratelli cresciuti nell’odio per l’uomo che ha ammazzato il padre, pastore dell’Aspromonte coinvolto in un sequestro di persona; tre visioni della vita, del crimine e della morte. Tre “anime” unite dal sangue e che solo il sangue può in qualche modo liberare.

Il viaggio delle “Anime Nere” per Francesco Munzi inizia con il romanzo dell’aspromontino Criaco che quei luoghi difficili raccontati nel film li conosce da dentro. Pagine dense di umanità e dolore che il regista ha voluto vivere da vicino. Per scrivere, infatti, la sceneggiatura era doveroso sfatare l’idea che Africo fosse solo un ghetto impenetrabile raccontato dalle cronache per gli omicidi, i sequestri e il traffico di droga. Per più di un anno Francesco Munzi ha vissuto tra la gente e i luoghi “difficili” della Locride; le persone sono così diventate parte integrante del film come attori, comparse, autisti, carpentieri. Liberato dal proprio pregiudizio, il regista ha potuto così affermare: “da Africo poi si vede meglio l’Italia” con la sua questione meridionale ancora aperta e con un Sud che si percepisce come corpo estraneo rispetto al resto del paese. «Questa è stata una scommessa vinta. Serviva mostrare bellezza dei luoghi e verità delle persone. Gli attori, professionisti e non, hanno tutti recitato nel dialetto locale non per una questione meramente estetica ma per restituire il senso d’identità molto forte di quelle persone. Una barriera utilizzata anche verso il mondo esterno». Per “Anime Nere” non ci sono ora più barriere da superare. Un capolavoro che fa riflettere, che tocca l’essenza più intima e oscura di ognuno di noi. Un film che ha portato Africo fuori dalla Calabria rendendolo una parte dell’anima di tutti noi.
Il 18 settembre al cinema.

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