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Formazione, l’Ordine promette che sarà gratuita per tutti

 

“L’Ordine organizzerà un numero di corsi gratuiti sufficiente per conseguire tutti i crediti richiesti”, promette Iacopino. Ma tra i giornalisti sale la protesta. E in Emilia….

di Claudio Visani per voltapagina.globalist.it

 

Tanta burocrazia, un bel po’ di business, pochissima formazione, una marea crescente di polemiche. Ai giornalisti l’aggiornamento professionale diventato obbligatorio per legge rimane indigesto. Una parte della categoria, dai narcisiti cronici ai “nati imparati”, mal sopporta quella che considera una “intrusione” nel proprio mestiere. Altri non accettano che siano il Parlamento o l’Ordine, invece dei lettori, a certificare con il sistema dei crediti la loro professionalità e la loro bravura.

Ma tanti colleghi, tra cui il sottoscritto, non ce l’hanno tanto con l’obbligo dell’aggiornamento formativo – che considerano in sé doveroso e positivo – quanto con il regolamento approvato dall’Ordine nazionale e con le modalità attuative della formazione.

Regolamento e modalità attuative carenti.
Un regolamento che manca di almeno una gamba fondamentale: l’albo dei formatori, con un relativo sistema di accreditamento che garantisca ai giornalisti che vanno ad aggiornarsi che i loro insegnanti abbiano i titoli e la qualità per stare in cattedra, e non siano, quanto meno, più ignoranti di loro.

E una modalità attuativa che taglia completamente fuori gli altri attori protagonisti della fabbrica dell’informazione: gli editori (e con loro i sindacati dei giornalisti), cioè coloro che dovrebbero essere i primi interessati a promuovere – e finanziare – la formazione e la qualità dei loro dipendenti.

La protesta per i corsi a pagamento. 
Ma la cosa che più infastidisce i giornalisti, e in particolare quelli non assunti e meno tutelati (che sono la maggioranza) è quella dei corsi a pagamento. Com’è noto, il regolamento prevede 60 crediti obbligatori in tre anni, di cui solo un quarto (15 crediti) per la parte deontologica.

E l’Ordine, finora, ha garantito la gratuità soltanto per l’aggiornamento professionale sulla deontologia. Gli altri tre quarti di crediti (45 nel triennio) si potranno acquisire con altre attività (pubblicazioni, docenze, ecc.) e corsi privatistici promossi da terzi (Università, agenzie, ecc.) a pagamento, almeno sulla carta.

Aggiornamento obbligatorio: dov’è il peccato originale
Il peccato originale della formazione obbligatoria sta proprio qui. L’Ordine, a mio parere, avrebbe dovuto prevedere l’aggiornamento professionale obbligatorio solo sulla deontologia e deontologia applicata, organizzando corsi gratuiti per tutti gli iscritti all’Albo e destinando ad essi la totalità dei crediti formativi. In altre parole, ciò che dovrebbe essere richiesto a professionisti e pubblicisti per esercitare la professione giornalistica è la conoscenza delle diverse leggi e carte deontologiche che regolano questo nostro mestiere.

Il resto – dalla padronanza delle nuove tecnologie, alla conoscenza dei new media e dei nuovi giornalismi, dalla specializzazione al miglioramento della propria cultura – dovrebbe essere lasciato alla libera iniziativa di ciascun giornalista o, meglio, alle intese tra editori e sindacato possibilmente all’interno di un contratto di lavoro che sia punto di riferimento per tutti i colleghi: assunti e autonomi, precari e free lance. Ma così non è stato e non è.

La caccia ai crediti. 
Come stupirsi allora delle proteste e delle polemiche dei colleghi? Come non vedere la confusione e spesso gli equivoci che si sono creati attorno alla partita formativa? Un esempio, vissuto in prima persona. Nei giorni scorsi ho partecipato a Bologna a un “corso di formazione per giornalisti e comunicatori pubblici e del terzo settore” promosso dalla Fondazione e dall’Ordine dell’Emilia-Romagna in collaborazione con la Regione e Redattore sociale. Il titolo era “I numeri e le persone – Il racconto del sociale nel giornalismo tra statistiche e storie di vita”.

Bologna, il corso gratuito sul sociale 
Il corso durava mezza giornata, era gratuito e garantiva 6 crediti extra deontologia ai partecipanti. La sala era strapiena e l’iniziativa bene organizzata. I relatori sono stati bravi e le loro relazioni interessanti. Tutte centrate sul come raccontare il sociale, le povertà, l’emarginazione. Ma è stato un convegno più che un corso. E io mi sono chiesto: che c’entra tutto questo con l’aggiornamento professionale dei giornalisti?

E il giornalista non iscritto all’Albo.
Quando poi l’ultimo relatore – fondatore di un rinomato blog e autore di pregiatissimi lavori letterari e audiovisivi – è stato presentato e si è auto-presentato come “giornalista non iscritto all’Albo”, mi sono cadute le braccia.

Ma come, l’Ordine obbliga i propri iscritti all’Albo ad aggiornarsi pena la cancellazione e la perdita dello status giornalistico, poi chiama come docente uno che fa il giornalista senza essere iscritto all’Albo? Sia chiaro, non voglio assolutamente mettere in discussione la bravura del relatore in questione né, tanto meno, il suo interessantissimo e meritorio lavoro documentaristico. Ma gradirei che i giornalisti che formano i giornalisti e parlano a nome dei giornalisti fossero giornalisti. Altrimenti siamo all’anarchia, alla giungla, al liberi tutti. Che poi è quel che sta accadendo con Grillo, in rete, nei giornali on line e sui social network, dove tutti si improvvisano giornalisti. E se tutti possono essere e fare i giornalisti, se non ci sono più regole professionali, allora che senso ha l’Ordine, l’esame di Stato, l’Albo, l’aggiornamento professionale?

Sul web la denuncia del business. 
Intanto sul web dilagano le proteste contro “lo scandalo” della formazione e i corsi a pagamento. Il vice direttore di “Wired”, ad esempio, parla di “un’offerta demenziale” e sostiene che il quadro dei corsi gratuiti promossi dall’Ordine “è desolante e con immense lacune”.

Sul “Fatto Quotidiano”, invece, Davide D’Antoni sostiene che “la riforma fa acqua da tutte le parti e salda interessi corporativi e di amicizia”. Denuncia che in “Lombardia i corsi vengono affidati a enti privati, come l’Università Cattolica o il Consorzio Iulm-Mediaset (il cui costo del seminario organizzato lo scorso mese di maggio è di 671 euro a partecipante!) che con la formazione si arricchiscono”, o addirittura, ai colleghi di testata (non diciamo quale) in pensione.

Poi si chiede: “Con quale criterio vengono scelti i docenti che tengono i corsi? Quanti curriculum di candidati sono stati presi in considerazione? A quanto ammonta il loro compenso? Perché tutti i corsi non sono gratuiti considerato che i giornalisti già pagano la quota annuale all’Ordine?”.

E conclude: “Come mai il legislatore non ha pensato di svincolare l’aggiornamento professionale dall’Ordine, cosicché ciascuna azienda potesse organizzare corsi in autonomia e secondo le proprie esigenze produttive, lasciando all’Ordine quelli per i free lance e i disoccupati?”.

L’Emilia-Romagna fa scuola. 
Qualche notizia in controtendenza comunque c’è. In Emilia-Romagna, ad esempio, l’Ordine ha fatto la scelta politica di garantire un numero di corsi gratuiti, deontologici e non, sufficienti a raggiungere tutti i 60 crediti nel triennio.

E Iacopino promette: corsi gratis per tutti.
E la scelta dell’Emilia-Romagna sembra fare scuola. Lo stesso presidente nazionale dell’Ordine, Enzo Iacopino, nel sito istituzionale ha scritto testualmente:

“Gli Ordini regionali organizzeranno un numero di corsi a titolo gratuito sufficiente per consentire a tutti i colleghi la possibilità di acquisire i crediti richiesti. E’ un impegno non mio, ma di tutti noi”. Il che farebbe pensare che anche molti corsi extra-deontologia non saranno a pagamento, esattamente come quello sul “sociale” di Bologna. Ma sarà davvero così dappertutto?

Le iniziative anti-business dell’Ordine. 
“In molti – scrive Iacopino – hanno visto sull’aggiornamento professionale una opportunità di fare business. E’ legale. Chiedono all’Ordine di essere accreditati, la pratica viene istruita e mandata al Ministero che fa la verifica e formula il parere vincolante. Lo stesso ente, una volta ottenuto il riconoscimento, propone all’Odg quel tale corso, con quel programma, quei docenti e quel costo. L’Odg, se la materia è inerente la professione e i docenti sono ritenuti adeguati, deve autorizzarlo. Questo è quel che prevede la legge”.

Quindi? Quindi, fa capire il presidente dell’Ordine, si cercherà di depotenziare il business. Come? “Dall’inizio dell’anno – spiega Iacopino – sono stati complessivamente organizzati 609 corsi dai vari Odg regionali” e il 18 giugno ne saranno previsti altri “fino a tutto il 2015”. Di questi corsi, “108 sono a pagamento, organizzati in collaborazione con Università e organismi vari.

Nessun corso a pagamento è stato proposto dall’Ordine nazionale”. Che, di converso, dopo il primo corso on line sulla deontologia ne “organizzerà degli altri, facendosi carico dei costi necessari, e tutti saranno a titolo gratuito. TUTTI”. “Questa – assicura Iacopino – è la linea dell’Ordine nazionale”.

Ma i dubbi e le riserve restano. 
Mantengo i miei dubbi sulla reale possibilità che quel che avviene in Emilia-Romagna e predica Iacopino avvenga in tutta Italia. Così come mantengo tutte le mie riserve sul sistema di aggiornamento professionale obbligatorio che è stato concepito e che si sta faticosamente organizzando. Ma confido che la protesta e le critiche motivate che si moltiplicano sempre più tra i giornalisti, alla fine qualche correzione in meglio la porteranno.

Da voltalapagina.globalist.it

 

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