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Addio alla legalità

 

In un paese nel quale la legalità non esiste più da molti anni, visto che, dopo le dodici leggi ad personam fatte approvare dall’uomo di Arcore, la legge Severino, approvata nel 2012, si rivela oggi come un’occasione mancata. La legge, infatti, spacchetta inopinatamente il reato di concussione riducendo i reati  e dunque salvando l’ipotesi meno grave (ma infinitamente più frequente) della induzione. L’anomalia è stata già segnalata dai magistrati, rilevata a suo tempo  dal Sole 24Ore e da Repubblica al ministro della Giustizia, consegnando 250mila firme a favore di una seria legge contro la corruzione.

Ma non c’è niente da fare, la legge passa nel testo già descritto e, grazie alle larghe intese tuttora vigenti, PD e PDL più i tecnici montiani votano compatti: 480 favorevoli, solo 19 contrari. Il Parlamento approva.  Da quella  legge nascono tutti i guai successivi. Berlusconi userà qualche mese dopo i benefici che derivano dal caos normativo innescato dalla legge Severino nel processo Ruby. La stessa cosa farà Filippo Penati (PD) nel processo Falck. A febbraio di quest’anno, l’Unione europea mette in luce la lunga serie di problemi irrisolti con la legge Severino (cioè la prescrizione, il falso in bilancio, l’autoriciclaggio e il voto di scambio) e criticherà gli effetti della frammentazione del reato di concussione. A sua volta alla Corte di Cassazione tocca il 15 marzo 2014 denunciare i danni provocati da quella legge all’esercizio della giurisdizione e chiede a governo e a parla mento di porvi rimedio al più presto.

Ora, di fronte a una delle grandi opere finanziate dal bilancio dello Stato e dall’Unione Europea, il ladrocinio mostra di riguardare ancora una volta tutti i partiti rappresentati in Parlamento e personaggi molto noti negli ambienti politici nazionali e regionali.  Sembra, insomma, che alle azioni di chi è in parlamento o fa parte in ogni modo dei partiti politici o dei movimenti di ogni genere sia consentito rubare senza molti timori. Tutto questo  è confermato peraltro da quello che il vicedirettore di Repubblica,  Massimo Giannini, scrive ancora sul quotidiano romano, parlando di “segnali contraddittori” del parlamento rispetto alle imminenti autorizzazioni a procedere contro i parlamentari in carica che compariranno davanti ai giudici e semmai mostrando tutta  la propria fiducia per il potenzia mento dell’autorità contro la corruzione impersonata da Raffaele Cantone ma, per ora  si tratta ancora soltanto di annunci, visto che – lo annota sempre Giannini – nel Documento programmatico del Bilancio (il DEF) che dovrà essere presto approvato dalle Camere, mancano i paragrafi  sulle modifiche al processo penale, dalla prescrizione all’autoriciclaggio, dall’autoimpiego al falso in bilancio.

I magistrati che sovraintendono all’ inchiesta giudiziaria in corso sul MOSE conoscono a loro volta con precisione le tangenti che sono state fornite, dalla metà degli anni ottanta quando ebbero inizio i lavori, al generale della Guardia di Finanza Spaziante 2,5 milioni di euro (ex numero due del Corpo), al magistrato della Corte dei Conti Giuseppone, al sindaco di Venezia, Orsoni 560mila, al consigliere regionale Marchese (400mila), all’assessore regionale del Veneto Chisso (uno stipendio oscillante tra i 200 e i 250mila euro, all’euro deputata Sartori (25mila), al deputato di Forza Italia ed ex ministro Galan (un milione di euro).  Insomma ad oltre vent’anni dall’inchiesta su Mani Pulite  siamo ai medesimi, identici comportamenti da parte di quelli che, eletti in parlamento o in importanti cariche regionali e locali sono, dal punto di vista costituzionale, pur sempre i rappresentanti del popolo sovrano.

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