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Il Centrafrica è uno dei Paesi più poveri del mondo (approfondimento a cura di Raffaele Crocco)

 

Situazione attuale

L’ultimo colpo di Stato nella Repubblica Centrafricana risale al 24 marzo 2013. Le milizie Seleka hanno costretto alla fuga il generale Bozizé e insediato il nuovo Presidente: Michel Djotodia. E’ solo l’ultimo di una lunga serie: in Centrafrica i governi si avvicendano in seguito ad atti di forza. Non è un caso se dal 1960, anno in cui ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia, la Repubblica Presidenziale si è tradotta di fatto in una dittatura militare. Il Centrafrica è uno dei Paesi più poveri del mondo, nonostante disponga di materie prime in abbondanza. E non si tratta solo del legname delle foreste che ricoprono buona parte del territorio, ma anche di diamanti, oro e petrolio. Beni che fanno gola alle potenze internazionali, che non a caso si contendono l’appoggio del governo locale: Francia, Cina e pare anche l’Iran (interessato all’uranio) sono gli attori principali, che agiscono con l’appoggio locale di Ciad e Sudan.
Era dicembre 2012 quando Seleka (Alleanza) iniziava l’avanzata verso la capitale. Seleka è appoggiata da alcuni movimenti ribelli, le milizie armate però sono guidate in gran parte da militari e mercenari venuti dai confinanti Ciad e Sudan.
Il Presidente Bozizé, spinto dal coordinamento degli Stati dell’Africa Centrale, accetta di trattare: i ribelli devono deporre le armi e in cambio lui deve nominare un nuovo Primo ministro. A marzo però riprende l’offensiva di Seleka e in pochi giorni i ribelli entrano a Bangui. Bozizé fugge in Camerun, mentre i miliziani si danno a saccheggi, uccisioni e violenze, nella capitale e in varie zone del Paese.
Il Governo insediato da Seleka non ha il controllo della situazione. Michel Djotodia, primo Presidente musulmano in un Paese a maggioranza cristiana, cerca legittimazione giocando la carta delle divisioni religiose: nomina ministri e comandanti militari in gran parte di fede islamica, in un Paese in cui i musulmani sono meno del 15% della popolazione. I leader cristiani e musulmani però si muovono uniti per promuovere la pace e ricordare che in Centrafrica non ci sono mai state divisioni religiose.
Il Presidente ufficialmente scioglie le milizie Seleka, ma loro continuano a scorrazzare e provocare disordini nel Paese. Molti sono costretti ad abbandonare i campi, le città o i villaggi dove vivevano, spesso rasi al suolo. Si contano 349mila sfollati interni, mentre 61mila persone si rifugiano all’estero. Il 5% della popolazione ha dovuto abbandonare la sua terra.
Una Forza multinazionale africana (Fomac) presidia il Centrafrica dal 1993, era composta da duemila militari provenienti da vari Paesi della zona, Camerun, Gabon, RD Congo e Ciad. Ma non sono stati in grado di fermare le scorribande dei Seleka. La missione è stata rafforzata con altri 1500 uomini. La popolazione però, ridotta allo stremo, non aspetta più la difesa delle autorità, locali o internazionali. In molti villaggi sono nati gruppi di autodifesa, che garantiscono la sicurezza dei cittadini con mezzi di fortuna: fucili fatti in casa, archi e frecce.

Per cosa si combatte
Il Centrafrica non ha mai conosciuto una vera democrazia. Provato da decenni di malgoverno e colpi di stato, il Paese non è mai riuscito a risollevarsi. Negli ultimi anni la Repubblica Centrafricana ha anche subito pressioni e instabilità causate dalle vicende politiche degli stati confinanti, Ciad e Sudan, che hanno inciso nella tenuta interna del Paese, totalmente impreparato a ricevere le ondate di profughi in fuga da altri teatri di guerra. L’insicurezza e il pericolo, oltre ad una rete di strade per lo più disastrate, hanno impedito alle agenzie umanitarie di raggiungere le zone colpite dai combattimenti, in particolare nel Nord-Est, e di portare sostegno alla popolazione. La criminalità e il traffico clandestino di diamanti (seconda voce nelle esportazioni del Paese) contribuiscono ad aumentare la già drammatica situazione interna della Repubblica Centraficana.

Quadro generale
La storia della Repubblica Centrafricana è segnata da schiavitù, colpi di stato e imperatori. Una terra abitata da tempi antichissimi: vari ritrovamenti testimoniano l’esistenza di antiche civiltà anteriori alla nascita dell’impero egizio. Contesa tra vari sultanati che utilizzavano quest’area come una riserva di schiavi, che venivano trasportati e venduti nel Nord Africa, soprattutto al mercato de Il Cairo.
La Repubblica è stata fortemente voluta da Berthelemey Boganda, un prete cattolico leader del Movimento d’Evoluzione Sociale dell’Africa Nera, il primo partito politico del Paese, Boganda ha governato fino al 1959 quando è morto in un misterioso incidente aereo. Suo cugino, David Dacko, nel 1962 ha imposto un regime monocratico. Ha avuto inizio così una lunga serie di colpi di stato. Il primo, ai danni di Dacko, lo attua il colonnello Jeab Bedel Bokassa, che sospende la costituzione e scioglie il Parlamento. La follia di Bokassa arriva al punto di autoproclamarsi Presidente a vita nel 1972 e Imperatore del risorto Impero Centrafricano nel 1976. Un impero di follia e povertà per la gente. La Francia, ex potenza coloniale, decreta la fine di Bokassa nel 1979 e restaura la presidenza di Dacko, con un altro colpo di stato.
Nel 1981 il generale Andrè Kolimba prende il potere. Pressioni internazionali costringono il dittatore a convocare elezioni nel 1993, che vengono vinte da Ange-Felix Patassè. Il neo Presidente dà vita a una serie di epurazioni negli apparati statali. Promulga una nuova costituzione nel 1994, ma le forti tensioni sociali sfociano in rivolte popolari e violenze interetniche. Nel 1997 vengono firmati gli accordi di pace che portano al dispiegamento di una forza internazionale composta da forze militari di Paesi africani. Poi arriva il turno dell’Onu. Di nuovo alle urne nel 1999, Patassè vince, ma ormai le tensioni sono fuori controllo. Il Paese diventa una sorta di terra di nessuno dove le forze militari e ribelli razziano e rapinano la popolazione.
Terreno fertile per un ennesimo colpo di stato, nel 2003, che porta al potere il generale Francois Bozizé, che poi vince le elezioni nel 2005 ritenute valide dalla Comunità Internazionale. Insomma la Repubblica Centrafricana è considerata come uno “Stato fantasma”, secondo un report del 2007 dell’International Crisis Group. Secondo quanto riportato il Paese avrebbe perso completamente la propria capacità istituzionale. Il Centrafrica ha vissuto in una condizione di brutalità continua, sia prima che dopo il raggiungimento dell’indipendenza. Cinquanta anni di regimi autoritari hanno dato vita a uno stato predatore e violento, in cui l’unica possibilità per arrivare al potere e per mantenerlo è stato il ricorso continuo alla violenza. A ciò vanno aggiunte le pressioni esercitate dalla ex potenza coloniale, la Francia, che ha mantenuto legami molto stretti con i vari leader che si sono susseguiti, determinando la caduta o il ritorno di chi poteva dimostrarsi un interlocutore affidabile e creando un altro “pays-garnison” nella Regione, oltre al Ciad.
La fragilità interna ha reso la Repubblica Centrafricana una periferia della periferia per Paesi vicini come il Ciad, il quale controlla strettamente le iniziative prese a Bangui. Solo un esempio: il finanziamento per la presa del potere di Bozizè nel 2003. Un colpo di stato regionale visti i numerosi contributi arrivati dai paesi vicini come il Congo Brazzaville e la Repubblica democratica del Congo e grazie al tacito consenso di Sudan, Libia e Francia. Un apparato statale incapace di porre freno alla bulimia dei corrotti, e una redistribuzione delle risorse guidata da interessi clientelari, portano alla nascita di movimenti ribelli che, una volta arrivati al potere, generano nuove tensioni e si comportano esattamente come coloro che hanno combattuto.
FOCUS 1
Una violenza senza fine

Amnesty International denuncia le continue violazioni dei diritti umani in Centrafrica. Gli uomini di Seleka, circa 20mila effettivi, si sono resi colpevoli di razzie nei villaggi, esecuzioni, torture di civili, stupri e di aver reclutato 3500 bambini.
Il 22 aprile a Mbres, nella Provincia di Nana-Gribizi, hanno ucciso 27 persone, ne hanno ferite oltre 60 e hanno incendiato quasi 500 case: la popolazione locale aveva cercato d’impedire il furto di materiali che dovevano servire a costruire una scuola. Il 13 luglio hanno fermato un taxi collettivo. A bordo vi erano dieci persone. I soldati hanno trovato delle magliette col volto dell’ex Presidente Bozize. Hanno fatto scendere i passeggeri e li hanno portati via. Alcuni giorni dopo sono stati ritrovati i cadaveri, galleggiavano in un fiume: mani e piedi legati e con evidenti segni di tortura.
Nel rapporto pubblicato da Amnesty International a novembre 2013, si legge anche la testimonianza di una donna, violentata per ore di fronte ai suoi bambini in lacrime. Mentre la stupravano, gli aguzzini la mordevano e le davano schiaffi.

FOCUS2
La povertà peggiora

Nella classifica delle economie mondiali, occupa la posizione numero 177, su 229. O meglio: la occupava, prima della guerra. L’indice di sviluppo umano colloca il Centrafrica molto più in basso, al 171° posto su 177 Paesi. O meglio: lo collocava, sempre prima della guerra. L’agricoltura secondo le statistiche ufficiali garantiva la metà del Prodotto interno lordo. In realtà valeva molto di più, soprattutto l’agricoltura di sussistenza, che assicurava un po’ di cibo a chi viveva nelle campagne, circa il 60% della popolazione. L’insicurezza che regna nel Paese però, impedisce di recarsi nei campi a lavorare, soprattutto alle donne. Prima della guerra sei centrafricani su dieci vivevano con meno di 1,25 dollari al giorno. Ora non si sa. L’unico dato certo è che la situazione è peggiorata.

FOCUS3
Troppa violenza niente scuola

Sette studenti su dieci non sono tornati a scuola da dicembre 2012, quando è esploso il conflitto in Centrafrica. L’Unicef ha verificato che gran parte degli istituti sono stati saccheggiati, occupati o distrutti a causa dei combattimenti. Fra quanti sono stati interpellati dall’Agenzia per l’infanzia delle Nazioni Unite, otto persone su dieci hanno dichiarato che non mandano i bambini a scuola per paura che subiscano violenze. Ma anche chi vorrebbe tornare non ha vita facile: quattro insegnanti su dieci non ci sono più, sono dovuti fuggire anche a loro, a causa della guerra.

PERSONAGGIO
Dieudonné Nzapalainga:

Bangassou 14/3/1967
Corre, instancabile, da un villaggio all’altro, ma anche da Bangui a Roma, passando per Ginevra, poi torna ad immergersi nella sua realtà, a Bouar o a Bossangoa, dove ha partecipato anche a varie iniziative pubbliche in compagnia dei presidenti delle comunità islamiche e protestanti.
Dieudonné Nzapalainga: “Molto più che un Arcivescovo”, lo ha definito l’Agenzia France Presse. Ricopre questo incarico da maggio 2012, ma si è subito fatto notare: “Non sono le religioni a dividerci, è la politica”. Ripetuta come un mantra, questa affermazione ha aperto gran parte dei suoi incontri con centrafricani e stranieri, politici e gente comune.
In un Paese diviso fra guerriglieri allo sbando e gruppi di autodifesa promossi dai cittadini, la Chiesa resta una delle poche autorità forti e riconosciute. Monsignor Nzapalainga, piglio deciso e sguardo penetrante, sembra la rappresentazione fisica dell’autorevolezza dell’istituzione, approdata poco più di un secolo fa in questa sorta di enclave dell’Africa nera. Dieudonné Nzapalainga è stato scelto da Papa Benedetto XVI per riportare l’ordine nella chiesa del Centrafrica. Dopo il colpo di Stato di aprile 2013, che ha insediato il Presidente Michel Djotodia, l’Arcivescovo di Bangui si deve prodigare anche per riportare la pace nel Paese. Ma non è facile. Intanto c’è già chi teme che un giorno o l’altro faccia il salto e si lanci in politica. Chi lo conosce però, non ci crede: non ne ha bisogno, il potere lo esercita già tutti i giorni.

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