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Per un’economia sociale partecipata

 

di Augusto Battaglia

Al centro del numero di maggio un dossier di 12 pagine sui temi sociali a cura di Rocco Luigi Mangiavillano, con articoli di Augusto Battaglia, Carlo Borzaga, Denita Cepiku, Filippo Giordano, Carlo Guaranì, Giulio Marcon, Edoardo Patriarca, Irene Ranaldi e Gianni Tarquini.

Quando la Fiat, Fabbrica italiana automobili Torino, trasloca la sua storica sede dalle rive del Po fino alla lontana Olanda. Quando un magnate indonesiano fino ad allora sconosciuto, tale Erick Thohir, acquista l’Inter dalla ricca famiglia Moratti. Quando la pizza al negozio sotto casa te la cuoce un nordafricano, mentre l’ennesimo barcone carico di migranti naufraga a Lampedusa, è forse giunto il momento di prendere coscienza fino in fondo dei grandi cambiamenti determinati nell’economia e nella vita quotidiana da quel fenomeno epocale che passa sotto il nome di globalizzazione. E, soprattutto, di quali ulteriori e straordinarie trasformazioni ed innovazioni sarà foriero, quali effetti sull’intera comunità potrà determinare un sistema economico e finanziario che si muove liberamente a tutto campo, non più ingessato in confini nazionali, che mal sopporta le regole di stati ed istituzioni sovranazionali, che sempre più prende le distanze dai territori, dalle forze sociali e dai governi. Mentre ristretti nuclei di potere della finanza e delle multinazionali possono condizionare pesantemente con le loro decisioni i destini di interi popoli.

Riflessione più che urgente in un paese come l’Italia che, al di là di qualche timido segnale di risveglio, vede la sua economia trascinarsi in una crisi ormai giunta al sesto anno con conseguenze negative che investono pesantemente le comunità, le famiglie e, soprattutto, le giovani generazioni. Molte nostre aziende perdono terreno e competitività sui mercati internazionali. In tante trasferiscono le produzioni all’estero. E la disoccupazione tocca a gennaio un nuovo record balzando al 12,9 per cento, in rialzo di 0,2 su dicembre e di 1,1 su base annua. E se si guarda ai giovani, nella fascia di età tra 15 e 24 anni la disoccupazione è al 42,4% ed in 690mila cercano un lavoro. Una dimensione del problema drammaticamente confermata dai dati sugli occupati che nel 2013 diminuiscono di 478mila unità, 2,1 punti in meno rispetto al 2012. Si tratta della maggiore emorragia di posti di lavoro dall’inizio della crisi, con i senza lavoro che superano quota 3 milioni, quasi la metà nel Mezzogiorno. E non siamo i soli in difficoltà in Europa, c’è la Grecia e la Spagna, soprattutto, a soffrire più di tutti con la disoccupazione al 25,8 per cento.

Come reagire, da dove ripartire per la ripresa? Certo, occorre andare oltre le politiche di austerity rilanciando investimenti e consumi. Ma è anche il momento di promuovere un’economia nuova, un’economia sociale di mercato, partecipata, che nasca dai territori, ne valorizzi le risorse umane, naturali, culturali ed ambientali, gestisca i beni comuni. Che affronti con concretezza i problemi delle famiglie e delle comunità e promuova coesione sociale. Che sappia offrire nuove opportunità ai giovani ed a quelle che si definiscono fasce deboli del mercato del lavoro, persone con disabilità o disagio, in particolare, destinate altrimenti all’esclusione sociale ed a gravare inevitabilmente sul welfare e sulla spesa pubblica. Un’economia che crei innovazione e che contribuisca per le sue peculiari caratteristiche a condizionare ed a riequilibrare in qualche modo il sistema economico e finanziario globalizzato, riavvicinandolo ai territori ed alla gente, riconciliandolo con le regole e gli strumenti della democrazia. È una questione che si pone soprattutto l’Europa, che vede ormai a rischio quel modello di lavoro e di welfare che dal dopoguerra ad oggi ha saputo garantire sviluppo, civiltà, diritti e benessere all’intero vecchio continente, e non solo.

«L’Europa di domani si fonda sulla crescita economica sostenibile, solidale ed inclusiva», si leggeva nella Comunicazione della Commissione Ue dell’ottobre 2011, che raccoglieva l’appello «Dalle parole ai fatti» per il sostegno all’impresa sociale, sottoscritto da 240 accademici ed economisti di ben 29 paesi. Principi, enunciati con chiarezza già nel Trattato dell’Unione, che vanno ormai prendendo corpo in concreti atti politici ed amministrativi che mettono in campo risorse e sollecitano, soprattutto, gli stati membri ad adottare misure concrete. Ultime le Direttive appalti e concessioni approvate lo scorso 15 gennaio dal Parlamento europeo, indirizzi che dovranno essere recepiti dalla legislazione nazionale, ma che già oggi sollecitano misure ed azioni concrete. L’adozione di clausole sociali negli affidamenti, nelle gare e nelle concessioni pubbliche per premiare e selezionare le offerte che meglio sappiano integrare qualità di prodotto e sensibilità sociale ed ambientale. La sussidiarietà ed il riconoscimento della specificità del non profit e dei benefici che possono derivare per la collettività dal privilegiare questo tipo di imprese, solidali e partecipate, nell’erogazione di servizi e prestazioni sociali. Più spazio agli appalti riservati con affidamenti anche oltre soglia per quelle imprese, come le cooperative sociali di tipo B, che danno lavoro a soggetti svantaggiati, disabili, ex detenuti, giovani rom ed altre categorie già indicate dal Regolamento CE 800/2008.

I segnali dall’Europa sono chiari e sembra che finalmente comincino ad essere raccolti con convinzione anche dal governo italiano. Nell’ambito del cosiddetto Jobs Act, infatti, le tanto annunciate misure per il rilancio dell’occupazione, sarà messa in bilancio dal prossimo giugno la bella somma di 500 milioni di euro per lo sviluppo di imprese sociali. Un indubbio segnale di apprezzamento per quella rete di quasi 400mila imprese ed organizzazioni, per quei tanti cooperatori ed imprenditori sociali che in questi anni hanno saputo reggere alla crisi, mantenere i livelli occupazionali ed in molti casi creare nuovi posti di lavoro. Un’opportunità da non sprecare per il variegato e dinamico mondo dell’economia sociale, che ha l’occasione di dimostrare di essere una grande ed indispensabile risorsa per l’intera economia e per il Paese. Che può finalmente porsi l’obiettivo di puntare ai vertici del settore in Europa, al livello di paesi come Francia, Olanda e Germania, soprattutto, dove l’economia sociale rappresenta un pezzo importante del sistema economico, conta oltre il 10 per cento del totale delle imprese e può vantare marchi del calibro di Bosch.

Un’occasione da non perdere nemmeno per governo e Parlamento, dove non mancano interessanti proposte di legge. Proposte che spaziano dall’ampliamento dei settori in cui opera l’impresa sociale, a partire da commercio equo e solidale, alloggio sociale e microcredito, alle agevolazioni contributive e fiscali per i nuovi assunti, in particolare per i giovani. Agevolazioni e sostegno nei processi di riconversione parziale o totale in impresa sociale di aziende in crisi e destinazione di immobili pubblici a progetti per lo sviluppo di nuove imprese sociali. Programmi di sviluppo territoriale e, perché no, un accordo quadro Stato-Regioni che detti, in particolare agli enti locali, linee di indirizzo in materia di clausole sociali, dando seguito e sviluppo alle Linee guida già emanate dall’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici. È il momento di promuovere un concreto pacchetto di misure che dia corpo ad un Piano nazionale. Un Piano che potrebbe prendere le mosse da una Conferenza promossa dal governo, che ponga tutto il mondo dell’economia sociale nelle condizioni di mettere in campo idee, proposte, progetti che la rendano protagonista di una nuova fase di sviluppo e di crescita economica sempre più solidale, sostenibile ed inclusiva. Uno sviluppo che rilanci il nostro Paese, che offra nuove opportunità ai giovani, ma che sappia anche guardare al destino di popoli lontani che attendono benessere e diritti da un’economia sociale globalizzata.

Da confronti.net

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