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Ilaria e Miran uccisi vent’anni fa. Le tesi precostituite sul loro omicidio hanno impedito la ricerca della verità

 

Vent’anni fa, il 20 marzo 1994, Ilaria Alpi e Miran Hrowatin, venivano uccisi in un agguato a Mogadiscio. L’autista che guidava l’auto su cui viaggiavano, nella zona nord della capitale somala (Ali e non Abdi, come hanno scritto in tanti), era stato il mio fedele autista per alcuni mesi. Anche la guardia (l’unica che era a bordo) era stata una delle mie guardie del corpo. Ilaria e io eravamo molto legati. Non solo professionalmente. Avevamo stabilito una solida amicizia e ci scambiavamo impressioni e sensazioni. Conoscevamo la nostra vita sentimentale (ebbene chiarirlo subito, ciascuno la sua) e ci consigliavamo a vicenda.

Sulla morte di Ilaria e Miran, eminenti colleghi hanno speso fiumi d’inchiostro, tutti per cercare di dimostrare che dietro l’assassinio dei due giornalisti della RAI ci fosse un complotto. Per provare questa tesi spesso hanno intrecciato notizie vere con fatti non provati, il che ha portati a conclusioni avventate, presentate come verità. Così se si chiede oggi a qualcuno, “Sai perché sono morti Ilaria e Miran?”, la risposta è una sola: “Perché avevano scoperto traffici illeciti”. Potenza della disinformazione. Non è vero. Questa è solo un’ipotesi che è lecito non condividere.

Molti di questi colleghi non conoscono neppure l’environment somalo. Alcuni hanno confortato la tesi in cui credono fideisticamente, con testimonianze per le quali è stato pagato del denaro. Non sanno che con 1000 dollari, pagandone 100 dollari a testa (e forse anche meno), a Mogadiscio si possono trovare con facilità 10 rei confessi, dieci persone cioè pronte a dichiarare con convinzione: “Sono stato io”. La povertà assoluta consente di fare questo e altro. Se imboccati bene, infatti, possono anche raccontare qualche dettaglio sulla storiella dei rifiuti tossici e delle armi oppure, come a suo tempo ha fatto il bogor, il sultano di Bosaso, nell’ultima intervista a Ilaria con aria ammiccante di chi la sa lunga, ammonire: “Indaga, indaga tu sui traffici”. Atteggiamento tipico in Somalia. Solo un ingenuo può cascare nella trappola di quelli che fanno finta di saperla lunga, ma invece non sanno niente.

A nulla sono servite le testimonianze dei colleghi di Ilaria e Miran, Giovanni Porzio, Gabriella Simoni, Marina Rini che hanno sempre dichiarato. “La tesi del complotto è improponibile o quantomeno avventata”. Come panzer, i teorici della congiura sono andati avanti sulla loro strada, ingannando alla fine i loro lettori, quando hanno voluto presentare come verità quelle che restano solo ipotesi.

Tra l’altro, appena sbarcati dall’aereo militare che li aveva portati a Mogadiscio dall’Italia il 13 marzo mattina, Ilaria, Miran, Marina e Raffaele Ciriello furono informati che i somali stavano preparando un piano per tendere un agguato contro un obiettivo italiano. Per questo motivo i giornalisti Marina e Raffaele restarono in aeroporto ospiti negli alloggiamenti militari, Ilaria e Miran si sistemarono al ben protetto hotel Sahafi, mentre Porzio e Simoni, che abitavano in una casa privata, da quel giorno andarono in giro con la scorta raddoppiata.

Chi ha voluto con testardaggine perseguire la strada dei traffici illeciti, armi, rifiuti tossici e mala-cooperazione, senza guardare altrove, si è assunto la grave responsabilità di aver impedito che fossero condotte indagini in altre direzioni. Per accertare altre verità, per verificare altre tesi.
Il 19 marzo le truppe italiane avevano lasciato la villa dell’ambasciata, dove era stato sistemato il loro quartier generale, e si erano trasferite sulle navi alla fonda davanti alla costa. Ma per almeno una settimana prima della partenza il loro edificio era stato circondato da miliziani che continuavano a bersagliarlo a colpi di mitra. Perché? Cosa volevano quegli uomini che erano così infuriati contro gli italiani? E’ vero che c’erano state delle trattative con i loro leader che, per fermare gli attacchi, avevano posto delle condizioni non accettate dai vertici del nostro contingente?

Il comportamento della maggior parte degli uomini che ha partecipato alla missione Ibis sotto l’egida dell’ONU in Somalia è stato ineccepibile. Ma in alcuni casi si sono verificati eccessi e addirittura abusi, purtroppo mai puntiti.

Qualche esempio. C’era un tenente colonnello che aveva organizzato il suo personale “tucul delle vedove”. Che vedove non erano. E non era neanche un tucul quello in cui lui le incontrava, ma una casetta dove organizzava orgette e diversivi sessuali. Ma i padri, i mariti, i fratelli di queste vedove erano così felici di vedere un ufficiale italiano che si divertiva con le loro donne? Non nutrivano forse rancore, non hanno chiesto alla fine di essere risarciti e non lo erano stati? E come mai l’ufficiale, allontanato e rispedito in Italia dal generale Bruno Loi è riuscito a tornare in Somalia dopo che il comando del contingente era passato al generale Carmine Fiore?

Per non parlare delle fotografie pubblicate a suo tempo dal settimanale Panorama che mostravano donne oggetto di scherzi di natura sessuale (sto parlando di proiettili introdotti nella vagina di alcune di esse tra le risate generali). Da notare che, nonostante le immagini, i responsabili di quegli episodi efferati non sono mai stati castigati.

A quel tempo feci un’indagine e scoprii che c’erano stati diversi abusi che non erano stati mai puniti, come quelli commessi durante una battuta di caccia durante la quale era stato ucciso un bambino,  scambiato per facocero. Ai genitori fu data una ricompensa di 5000 dollari, ma questi avevano giurato di vendicarsi.

I somali avevano mille motivi (non solo questi qui citati) per nutrire rancore verso gli italiani: alcuni comprensibili, perché avevano subito delle offese, altri frutto del loro tentativo di trarre vantaggio dalla situazione. Conseguentemente avevano una serie di moventi che avrebbero potuto spingerli a uccidere Ilaria e Miran in quell’agguato del 20 marzo 1994. Da quelle parti nessuno pensa che le responsabilità siano personali. “Gli italiani hanno ammazzato mio figlio? Io ora ammazzo un italiano”. O addirittura: “I bianchi hanno ammazzato mio figlio. Bene ora io ammazzo un bianco”.
Ma non solo; per chiudere la partita con un contingente che ormai si era messo in salvo sulle navi al largo, quell’agguato, finito per errore nel sangue, non avrebbe potuto forse essere un tentativo di sequestro per chiedere all’Italia di rimborsare quelli che i somali – a torto o a ragione – credevano fossero stati torti subiti?

I sequestri a scopo di estorsione in Somalia erano cominciati qualche mese prima (era stato rapito Sergio Passadore) ed erano proseguiti poco dopo la morte di Ilaria e Miran, con la presa come ostaggio della giornalista dell’Associated Press Tina Susman. 

Investigazione su questi “torti” subiti dai somali non ne sono state mai fatte. Tutti erano intenti a cercare prove per inchiodare la cooperazione o i trafficanti d’armi o quelli di rifiuti. I quali sicuramente hanno responsabilità (e anche grosse in Somalia) ma che finora hanno poco a che fare con la morte di Ilaria e Miran.

Peccato: indagare in altre direzioni avrebbe forse potuto portare alla verità. Se però, con onestà, è la verità che si vuole raggiungere. Se invece testardamente si vuole dimostrare una tesi precostituita, per ottenere, attraverso il sensazionalismo, tra le altre cose, notorietà e fama, beh, allora è proprio un’altra cosa.

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