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Testimoni di giustizia chiedono aiuto allo Stato

 

Incatenati davanti al Viminale. Ormai esasperati. Sono testimoni di giustizia. Chiedono allo Stato aiuto, tutela, sostegno. Sono 80 oggi in Italia. Si arrabbiano, giustamente, quando vengono confusi con i collaboratori di giustizia. Non sia mai! “Noi siamo incensurati. Non siamo pentiti, abbiamo fatto arrestare criminali”. Lo ripetono più volte ai giornalisti che seguono la loro protesta. Ignazio Cutrò, 46 anni, siciliano di Bivona, il pizzo non si è mai arreso a pagarlo. Ma il suo no gliel’ha fatto pagare, e molto caro, la mafia. Ripetuti attentati, minacce su minacce. Li ha denunciati. Lunghe indagini, fino agli arresti. In sette sono finiti in manette. Lui testimone di giustizia, lui che ha fondato l’associazione nazionale testimoni di giustizia. Ignazio che però ora non riesce più a mantenere la famiglia. Da sempre combattivo, è ormai disperato, tanto che adesso ha deciso di mollare: venderà l’azienda e lascerà l’Italia. E questa è una sconfitta. Collettiva. Sul suo sito ha messo l’elenco di tutte le sue attrezzature, con i relativi prezzi. Vuole liberarsi di ogni cosa, partirà presto, ma quando lascerà la Sicilia – ci dice – “non avrò perso io, avranno perso le istituzioni”.

Incatenato alla ringhiera della fontana, al centro della piazza del Viminale, c’è anche Gianfranco Franciosi, spezzino di Bocca di Magra. “La mia storia di infiltrato inizia nel 2006”, racconta, “prima un anno e mezzo da informatore, poi vero e proprio infiltrato in un giro di narcotraffico. Tutto comincia quando io, titolare di un cantiere navale, vengo contattato per una commissione importante, una serie di gommoni da competizione. In realtà serviranno per trasportare droga. Quintali di coca”. A Gianfranco offrono parecchi soldi, lui finge di tentennare, intanto va in Questura, racconta tutto. “Da allora ho fatto l’agente infiltrato per sei anni, 9600 kg di droga sequestrati grazie a me”. Finisce anche in carcere per sette mesi in Francia. “Le autorità italiane non avevano avvertito i francesi del nostro passaggio con il narcotrafficante a bordo, ci hanno fermato, non avevamo droga, ma c’era il narcotrafficante, hanno arrestato anche me”, racconta Franciosi. Che in seguito entrerà in un programma di protezione, ma dice di essere stato costretto a uscirne, poco tempo fa. “Non potevamo andare avanti così, era un inferno, per i bambini soprattutto”. “Rifarebbe tutto ciò che ha fatto?”, gli chiedo. E lui dopo aver esitato per qualche istante risponde: “Di sicuro dico agli italiani che bisogna denunciare, ma io non lo rifarei. Ho rovinato la mia vita, quella di mia moglie e dei miei figli. La mia attività è a un passo dal baratro”. L’alluvione in Liguria gli ha distrutto il cantiere. Lui è tornato da poco a Bocca di Magra. Lo ha rimesso a posto, pian piano. Ma è durissima lavorare, non riesce nemmeno a pagare le bollette.

Dopo la puntata speciale andata in onda il 20 gennaio a “Presa diretta”, su Rai Tre, il dramma quotidiano che i testimoni di giustizia sono costretti a vivere sta finalmente ottenendo altri microfoni, telecamere, taccuini. Avrebbero bisogno anche di una scorta mediatica queste persone. In piazza c’erano gli uomini della scorta: li osservavano incatenarsi, li osservavano srotolare un grande striscione: “Prima vittime delle mafie, ora torturati dallo Stato. Morti che camminano”. La storia di Gianfranco Franciosi diventerà un libro, lo scriverà a quattro mani con Federico Ruffo, giornalista di “Presa diretta” che ha portato per la prima volta la sua storia in tv. Ci è voluto tempo, parecchio tempo, perché Franciosi non voleva farsi vedere. Voleva tutelarsi, tutelare la sua famiglia. Ma la disperazione è troppa.

Durante la protesta in piazza del Viminale, è venuto ad incontrarli Filippo Bubbico, viceministro dell’Interno del governo Letta. I loro casi li conosce uno a uno. Ribadisce loro l’impegno del Viminale, spiega ai testimoni di giustizia e ai giornalisti che una commissione di specialisti è al lavoro per modificare il decreto che oggi non garantisce la giusta tutela ai testimoni di giustizia che scelgono di non andarsene, di restare nel luogo dove sono nati, dove hanno aperto l’attività e dove hanno denunciato i criminali. I tempi però non sono definiti, potrebbero non essere brevi. E così rischia di non vedere fine l’agonia di Ignazio e Gianni, e di tutti gli altri come loro, che non hanno avuto paura, che non hanno mai abbassato la testa.
E mai si potrà e dovrà dimenticare chi è morto per aver avuto il coraggio di raccontare allo Stato quello che sapeva, quello che aveva visto. Come Lea Garofalo, moglie di un boss della ‘ndrangheta, uccisa nel 2009.

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