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Ministro bombarolo: epifania siriana

 

“Non potevo dire di no”: così l’ex ministro libanese ha giustificato il suo sì alla richiesta siriana di portare esplosivo a Beirut. Una storia che spiega chi regni a Damasco.

L’ex ministro libanese Michel Samaha, nell’estate del 2012, prese la sua vettura e andò a Damasco, convocato da Bashar al Assad. Il fido Samaha sapeva bene che quando il capo chiama un “suddito” (diciamo così) “non può dire di no”.

Arrivato a Damasco si immerse nei suoi colloqui “politici”, tra questi ovviamente spiccavano quelli con i più stretti collaboratori del capo: e tra di loro Ali Mamlouk, il capo dell’ufficio centrale dell’intelligence siriana.

A un certo punto il generale prese un pacco contente dell’esplosivo e lo consegnò a Samaha, indicandogli a chi farlo avere a Beirut. Bisognava organizzare un attentato dinamitardo nel nord del Libano contro la comunità cristiana, con ogni probabilità contro lo stesso patriarca maronita, per altro nella lista dei devoti del raiss siriano. Ma l’attentato era più importante di ogni devozione possibile. Bisognava dare la colpa di quell’esplosione ai sunniti, agli estremisti sunniti, un piano già studiato, come detto, e ormai urgentissimo.

Samaha, si apprende ora da Beirut, ha dichiarato ai magistrati inquirenti, che era “imbarazzato”, ma “non potevo dire di no”.

E così prese l’esplosivo, lo mise nel bagagliaio della macchina e partì per Beirut, per consegnare il pacco bomba da far esplodere sotto i piedi di tanti suoi connazionali, nei giorni seguenti.

“Non potevo dire di no”… E’ questa la frase su cui bisogna soffermarsi, è qui la spiegazione di tutto.

Cosa avrà fatto nella sua vita Michel Samaha per “non poter dire di no” a una richiesta del genere? Che genere di relazione si stabilisce tra un “suddito” degli Assad e la cricca del capo? Che patto viene stipulato tra di loro?

Ecco che quel che dal 2005 accade a Beirut diviene improvvisamente più chiaro, come anche gli infiniti depistaggi siriani. Infatti la disponibilità dei “sudditi” a ubbidire ciecamente al padrone spiega anche come mai il regime possa organizzare attentati da far cadere sulla testa di altri. Ma anche azioni spudorate, perpetrate da criminali assoldati con un semplice cenno del capo.

Prendiamo al Qaida, o Isis, o Daesh, come volete chiamarli, quei tagliagole feroci che stanno devastando buona parte della Siria. Ora che gli insorti siriani hanno avuto il gigantesco coraggio di ribellarsi anche contro di loro, messi in fuga dalla popolazione insorta vengono coperti dall’aviazione lealista. Strano, no? Ma questa è una storia che denunciamo da più di un anno, con pochissimi altri. C’è un altra storia che va raccontata e che il caso Samaha ci aiuta a capire.

E’ successo che un noto religioso cristiano di Tripoli (nord del Libano), Ibrahim Sarrouj, abbia deciso di inviare il manoscritto di un suo libro a un editore suo amico, musulmano di tendenza salafita. L’editore riceve il manoscritto, ci assicurano fonti autorevolissime di Beirut, ma accluso ad esso trova un testo di insulti al profeta Muhammad. Proprio in quel mentre la sicurezza a Tripoli si dirada, e una squadraccia fascista prende d’assalto la libreria di proprietà di Sarrouj, dandogli fuoco.

Un “suddito” ha inserito su ordine del regime siriano e di Hezbollah l’apocrifo nella busta e poi ha dato fuoco alla libreria del religioso cristiano per dare la colpa del tutto ai sunniti. Ma questo senza il caso Samaha, epifania di un regime, pochi lo crederebbero.

Da ilmondodiannibale.it

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