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Prato, Italia. Il caffè del 2 dicembre

 

C’erano le sbarre alle finestre. Al lavoro dietro le sbarre. Un lavoro non manca. Basta abbracciarlo, fino a morirne. Una stufa per scaldarsi, stoffe sintetiche, solventi, colori. Sono le 6,45: si lavora tanto si dorme tra i bottoni. 7 morti e due che lottano con la morte. Teresa moda, in via Toscana 46, periferia di Prato: tutto sembra parlare italiano, ma le vittime, fra loro, usavano il cinese. Immigrati. Lavoratori quasi senza diritti.  Non residuo del passato, né isola esotica nel nostro mondo. Quei cinesi morti, uno mentre cercava di forzare la finestra per un po’ d’aria, sono vittime di un sistema, italiano, di prevenzione (degli infortuni) e di difesa (dei diritti) che funziona male o affatto. Sì, quei morti sono nostri, quel lavoro è italiano. Oggi uccide 7 “cinesi” ma domani potrebbe essere il lavoro dei nostri figli, generosamente concesso dall’imprenditore di ndrangheta, dall’appaltante mafioso. Se dalla crisi non sapremo uscire cambiati, meno viziati, ma con più diritti per tutti. Italiani ed europei anche quando siamo maghrebini, cinesi, tamil.

“Sette morti nella fabbrica che era anche la loro casa” scrive in alto il Corriere della Sera. Sotto, nell’ordine, altri due titoli. “Corsa per evitare la beffa IMU”. “Folla per Grillo a Genova: accuse all’euro e al Quirinale”. A suo modo è una fotografia dell’Italia: immigrati, casa e bottega, com’era in Veneto o in Puglia qualche decennio fa, un governo incaprettato nelle contraddizioni della sua politica e della sua evidente incapacità tecnica. Un politico che propone una bella fuga in avanti: l’Europa non è quella che vorremmo, usciamone!

“Rogo in una fabbrica – dormitorio a Prato: è strage”. Repubblica offre ai 7 cinesi il “taglio basso” con fotografia. Poi la cronaca di Adriano Sofri, che racconta le lacrime mute dei parenti, che accorrono e che vorrebbero abbracciarci, se anche noi “italiani” lo volessimo. Il titolo grande è per un’intervista ad Alfano. “Renzi non tiri la corda o si vota”. Balle. Alfano sa bene che se si votasse in primavera, Berlusconi fingerebbe di sacrificare l’agnello per il figliol prodigo, ma subito dopo gli Alfano, i Cicchitto, i Formigoni verrebbero asfaltati da Brunetta, da Verdini, dalla Santanchè. Forse, però, parla come vice di Letta, Angelino e a nome del premier avverte il sindaco che non può trattare il governo come un cuscino contro cui tirar pugni. Anche Cuperlo avverte: “così (Renzi) divide il partito e aiuta Berlusconi”. “Renzi licenzia Alfano”, titola invece, molto soddisfatto, Il Giornale. E mentre Feltri spiega al vice premier che è ridicolo prendersela con i quotidiani, nidi di falchi, per spiegare la “dolorosa” rottura con Silvio, il suddetto leader decaduto si fa coraggio: “avevo ragione io, Matteo ha ora in mano il governo”.

Chi, secondo me, ormai si è convinto che non si voterà per le politiche nel 2014 è Beppe Grillo. Lui va “oltre” lo scontro con un governo dalle intese ristrette. Spara su Napolitano e fa una modesta proposta per l’Europa. Un Grillo più “politico”, scriveva ieri un blogger sul Fatto Quotidiano. 7 punti, ma il primo “referendum per la permanenza dell’euro”, ammazza gli altri, “abolizione del fiscal compact e del pareggio di bilancio, adozione degli euro-bond”. Perché se non si spiega ai cittadini cosa gli verrebbe in tasca, e cosa perderebbero, il giorno dopo la nostra uscita dal sistema monetario europeo, è chiaro che tanti direbbero vaffa all’Europa, diventata alibi delle nostre colpe nazionali e unica responsabile delle nostre difficoltà. In verità Grillo parla pure di un nuovo euro “tra paesi mediterranei”, ma non spiega perché non la Spagna e neppure la Grecia, pur strozzate dalla politica tedesca, si siano finora decise al gran passo. E tuttavia credo che venga da questo V Day il segnale che forse pure loro, i cittadini a 5 Stelle, sentono la necessità di un dialogo con le persone normali che hanno a cuore il futuro del paese.

Ieri ho trascorso una domenica di Festa, a Bologna con tanti ragazzi e diversamente giovani, della mozione Civati. Tutti parlavano in italiano. Senza quel gergo identitario, sinistrorso, che si finge post ideologico ed è intriso di inglese e di tecnicismi, che spesso celano il vuoto assoluto. Insomma non si parlava, a Bologna, quella neo-lingua confusa tipica a cui il Pd mi aveva abituato. E dopo Moretti lo sappiamo, le parole sono importanti. Ma soprattutto tutti contavano sul futuro. Tutti parlavano di sinistra, con orgoglio e la convinzione che solo il coraggio della sinistra possa salvare l’Italia. Pippo s’è inventato un’intervista con Fazio. Senza astio e con tono canzonato, ha fatto vedere  cosa avrebbe risposto a Che tempo che fa se Fazio non lo avesse considerato “minore” e dunque non degno, come gli altri due canditati segretario, a farsi presentare da Filippa. “Vincerò” ha detto Civati. Io aggiungo: ieri è nata un’area di sinistra nel Pd. Non è che l’inizio.

Da corradinomineo.it

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