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Nel 2013 morti 129 reporter, 211 in prigione, 6 rapiti. Il triste primato spetta alla Siria, seguita dall’Iraq dove la guerra dura da dieci anni. Un mestiere sempre più difficile

 

E’ doloroso talvolta fare bilanci, ma ogni anno è uno spartiacque della storia ed è impossibile evitarli. La strage dei reporter purtroppo continua, con una media ormai drammaticamente confermata. Nel 2013 sono state 129 le vittime fra gli operatori dell’informazione: un tributo di sangue pagato alla voglia di testimoniare il mondo difficile. Un impegno che le nuove tecnologie hanno trasformato in conflitti mediatici dove i tanti regimi del pianeta hanno interesse a manipolare, se non addirittura a cancellare, anche fisicamente. I numeri talvolta sono discordanti. Personalmente ho scelto di seguire il rapporto molto documentato, spesso in tempo reale, dal PEC (Press Emblem Campaign). Non solo cifre, ma nomi e circostanze che raccolgo in un blog dedicato ai colleghi meno fortunati, dove non conta la nazionalità e neppure il ruolo (http://acidcamera.wordpress.com/) .

Il Paese più pericoloso anche quest’anno è la Siria, con 17 morti (ai quali ci sono da aggiungere 19 bloggers), seguito da Iraq, Pakistan e Filippine. Prima di fornire la lista completa, una considerazione va fatta. E’ abbastanza normale che il maggior numero di vittime appartenga a un territorio in piena guerra, ma che quasi lo stesso numero bagni un Paese dove la guerra dura da dieci anni è assurdo. In Iraq, infatti, si continua a morire: 16 quest’anno, 40 negli ultimi cinque anni, addirittura 290 dall’inizio del conflitto. Segno del fallimento di  un intervento militare sbagliato, nato da una serie di bugie. Non meno sintomatica, anche se in apparenza meno grave, è la situazione in Afghanistan dove comunque quest’anno sono stati uccisi tre giornalisti (35 dal 2001). Il sangue scorre ormai da molto tempo in Somalia e un po’ in tutta l’Africa. Ma ci sono anche soprese, scorrendo i nomi di Brasile, Filippine, Russia, Kenya considerati luoghi vacanzieri. Nessuna meraviglia invece per Egitto e Libia dove infuriano ancora le rivolte. Ecco l’elenco completo.
17: Siria. 16: Iraq. 14. Pakistan. 11: Filippine. 9: India. 8: Somalia. 7: Egitto. 6: Brasile. 5: Messico. 4: Guatemala. 3: Colombia, Libia, Honduras, Russia, Afghanistan. 2: Haiti, Kenya, Mali, Paraguay. 1: Nigeria, Repubblica Centrafricana, Perù,  Yemen, Ecuador, Congo, Uganda, Costa d’Avorio, Tanzania.

Per avere un quadro più completo, vale tuttavia allargare il quadro agli ultimi cinque anni, cioè dal 2009 al 2013 compresi (in totale 609 vittime). E qui sorprende sicuramente il primo posto delle Filippine, con 67 morti, dove da tempo è in corso una guerra sanguinosa fra il governo molto autoritario e gruppi di guerriglieri separatisti, attivi nelle isole dell’arcipelago. Seguono Pakistan 59, Siria 56, Messico 55, Somalia 43, Iraq 40, Honduras 29, India 20 e Russia 19.
Fin qui le perdite umane. Poi ci sono i rapiti, mai come quest’anno che sta per concludersi (sei soltanto in Siria, quattro francesi  e due spagnoli, senza dimenticare gli italiani Quirico e Ricucci liberati). E gli scomparsi  (a decine). Infine ci sono quelli in prigione. Un esercito: attualmente sono in 211 in carcere. Spicca ancora la Turchia, con 40 prigionieri, che supera anche Paesi ritenuti più restrittivi della libertà individuale come Iran (35) e Cina (32). Subito dietro Eritrea (22) e Vietnam (18), dove il mestiere di raccontare è sempre più difficile.

Concludiamo con la graduatoria della libertà di stampa dove i migliori Paesi da questo punto di vista sono sempre quelli nord-europei (Finlandia, Olanda e Norvegia), mentre i peggiori restano in assoluto Turkmenistan, Corea del nord ed Eritrea. L’Italia ha guadagnato quattro posizioni rispetto all’anno precedente, ma il suo 57.esimo posto non è motivo di orgoglio anche se autentici colossi mondiali come Cina, Russia, Israele e Brasile stanno peggio.

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