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Immigrazione, naufragi, ipocrisie

 

Dieci giorni dopo tutto sembra tornato come prima. Le promesse di cambiamento della legge Bossi-Fini si stanno infrangendo contro la scarsa convinzione di chi li ha proposti e contro le opposizioni di stampo razzista di Bossi, Grillo e Alfano. Le oltre trecento bare ordinatamente composte a Lampedusa sono scomparse in sordina senza i funerali di Stato che qualcuno aveva imprudentemente promesso. Resta il grido inascoltato di Giusi Nicolini, sindaca coraggiosa e determinata di Lampedusa, che da mesi chiede – senza avere risposta – «perché in un Paese come l’Italia e in Europa il diritto di asilo deve essere chiesto a nuoto» e denuncia come «un crimine» la scelta di «aspettare che i migranti siano decimati dal mare» (così nel libro intervista Lampedusa. Conversazioni su isole, politiche, migranti, scritto nel luglio scorso e uscito nei giorni scorsi per le Edizioni Gruppo Abele). E resta, anche, una piccola incrinatura nel muro di ipocrisia che circonda, nel nostro Paese, la rappresentazione pubblica dell’immigrazione.

In sintesi.
Primo. L’umanità in fuga da persecuzioni, guerre e carestie è costituita da milioni di persone. La sola guerra civile siriana ha prodotto, sino ad oggi, oltre due milioni di profughi. Di essi la stragrande maggioranza ha trovato rifugio nei Paesi vicini. Tutti i Governi europei lo sapevano e hanno chiuso gli occhi. Anzi, hanno potenziato i pattugliamenti sui mari per evitare invasioni indesiderate (così aggravando il bilancio dei morti nel Mediterraneo: oltre 6.700 negli ultimi due anni).
Secondo. La causa principale dei naufragi – veri e propri massacri prevedibili e previsti – sta nella (sostanziale) chiusura delle frontiere che costringe i migranti a percorrere, per aggirarla, ogni via possibile, anche la più pericolosa. Gli scafisti sono gli esecutori materiali dei massacri, non i responsabili principali. E il proibizionismo non è un destino o una necessità, ma una scelta.
Terzo. Non c’è nessun pericolo di invasione. Una politica accogliente, fondata su ingressi organizzati di profughi e concessione di visti per ricerca di lavoro con previsione di una distribuzione proporzionale nei paesi europei, assorbirebbe in modo indolore flussi significativi a cui si potrebbe in buona parte far fronte, per quanto riguarda gli aspetti economici, con le risorse (ingenti) oggi destinate ai respingimenti in mare, alla repressione e alla detenzione nei Centri di identificazione ed espulsione.

Orbene, nel nostro paese il sistema proibizionistico è stato aggravato in modo parossistico e ottuso dalla legge Bossi-Fini e dai suoi seguiti ma non nasce nel 2002. Nasce in realtà con la legge Turco-Napolitano del 1998 in cui l’immigrazione è consentita, nei limiti delle quote annualmente fissate, solo per occupare un posto di lavoro predeterminato e garantito, gli ingressi irregolari sono insuscettibili di regolarizzazione e ad essi si risponde con le espulsioni e il trattenimento in appositi centri di detenzione. Di ciò – nonostante gli anatemi di Eugenio Scalfari (difensore a prescindere di tutto ciò che richiama anche solo il nome del capo dello Stato) – comincia ad accorgersi anche la Repubblica che, con Tito Boeri, scrive: «Quanto alla Bossi-Fini, credo di essere stato uno dei primi a denunciarne l’inadeguatezza e la demagogia. Ma ciò che va cambiato nelle nostre leggi di immigrazione per evitare nuove stragi in mare, ha a che vedere con norme che erano già nelle leggi precedenti, a partire dalla Turco-Napolitano. Si tratta dell’ipocrisia secondo cui è possibile trovare un lavoro agli immigrati quando sono ancora nel paese di origine» (Il diritto all’asilo e alla sicurezza, 14 ottobre 2013). Speriamo che – almeno a livello di consapevolezza – questo spiraglio non venga subito chiuso…

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