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A 40 anni dal golpe cileno

 

Alberto  Arbasino ha scritto più di una volta che il nostro è un paese senza memoria. Io, che ho vissuto per più di mezzo secolo cercando di trasmettere ai miei studenti di storia contemporanea, a non trascurare la memoria del passato, soprattutto di quello più recente e importante, credo di poter essere del tutto d’accordo con lui. Così ho visto in questi giorni pallidi e imprecisi ricordi del colpo di Stato (che coinvolse con il nome di OPERAZIONE CONDOR COINVOLTE  Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay, Perù e Uruguay e qualcuno ricorderà il film che venne proiettato con lo stesso nome Operazione condor in tutto il mondo che gli Stati Uniti di Nixon e Kissinger organizzarono con le forze armate cilene per mandare a casa il presidente socialista Salvator Allende riuscendovi e ponendo al suo posto al potere la giunta dei militari presieduta da Augusto Pinochet. La data fatale è quella dell’11 settembre 1973, quando in poche ore le forze armate cilene comandate dai generali AlfredoStroessner, Augusto Pinochet e altri come Hugo Banzer-de Olivera Figuereido, Jorge Rafael Videla, Roberto Edoardo Viola, Leopoldo Galtieri, Reinaldo Bignone, rovesciarono il presidente Salvator Allende eletto e confermato dal Congresso tre anni prima con la maggioranza relativa del 36,3 per cento contro il conservatore ed ex presidente Jorge Alessandri Rodiguez (35,8% ) e il cristiano-democratico Radomiro Tomic (27,95%) con una piattaforma molto simile a quella di Allende.
In base alla costituzione, il Congresso doveva scegliere tra i due candidati che avevano ricevuto più voti. Il precedente basato su tre occasioni del 1932 in cui era sorta questa situazione, precedeva che il Congresso scegliesse semplicemente il più alto numero dei voti; tanto è vero che l’ex presidente era stato eletto nel 1958 con il 31,65% del voto popolare. Nelle elezioni del 1970 ci fu un’attiva campagna contro la conferma di Allende e la sua presidenza venne ratificata dal parlamento solo dopo che ebbe firmato uno “Statuto di garanzie costituzionali”. Nei tre anni di governo Allende perseguì una politica che aveva definito come “la via cilena al socialismo” che includeva la nazionalizzazione di grandi imprese (innanzitutto quella del rame fondamentale per l’economia nazionale), la riforma del sistema sanitario, una continuazione delle riforme del suo predecessore Eduardo Frei Montalva riguardanti il sistema scolastico, un programma per la distribuzione di latte gratis per i bambini e un tentativo di riforma agraria. Il precedente governo del cattolico  Eduardo Frei aveva già parzialmente nazionalizzato il rame, acquisendo il 51% delle miniere di proprietà straniera. Allende espropriò la percentuale restante senza ricompensare le ricche compagnie stanutinitensi che possedevano le miniere. Alla politica di Allende si opposero i proprietari terrieri, alcuni settori del ceto medio, della destra rappresentata dal Partito Nazionale, della Chiesa cattolica Romana scontenta della riforma scolastica in corso e infine una parte dei cristiani democratici che dissentivano dal leader attuale Tomic. Quello che favorì la preparazione del golpe contro Allende fu prima di tutto la crisi economica del Cile, l’inflazione del 1972 dell’escudo cileno e un’ondata di  scioperi organizzati dai camionisti, dai sindacati dei professionisti e da alcuni gruppi studenteschi. E il continuo rialzo dei prezzi alimentari, per quanto Allende alzasse i salari operai durante il 1970 e il 1971. L’ultimo sciopero di ventiquattro ore ebbe l’effetto di portare il capo dell’esercito, generale Carlos Prats, all’interno dell’esecutivo. Nello stesso tempo gran parte della stampa e degli altri mezzi comunicazione, in mano agli imprenditori e alle lobbies finanziarie legate all’economia degli Stati Uniti, parlavano senza scrupoli di un progetto segreto di Allende (che aveva parlaro di espropriazione soltanto delle proprietà terriere di oltre ottanta ettari) di fare del Cile la “seconda Cuba castrista” e imitare in tutto e per tutto quel  paese come un satellite del sistema comunista mondiale. Agli inizi del 1973 si svolsero le nuove elezioni politiche e la coalizione di Unidad Populare, raccolta intorno al presidente aumentò i suoi voti e i cristiani democratici cambiarono la loro linea e si schierarono con la Destra Nazionale per opporsi al governo in carica. I due partiti si fecero chiamare Confederacion Democratica. Sicchè il conflitto che, in assenza di una maggioranza parlamentare assoluta, nacque tra il legislativo e l’esecutivo paralizzò le iniziative del governo come quelle del parlamento.
Il 29 giugno 1973 un reggimento corazzato al comando del generale Souper compì un violento ma inutile tentativo di assalto alla Moneda e alla fine di luglio i minatori di rame di El Teniente si aggiunsero ai golpisti. Il 9 agosto il generale Pratts venne nominato comandante in capo dell’esercito e ministro della Difesa e venne sostituito al comando dell’esercito dal generale Pinochet. Il 22 agosto 1973 gli esponenti Cristiano-Democratici e del Partito Nazionale (che avevano insieme la maggioranza in parlamento) si appellarono ai militari per “porre fine immediata” a quella che descrivevano come “infrangimento della Costituzione …con lo scopo di reindirizzare l’attività del governo sul percorso della Legge ed assicurare l’ordine costituzionale della nostra Nazione e le basi essenziali della coesistenza democratica tra i cileni”.
Allende rispose rivendicando le riforme compiute e l’unione dei cileni contro i militari golpisti ma l’11 settembre Pinochet bombardò la Moneda con dei caccia Hawker Hunter di fabbricazione inglese e irruppe nel palazzo. Qui Allende si suicidò, a quanto pare, con un fucile mitragliatore che possedeva da qualche anno. Le persone detenute illegalmente e torturate in Cile durante il lungo governo miliare sono state più di 38mila e 3216 (desaperecidos) sono state uccise o fatte sparire. Ma, ancora oggi, il presidente Pinera, vicino alla destra, ha detto che Salvatore Allende fu destituito perchè aveva “distrutto la legalità e lo stato di diritto”.

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