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L’ineleggibilità secondo la Gasparri

 

Il concetto di remediation (rimediazione, tradotto) è stato elaborato da due studiosi del Georgia Institute of Technology, Jay David Bolter e Richard Grusin. Sta a significare il processo di trasformazione incessante dell’universo mediatico. In verità, il concetto fu ispirato da «Understanding Media» di McLuhan, che chiariva come il contenuto di un medium è sempre un altro medium. «Ri-mediare» significa anche rimettere mano e testa ad un campo disastrato e lasciato rigonfiare quantitativamente senza un’architettura adeguata (una scienza) che gli attribuisse un significato progressivo. Questo vale per il villaggio globale, dove la «rivoluzione digitale» sembra un sogno piuttosto che un effettivo risarcimento cognitivo di grandi masse tenute ai margini dei tradizionali saperi dell’era dei saperi analogici. In realtà, come preconizzava tanti anni fa Franco Fortini su queste pagine, la tecnologia sposta più in alto la soglia della schiavitù. E ora incombe il pensiero unico. E vale ancor più per una parte del tutto, un’Italia devastata proprio laddove negli anni Sessanta sembrava all’avanguardia- Olivetti docet. Più telefoni cellulari che abitanti, nessuna azienda italiana manifatturiera, precarizzazione totale del lavoro, colonizzazione culturale.

E veniamo alla patologia drammatica: lo squarcio del tessuto civile determinato dalla concentrazione inaudita del potere mediatico nelle mani del Re Media Berlusconi, unita alla mancanza di una civile regolazione del conflitto di interessi. È avvenuto un paradossale spostamento dell’ordine degli addendi: la comunicazione si è fatta politica e la politica si è fatta comunicazione. La televisione berlusconiana ha plasmato le coscienze del ventre molle, costruendo una sottocultura fatta di populismo e di egoismo proprietario. E il cattivo modello televisivo (non quello buono, messo in soffitta da una Rai irriconoscibile, che cancella i suoi programmi migliori come «La storia siamo noi») ha egemonizzato il ceto politico e il «partito», ridotti a ceto e a leadership pervasivi e autoreferenziali.
C’è proprio da ri-mediare, insomma. Anzi. Il capitolo preliminare è proprio quello della divisione dei poteri. Non è più tollerabile che non si risolva una volta per sempre la questione del conflitto di interessi. Nell’attuale parlamento una maggioranza teorica c’è. Perché non farla valere, per ripristinare l’autonomia dell’informazione, bene comune come sottolinea Stefano Rodotà? È angosciante assistere al balletto sull’ineleggibilità del tycoon di Arcore. Colpisce che l’autorevole Luciano Violante sostenga l’eleggibilità, come è un colpo al cuore risentire e rivedere le dichiarazioni dell’allora capogruppo dei Democratici di sinistra sulla scelta del centrosinistra di non indebolire Mediaset. Purtroppo così anche Epifani. E sì, perché in tale materia si trova il sintomo di una crisi identitaria profonda, di una remissione di soggettività. È un’antica maledizione: al governo o all’opposizione fa lo stesso. La legge del ’57 sulle ineleggibilità è in vigore e vale anche per chi non è il concessionario formale ma ha il controllo di fatto su un’azienda. Vale per Berlusconi e non solo per Confalonieri. Del resto, i concetti di controllo e collegamento stanno nel «Testo unico sulla radiodiffusione». Varato da Gasparri.

* da Il Manifesto

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