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Vite di palestinesi nelle carceri di Israele

 

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a cura della Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese

Articolo di: NEAR EAST NEWS AGENCY

Al primo febbraio 2013, nelle 17 prigioni, nei quattro centri per gli interrogatori e nei quattro centri di detenzione israeliani, erano rinchiusi 4.812 palestinesi. Di questi, 219 tra minori e bambini, ben 31 sotto i sedici anni. Tutte le strutture di reclusione, ad eccezione del carcere di Ofer, si trovano all’interno di Israele, in palese violazione dell’Art. 76 della IV Convenzione di Ginevra, che stabilisce che una potenza occupante deve detenere i residenti del territorio occupato nelle carceri all’interno del territorio stesso. Il nostro dossier si apre con una prefazione che riporta il “discorso agli israeliani” di Samer Issawi, il prigioniero palestinese che prosegue senza interruzione da oltre otto mesi lo sciopero della fame, per protestare contro l’arrestato subìto il 7 luglio del 2012 con la pretestuosa accusa di essersi spostato dal centro di Gerusalemme verso la periferia della città. L’illegittima detenzione si protrae, da allora, senza che nemmeno gli siano stati notificati i capi di imputazione. Caso non unico di “detenzione amministrativa”, una procedura assolutamente illegittima cui le forze di occupazione israeliane fanno ampio ricorso: a febbraio 2013, 178 palestinesi risultavano imprigionati a tale titolo. Ormai in fin di vita, Samer, divenuto il simbolo della lotta dei prigionieri palestinesi contro le violazioni dei loro diritti, si rivolge agli israeliani così: “Non accetto i vostri tribunali e le vostre leggi arbitrarie. Dite di aver calpestato e distrutto la mia Terra in nome di una libertà che vi è stata promessa dal vostro Dio, ma non riuscirete a calpestare la mia nobile anima disobbediente. Forse capite che la consapevolezza della libertà è più forte di quella della morte”. Quella di Samer è una delle nove testimonianze di uomini e donne detenuti nelle prigioni israeliane, riportate nel dossier ed elaborate a partire dalle testimonianze provenienti dagli archivi di Addameer, organizzazione non governativa per la difesa dei diritti umani. Nella parte dedicata alla presentazione degli aspetti umani e politici di una tragedia ancora ampiamente ignorata, sono riportate anche le valutazioni di sette osservatori di Addameer sulle modalità processuali dei tribunali militari, che spesso non prevedono un’accusa vera e propria, né tantomeno delle prove. “Il soldato israeliano interrogato come testimone – riferisce ad esempio Rachel Davidson, ebrea con una nonna deportata ad Aushchwitz -non sapeva dir altro che: non ricordo. Di fatto, nessuno ricordava perché questi ragazzi fossero stati portati di fronte al tribunale”. Conferma Peter Hamm, altro osservatore: “Ho capito subito che non c’erano prove o testimonianze da sottoporre ai giudici; né c’era una qualsivoglia parvenza di procedura che ricordasse un procedimento giudiziario. Il tutto era squisitamente politico”. Sotto questo tipo di processi sono passati e sono stati condannati gran parte degli 800.000 palestinesi arrestati dai militari israeliani a partire dal 1967, data d’inizio dell’occupazione, nei Territori Palestinesi occupati, cioè ben il 20% della popolazione residente. Moltissimi di loro inoltre, vengono ripetutamente arrestati, anche senza motivo se non vaghe “ragioni di sicurezza”, e i fermi amministrativi vengono rinnovati per mesi, a volte per anni, primi del processo o della scarcerazione. L’intera filiera del sistema repressivo, dall’arresto al processo – quando avviene – alla detenzione e all’eventuale rilascio, è gestita in costante violazione delle norme che regolano i procedimenti giudiziari, la tutela della salute, la dignità della persona e la integrità fisica e psichica dei prigionieri. Spesso arrivano a configurarsi veri e propri casi di tortura – vietata dalla Convenzione approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU il 10 dicembre 1948. Una Convenzione ratificata solo nel 1991 da Israele, che però non la rispetta, torturando, di fatto, i palestinesi, non solo durante gli interrogatori ma anche durante la detenzione. Non scampano ad essa neppure le donne e i bambini, secondo quanto riferiscono prestigiose riviste mediche internazionali, come il British Medical Journal e Lancet e importanti quotidiani come il Guardian. In questa orrenda pratica è coinvolto anche personale sanitario, al punto che Amnesty International ha affermato nel 1996 che medici israeliani “fanno parte di un sistema nel quale i detenuti sono torturati, maltrattati e umiliati tanto che la pratica medica all’interno delle carceri entra in conflitto con l’etica medica”. L’assoluta impunità è peraltro assicurata per chi esercita maltrattamenti e tortura. Quanto ai processi, avvengono presso tribunali militari che applicano le circa 1700 “ordinanze” emanate da autorità militari dal 1967, in violazione dell’Art. 66 della Quarta Convenzione di Ginevra. In base a a tale articolo, i Tribunali Militari dovrebbero occuparsi solo di casi che riguardano la violazione della legislazione in materia di sicurezza, ma la giurisdizione dei Tribunali Militari israeliani va ben oltre, perché le ordinanze militari criminalizzano molti aspetti della vita civile palestinese. Manca, inoltre, qualsiasi garanzia di un giusto processo, a partire dall’assenza di avvocati negli interrogatori, alle difficoltà ad organizzare una difesa efficace, anche per l’uso di imputazioni basate su “informazioni segrete”, dunque spesso non rivelate all’imputato e all’avvocato. Oltre, ovviamente, alla pratica consolidata di estorcere confessioni con la forza e le minacce. Le condizioni della detenzione, sia sotto il profilo ambientale, che quello sanitario, dell’alimentazione, della possibilità di accesso all’istruzione e dei contatti con gli avvocati e con i familiari sono al di sotto degli standard stabiliti delle norme internazionali, con documentate conseguenze rilevanti sulla salute fisica e psichica delle persone detenute. Conseguenze ancora più gravi nel caso dei minori e di donne, molte delle quali in stato interessante e, nonostante questo, spesso costrette a subire maltrattamenti anche in stato di gravidanza avanzato. Contro i soprusi e le condizioni degradanti cui sono vittime, i prigionieri e le prigioniere palestinesi ricorrono sempre più frequentemente allo sciopero della fame, individuale e di massa, in alcuni casi protratto ad oltranza, come forma di lotta per rivendicare il rispetto delle norme del diritto internazionale e dei propri diritti. La loro resistenza vuole affermare, davanti al mondo, la volontà del popolo palestinese a vivere in libertà e con dignità sulla propria terra.

Da Perlapace

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