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E ora Israele teme un’altra intifada

 

di Augusto Rubei*
http://ilmondodiannibale.globalist.it/

Intorno alle due del pomeriggio di giovedì, mentre era in corso la sepoltura ad Hebron del prigioniero palestinese Maysara Abuhamdieh, morto di cancro in un carcere israeliano, le forze della Difesa ebraica presenziavano una cerimonia per segnare un cambio dei comandi alle divisioni militari ‘Judea’ e ‘Samaria’ della località di Nebi Samuel, a nord di Gerusalemme.

Nelle circostanze attuali, a pochi giorni dall’ennesimo scambio di razzi tra Tel Aviv e i miliziani islamici di Gaza che ha sancito ufficialmente la rottura della tregua siglata a novembre, il ruolo di generale capo dell’Israel Defense Forces in Cisgiordania è probabilmente una delle posizioni più sensibili per Israele sul piano della propria sicurezza.

Il comandante in arrivo si chiama Tamir Yedai, già noto lungo il confine libanese visti i suoi precedenti incarichi. Sarà lui, dopo il generale Aggeo Mordechai, ad avere l’arduo compito di contenere un’area che secondo gli esperti ha tutte le caratteristiche per diventare il prossimo teatro di una terza possibile intifada.

L’importante risultato ottenuto in Cisgiordania dall’Idf e dalla Shin Bet (l’agenzia di intelligence per gli affari interni dello Stato ebraico) ha aperto dal 2007 una fase di stabilità risultata decisamente conveniente all’attuale governo di Benjamin Netanyahu. Negli ultimi anni gli attentati suicidi hanno ricevuto una battuta d’arresto, la violenza è diminuita drasticamente e le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese che rispondono all’esecutivo Abbas-Fayyad hanno lavorato in stretto coordinamento con i loro colleghi israeliani.

Ma di recente, ed in particolare dal mese di dicembre appena dopo il riconoscimento della Palestina come ‘Stato non membro’ delle Nazioni Unite, nella regione sembra si sia registrata una sostanziale inversione di marcia. Sono aumentate le manifestazioni di protesta, è cresciuto il numero di incidenti e di attacchi incendiari nei confronti dei veicoli dell’esercito israeliano, si è aperto un nuovo clima di “terrore popolare” individuale, e non affiliato.

Otto cittadini palestinesi sono morti in Cisgiordania dallo scorso gennaio, compresi i due ragazzi di 16 e 17 anni freddati dal fuoco dei soldati ebraici ad est di Tul Karm durante una dimostrazione convocata per la morte del prigioniero Abuhamdieh. Fonti del comando centrale dell’esercito israeliano citate dal quotidiano Haaretz hanno tentato di chiarire le dinamiche dell’operazione spiegando che i due, insieme ad altri manifestanti, si erano avvicinati in piena notte presso un postazione fortificata dell’Idf trasportando dei dispositivi incendiari.

E’ difficile valutare il senso di pericolo che i soldati israeliani debbano aver provato in quel momento. Com’è difficile capire quanto tra le loro intenzioni vi fosse davvero la volontà di evitare il decesso di quei due giovani dimostranti, soprattutto se si considera che il protocollo di difesa dell’Idf nelle zone a rischio stabilisce di “entrare in contatto” con il nemico al primo segnale di rischio senza alcuna esitazione.

Giovedì, sempre nel corso della cerimonia per il passaggio di consegne a Nebi Samuel, il neo-comandante Yedai ha detto che nella regione è in atto uno “sconvolgimento storico” e che “nessuno è in grado di sapere come andrà a finire”. In fondo, la Striscia di Gaza e la Cisgiordania sono da sempre due facce della stessa medaglia, con evidenti analogie se si guardano, ad esempio, gli ultimi sviluppi lungo le alture del Golan e in Egitto.

Su entrambi i fronti, Israele affronta da tempo incidenti di entità ancora piuttosto bassa, ma la cui frequenza è in forte aumento. Solo nelle ultime 72 ore ci sono stati diversi colpi esplosi dalla Siria, due palestinesi morti, un attacco missilistico inusuale proveniente dalla Striscia e la distribuzione di una batteria Iron Dome vicino a Eilat a causa delle crescenti preoccupazioni registrate nel Sinai.

Tutto ciò, però, oggi incide solo parzialmente sulla qualità della vita della maggior parte degli israeliani, ad ovvia eccezione di situazioni circoscritte come quelle venutesi a creare lo scorso anno nell’ambito dell’operazione ”Pilastro della Difesa”, condotta da Tel Aviv con l’obiettivo di eliminare le cellule terroristiche di Hamas e costata la vita a centinaia di persone.

Attualmente la probabilità che un paese arabo possa dichiarare guerra ad Israele è infatti molto bassa, ma il pericolo di un inasprimento delle tensioni in Medio Oriente dovuto allo scoccare di sporadiche scintille resta vivo. Lo ha dimostrato il caso del prigioniero morto nel centro di detenzione ebraico: in poco tempo Abbas si è ritrovato a un duro scontro verbale con il governo Netanyahu. A condizione di una riapertura dei colloqui di pace ha chiesto al segretario di Stato Usa John Kerry il rilascio di tutti i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane e, inoltre, la concessione della cosiddetta ‘Zona C’ della Cisgiordania sotto controllo di Tel Aviv in base agli accordi di Oslo del 1993.

Condizioni che difficilmente saranno accolte da Israele e che rischiano di bloccare i negoziati in un’impasse di lungo periodo. Per questo, con ogni probabilità, lo Stato ebraico continuerà ad adottare una linea tipicamente attendista mantenendo i conflitti nei vari fronti a fuoco lento. L’obiettivo è farsi guidare dall’iniziativa assunta dalla Casa Bianca per una riapertura concreta dei colloqui con la parte palestinese, senza correre il rischio di accelerare un processo che, invece, potrebbe nascondere una nuova spirale di violenze nella regione. E, con Yedai, oscurare anche l’immagine del premier Benjamin Netanyahu, riconfermato (con non poche difficoltà) da appena due mesi al governo del Paese.

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