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L’inferno della Nigeria

 

Oggi la follia estremista ha ucciso un altro italiano coraggioso, un ingegnere non più giovane che faceva onore al nostro Paese, Silvano Trevisan (nella foto). Sono stato in Nigeria venticinque anni fa. Era la mia prima trasferta seria da inviato, appena arrivato al Tg1 ma resta una delle più difficili e pericolose. Un grande maestro come Roberto Morrione, capace di anticipare sempre la notizia, mi incaricò di seguire la vicenda dei rifiuti tossici. In una discarica dalle parti di Benin city, nel porto di Koko, erano stati ammassati centinaia di bidoni provenienti dall’Italia. Scaricati, grazie alle complicità locali, da ditte italiane. Nel filmato quelle ditte erano individuabili e, dopo il servizio in televisione, l’allora pretore Amendola aprì un’inchiesta che portò alla condanna di quelle ditte. Anche noi, per fare quelle riprese, fummo costretti a pagare. Come fummo costretti a pagare appena entrati nel Paese solo per riavere il passaporto o per avere la stanza superprenotata dell’albergo. Poi a Lagos tentammo di seguire un’altra vicenda delicata: il sequestro da più di un mese di ventiquattro marinai italiani, bloccati su una nave mercantile.
Forse legato alla storia dei bidoni tossici perchè il governo nigeriano voleva un risarcimento e teneva quei marinai come ricatto. La questione del sequestro era ufficiale e allora decidemmo di non pagare nessuna tangente. Ci mettemmo tranquillamente in fila. Dopo nove giorni estenuanti riuscimmo ad ottenere il permesso del ministro dell’informazione e del governatore della capitale. Pieni di pezzi di carta andammo allora al porto a riprendere la nave. L’operatore, il compianto Franco Stampacchia, fece appena in tempo a tirare su la telecamera che ci arrestarono. Ricordo, nome lugubre, si presentarono come SSS: i servizi di sicurezza del presidente. Con potere su tutto e su tutti. Ci dissero: “Quella per noi è carta straccia”. Ci tennero per un giorno in gattabuia e poi ci tolsero i passaporti in quello che era una specie di arresto domiciliare: chiusi nella stanza d’albergo con due ufficiali fuori la porta. Che però la notte andavano via convinti che ormai tanto non eravamo pericolosi (con il buio) e invece noi andavamo all’aeroporto a spedire i servizi girati dalla terrazza che stava proprio sopra il porto.
La stessa sorte toccò anche a una troupe del Tg2 guidata dall’amico Stefano Marcelli che ora si batte per la libertà di stampa. Quell’avventura meriterebbe un lungo racconto come la grande paura di vivere a Lagos dove la vita non valeva una “naira”, con gli italiani asserragliati armatissimi dentro casa e la scoperta del mercato di carne umana. Dopo una settimana abbondante ci mandarono via, per fortuna. Qualche giorno dopo mi arrivò in redazione a Roma una letterina dell’ambasciata nigeriana. Gentissima, avvertiva: “Per il vostro bene non tornate mai più a Lagos, è un consiglio”. Non ci sono più tornato. Dovevo tornarci qualche anno fa, ma il destino mi portò invece a Kabul dove incappai nel sequestro di Daniele Mastrogiacomo. Non so se ci ho guadagnato, ma tant’è: fare il reporter ormai non è più facile da nessuna parte. 

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