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Rai, liste proscrizione non ancora cancellate

 

Nell’agenda di Monti, capitolo “una società aperta, merito e mobilità sociale” si legge tra l’altro che “occorre ridurre lo spazio per i condizionamenti della politica nelle carriere amministrative e professionali, come si è cominciato a fare per i primari nella sanità e nella scelta della nuova dirigenza Rai”. 

Quest’ultimo punto è certamente fra i più scottanti, perché concerne in sostanza la libertà e il pluralismo dell’informazione nell’emittente pubblica.

Certamente la scelta della nuova dirigenza Rai presenta aspetti di novità rispetto al passato. Le carriere della Presidente Tarantola e del Direttore Generale Gubitosi non hanno radici in politica. I meriti da loro acquisiti non consistono nell’avere obbedito al potente di turno. Tarantola ha alle spalle la sicurezza della Banca d’Italia. Gubitosi non è Masi, stretto collaboratore di Berlusconi, pronto a tutto per allontanare dai teleschermi le persone non gradite al Capo.

Ma non basta che i nuovi dirigenti della Rai possano presentare un curriculum che li distingua dai loro non commendevoli predecessori. Occorre, in concreto, la dimostrazione che si è cambiata strada, che il comportamento dei nuovi arrivati è coerente con il loro curriculum. Questo ancora non è avvenuto. La struttura di potere creata nelle testate giornalistiche Rai da Masi e Minzolini non appare scalfita. Non si è resa giustizia a coloro che, per aver difeso la correttezza dell’informazione e non essersi piegati ai diktat esterni, hanno subito gravi pregiudizi di carriera e tuttora si trovano in condizioni di penosa emarginazione, nonostante che il Giudice del lavoro abbia ravvisato pratiche illecitamente discriminatorie.

Le liste di proscrizione ovvero di avanzamenti sponsorizzati, compilate dai giannizzeri di Berlusconi, non sono state cancellate. E’ tempo dunque che la nuova direzione della Rai dimostri con i fatti che certi tempi sono finiti e che il culto del merito non è solo verbale.

Non è pensabile chela Rai affronti la prossima campagna elettorale senza effettive garanzie di correttezza e di pluralismo dell’informazione.

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