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La Bamba

 

Non è proprio uno di quei libri che si regalano a Natale e non si può dire che l’argomento che tratta sia particolarmente originale, visto che sul narcotraffico e sulle sue triangolazioni mondiali e geopolitiche, pure qui in Italia, sono stati pubblicati numerosi di saggi negli ultimi anni.  Tuttavia, “La Bamba”, la nuova inchiesta pubblicata proprio in questi gironi da Dalai, si contraddistingue, sino ad eccellere, per completezza e profondità di analisi, riuscendo a raccontare dettagliatamente ogni fase del processo che porta la foglia di coca ai “nasi” di tutto il mondo (se non viene fumata come “crack”). Con il corredo delle bellissime fotografie di Antonello Zappadu il fotoreporter balzato, qualche anno fa, agli onori della cronaca per aver “spacciato” le famose foto che ritraevano Silvio Berlusconi in “pose imbarazzanti” a Villa Certosa. Lui, non a caso, risiede da anni proprio in Colombia, uno di quelli che sono stati definiti “narco-stati”. L’autore dell’inchiesta da cui deriva “La Bamba” (soprannome gergale della coca) è, invece, Paolo Berizzi, quarantenne inviato di Repubblica,  già autore di altri interessanti libri, non solo per Dalai.

In questo caso, Berizzi parte dai laboratori clandestini del Putumayo, nella foresta amazzonica colombiana ai confini con l’Ecuador, dove si produce almeno la metà della cocaina consumata nel mondo: un’insidiosa “terra di nessuno” in cui si muovono campesinos, eserciti di narcotrafficanti, guerriglieri, paramilitari, truppe regolari. Si parte, quindi, dalla raccolta delle foglie di coca, e la loro trasformazione nei laboratori clandestini, per seguire, poi, il lungo viaggio, a tappe, di un grammo di cocaina, praticamente in presa diretta. Attraversando un’umanità disperata e criminale che non ha confini geografici, ma abita qualsiasi area del mondo, dalle foreste amazzoniche, appunto, ai marciapiedi bui delle nostre città. In questo lunghissimo viaggio di quasi 200 pagine, s’incontrano, allora, le famiglie di contadini per i quali la droga è l’unica fonte di sopravvivenza, i chimici improvvisati nelle vie di Cali, le storie di piccoli spacciatori, di Paesi piegati dalla violenza in una guerra che l’Occidente e gli USA, si può dire, hanno perso. Anche perché, finchè non si riuscirà a ridurre la domanda di sostanze stupefacenti, la percentuale globale di consumatori, ogni azione repressiva non potrà mai avere effetti a lungo termine: sembra che per ogni pianta estirpata ne rinascano altre dieci!

Nel nuovo libro di Berizzi e Zappaddu viene raccontato tutto, quindi, con durezza e senza censura, quasi stessimo compiendo lo stesso viaggio di un panetto di droga, compresi, ovviamente, tutti i trucchi per trasportarla e camuffarla. In Italia, si toccano le coste sarde, si fa tappa nel porto di Genova, per poi approdare sulle strade di Milano, il capolinea finale: quella che ormai viene considerata capitale italiana, se non europea, della coca, tra i pusher dei vip e delle periferie, e i consumatori più impensabili come chirurghi o, addirittura, donne gravide. L’ultimo capitolo del reportage è proprio dedicato agli “schiavi della coca” in cui, anche in questo caso, si raccolgono testimonianze dirette: in 200 pagine aspre, ma ricche di dati ed esperienze-osservazioni sul campo, si passa, quindi, dagli schiavi della “produzione”, per cui la coltivazione di coca è l’unica possibilità di sopravvivenza, sfruttati per questo, senza pietà, dai grandi cartelli del narco-traffico, agli schiavi del “consumo” il cui numero è in progressivo aumento anche nel nostro paese, in qualsiasi regione e città…

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