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Il tabacco che uccide senza fumarlo

 

Pubblichiamo di seguito l’articolo dal titolo ” Il tabacco che uccide senza fumarlo” di Francesco De Augustinis,  inchiesta vincitrice della prima edizione del Premio Roberto Morrione. Il Premio dedicato a Roberto Morrione è una sezione del Premio giornalistico televisivo Ilaria Alpi e finanzia la realizzazione di progetti di video inchieste su temi di cronaca nazionale e internazionale rilevanti per la vita politica sociale o culturale dell’Italia, quali l’attività delle mafie e delle organizzazioni criminali, l’esistenza di traffici illegali, come traffici di rifiuti tossici, di armi, di esseri umani, di droghe, ecc., le attività di corruzione e di intimidazione, l’esistenza di attività di organizzazioni segrete o clandestine con progetti eversivi o terroristici, nonché le violazioni dei diritti umani.

Il tabacco che uccide senza fumarlo
di Francesco De Augustinis 

A. vive in un piccolo paese di poche case nei pressi di Trevi, in provincia di Perugia. Poche case e, tutto intorno, campi seminati o piante di tabacco, a seconda delle stagioni. Da qualche anno la donna, sulla cinquantina, vive costretta tra le mura di casa, persino lontana dalla luce del sole. “Sta male, è malata”, racconta il marito, facendo riferimento a un grave problema al sistema nervoso che da alcuni anni ha colpito gravemente la donna. “Quest’anno l’abbiamo portata nelle Marche, in visita a un medico esperto nel valutare i fattori ambientali di alcune patologie. Volevamo conoscere le cause della sua malattia. Lui ha fatto alcuni esami, esami strani, non so quanto attendibili”, racconta il marito di A. “Alla fine ci ha detto che la colpa era dell’esposizione ai pesticidi del tabacco. (Lei) ha sempre vissuto a pochi metri dai campi di tabacco”.

A. ha rifiutato di essere intervistata, come il marito ha rifiutato di essere ripreso da una telecamera. “Non possiamo essere certi della responsabilità del tabacco”, ha detto esitante il marito. “E poi, siamo in un paese piccolo, io ho rapporti di lavoro… non posso mettere in giro voci di cui non sono sicuro”, ha detto ancora, facendo riferimento ai suoi legami con una grande azienda  produttrice di tabacco della zona.

É su decine di storie “sommerse” come quella di A. che si snoda “Il tabacco che uccide senza fumarlo”, inchiesta viaggio negli “scheletri nell’armadio” della coltivazione di tabacco in Italia.

L’Italia è ancora oggi uno dei paesi leader al mondo per la produzione di tabacco. Un “export di greggio” di 218 milioni di euro che vale il primato europeo, destinato in larga parte alle principali multinazionali come la Bat -British American Tobacco- o la Phillip Morris.

Trattandosi di una coltivazione non alimentare e piuttosto “delicata” quella del tabacco è una delle colture dove si pratica un uso particolarmente massiccio di pesticidi e vari prodotti fitosanitari, per la lotta chimica alle patologie delle piante, agli insetti, alle muffe che colpiscono il terreno. Prodotti chimici irrorati ogni estate sulle distese di terra prima e di piante poi, cui vengono sistematicamente esposti lavoratori e abitanti delle zone limitrofe ai campi.

Anche se ad oggi non esistono in Italia studi epidemiologici esaustivi che isolino solo il fattore pesticidi nel valutare l’incidenza di simili patologie, a lasciare sorpresi è l’incidenza tangibile delle patologie negli ambienti vicini al tabacco. Nei bar e nei vicoli dei piccoli paesi e delle città dove da decenni si vive di tabacco, in Umbria, Campania, Veneto, Lazio, Toscana, basta pochissimo per raccogliere decine di voci e testimonianze di persone che hanno avuto problemi di salute, dalle “semplici irritazioni” a vere e proprie intossicazioni.

“In genere durante i trattamenti lavoravamo. In aree casomai diverse, con un’unica forma di sicurezza che era la direzione del vento che però in 8-10 ore di lavoro ovviamente cambiava, quindi spesso venivamo anche investiti dall’odore dei pesticidi”, racconta Wilde, ex dipendente di un’azienda che coltiva tabacco nei pressi di Perugia. Una storia simile a quella di Noel, Nana, e tanti altri dipendenti e lavoratori stagionali del tabacco, spesso immigrati, che solo in alcuni casi hanno raccontato la sistematica esposizione ai prodotti chimici usati dalle rispettive aziende, e che sono state costrette a fare i conti con delle “semplici” irritazioni o con  gravi patologie, a volte permanenti, al sistema nervoso o a quello endocrino.

Storie che vivono come in contrapposizione con le vicende della filiera del tabacco, di cui fanno parte le singole aziende, ma anche i consorzi agricoli, le associazione di categoria, le aziende chimiche, la politica. Poteri e lobby, che girano intorno al business del tabacco e a quello dei fitofarmaci. Dinamiche attuali, oggi più che mai, con la filiera impegnata in una “levata di scudi” contro le nuove restrittive normative comunitarie su sigarette e pesticidi, mentre altrove è ancora all’ordine del giorno l’ormai noto assurdo conflitto tra la tutela dello sviluppo e del lavoro e la difesa della salute e dell’ambiente.

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