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La lezione siciliana

 

Elezioni regionali in Sicilia. Votano in pochi, meno della metà degli aventi diritto, e quei pochi sono decisamente divisi. Vince il PD, ma con buona pace di Bersani  e del risultato “storico” del suo partito, neppure l’alleanza con l’Udc è sufficiente da sola a garantire una maggioranza. Che serva di lezione, anche per l’orientamento da prendere nei prossimi mesi in vista delle politiche. Del resto, nessuno oggi riproporrebbe quell’infelice “andiamo da soli” di veltroniana memoria.

Aprirsi alla “società civile” sembra essere un’esigenza avvertita, almeno a parole, da tutte le forze politiche. Ma senza una reale apertura  alle diversità di cui la nostra società è ricca, rimane uno slogan vuoto di senso. Governare gli italiani non è difficile, è impossibile, diceva qualcuno. Se vogliamo smentirlo, non illudiamoci di poter  fare a meno di una mediazione paziente. E prima ancora dell’attenzione per tutti, compresi  il “partito” degli astensionisti e il movimento di Grillo. Ciò che è appropriato e augurabile per un soggetto politico – identità di valori e progetti – si è dimostrato impraticabile da noi per una coalizione di governo. Come a suo tempo aveva capito Berlinguer, l’arte della politica, nel paese di Machiavelli, non può che essere l’arte del compromesso, ma nel senso più nobile della parola.

Alla vigilia di una tornata elettorale tra le più incerte e complicate del dopoguerra, il problema delle alleanze chiede di essere affrontato al più presto con umiltà e decisione. Con umiltà e con il pensiero  finalmente rivolto all’interesse democratico del paese, prima che a quello della propria parte politica, deve essere innanzitutto accolto l’ appello del Capo dello Stato per una buona legge elettorale. La lezione siciliana dovrebbe essere sufficiente a spegnere sulle labbra  il sorrisetto di chi si affretta a liquidare come utopia questo tipo di  ammonimenti.

Nel quadro dei principi costituzionali di libertà, eguaglianza e solidarietà che dovrebbero sempre ispirare le maggioranze di centro sinistra, la scelta degli alleati dovrebbe essere libera da pregiudiziali e affidata al dialogo e alle possibilità di un accordo fatto di pochi punti programmatici e di procedure decisionali condivise, come pare abbia proposto il segretario PD.  Se si trova l’accordo, i veti reciproci come quello di Casini per Vendola e viceversa vanno decisamente superati come esempio di una vecchia politica non più tollerata dagli elettori.

Infine, che si  faccia o no una buona legge elettorale, un’altra esigenza si impone per l’immediato futuro: quella di garantire il pluralismo dell’informazione e l’autonomia del servizio pubblico radiotelevisivo. La reiterata aggressività di Berlusconi all’indomani della sua condanna per frode fiscale non lascia dubbi sulla sua determinazione ad utilizzare per la sua campagna tutti gli strumenti mediatici, pubblici e privati, a sua disposizione. A garantire una reale “par condicio”  non basterà certamente la buona volontà di due consiglieri di minoranza alla RAI. Servono regole severe e autorità per imporle. Per quanto tempo il governo Monti e la sua “strana” maggioranza resteranno ancora a guardare?

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