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Siria, al di là della caduta del regime

 

di Lorenzo Trombetta*
Nessuna battaglia in Siria è “decisiva”, eppure ogni scontro, anche il più modesto e il più dimenticato dai media, partecipa a determinare l’esito finale della contesa tra il regime di Damasco e i suoi antagonisti. Tra questi sono ormai protagonisti i ribelli armati, giunti nel cuore della capitale politica (Damasco) e di quella economica (Aleppo). Mentre i manifestanti pacifici e gli attivisti non violenti – i primi nel marzo 2011 ad aver fatto tremare il potere osando chiedere “riforme” – sono sempre più ai margini del conflitto.
A chi incessantemente vi assilla con la domanda: “quando cadrà il regime?” potete tranquillamente rispondere che in parte è già caduto. Perché parte del territorio siriano non è più sotto il controllo delle forze fedeli al presidente Bashar al Asad. E difficilmente vi tornerà. E a chi per “caduta del regime” intende la fine – politica o fisica – del raìs, potete ricordare che la sua uscita di scena non significherà necessariamente la fine del regime fondato più di quarant’anni fa dal padre Hafez.

Emancipandosi da queste due trappole mentali (“Aleppo è la battaglia decisiva?”; “il regime cade o non cade?”), a mio avviso si possono leggere con più lucidità gli eventi più recenti e ciò che ne consegue.

1) Prima di tutto, il presunto indebolimento del regime dopo l’uccisione, nell’attentato del 18 luglio, di quattro esponenti della struttura di potere siriano. Di questi, solo Assef Shawkat, genero del presidente al Asad, faceva parte della cerchia dei decisori. Gli altri (il ministro della difesa Dawud Rajha, il capo della cellula anti-crisi Hasan Turkmani, il comandante dell’Ufficio per la sicurezza nazionale Hisham Bakhtiyar) erano da sempre o da un po’ di anni relegati a soprammobili della stanza dei bottoni.

La loro uscita di scena, ufficializzata e resa pubblica con grande risalto dai media di regime, potrebbe esser stata addirittura un bene per chi oggi è ai vertici del potere. Shawkat era da molti anni ai ferri corti con Maher al Asad, fratello minore di Bashar e capo di fatto della Guardia Repubblicana. La sua morte era stata già anticipata – “per avvelenamento” – nei mesi scorsi, ma non vi erano mai state conferme.

Siamo tanto abituati a mettere in dubbio le versioni ufficiali di Damasco, eppure nessuno ha messo in dubbio la versione ufficiale siriana dell’attentato del 18 luglio. Un’esplosione c’è stata quel giorno nei pressi di piazza Rawda, lo confermano numerosi testimoni oculari. Ma cosa sia veramente successo all’interno di una delle stanze della sede dell’Ufficio della sicurezza nazionale rimane per ora un mistero.

Ci hanno raccontato che è morto Shawkat. Forse era già morto?Aveva svolto – ci hanno detto – un ruolo cruciale nella repressione. Anche il generale Ali Habib, ministro della difesa liquidato nell’agosto 2011, aveva fino ad allora svolto un ruolo cruciale nella repressione. Eppure, quando hanno cominciato a uccidere un centinaio di persone al giorno all’inizio del Ramadan 2011, Habib ha cominciato a storcere il naso. In men che non si dica è apparso sugli schermi della tv di Stato annunciando le sue dimissioni per motivi di malattia, inneggiando a Bashar al Assad. Qualcuno ha più avuto notizie certe di Habib?

Per quanto riguarda gli altri tre uccisi a Rawda, la loro scomparsa elimina dalla scena tre possibili scomodi testimoni dell’attività della cellula anti-crisi. Turkmani non ha mai contato molto nel regime siriano, perché mai avrebbe dovuto contare durante questo delicatissimo periodo? Rajha, primo cristiano nella storia della Siria contemporanea a ricoprire la carica di ministro della Difesa, era stato scelto per rimpiazzare Habib. Non si rimuove un ostacolo con un altro.

Bakhtiyar (in alcuni casi appare come Ikhtiyar) era stato un astro dell’apparato di sicurezza, ma da anni era caduto in disgrazia. E si sa, in Siria quando cadi in disgrazia o ti suicidano (Muhammad al Zubi, Ghazi Kanaan) o diventi ambasciatore (Abdallah Dardari) o ti affidano un incarico di rappresentanza. Bakhtiyar era capo dell’Ufficio della sicurezza nazionale, che da molti anni aveva ormai smesso di coordinare il lavoro delle quattro agenzie di controllo e repressione ed era espressione del potere formale del partito Baath, sempre più in declino.

Chi ha piazzato l’ordigno all’interno della sala riunioni nei pressi di piazza Rawda? C’è chi ha scritto – a ragione – che quell’attentato non può essere il lavoro di un manipolo di ribelli e che dietro c’è un servizio di sicurezza. Israele? Stati Uniti? Turchia? Iran? Arabia Saudita? Oppure è il risultato di un regolamento di conti interno, e i ribelli avrebbero potuto svolgere solo il ruolo di esecutori.

L’attentato del 18 luglio non è però simile agli altri compiuti nei mesi scorsi e attribuiti ad al Qaida. Su questi pesa il sospetto, per molti aspetti fondato, che gli stessi servizi segreti del regime li abbiano preparati ed eseguiti. In quei casi i media ufficiali sono stati sempre pronti, sul posto, a raccontare quasi in tempo reale l’orrore del terrorismo. Nessun’immagine è invece stata diffusa dalla tv di Stato e dall’agenzia ufficiale Sana di quanto avvenuto nei pressi di piazza Rawda. Questo conferma che per una parte del regime sia stato in effetti un colpo a sorpresa ma non esclude l’ipotesi del regolamento di conti interno.

Ricordate l’esplosione in cui è stato gravemente ferito a Sanaa, in Yemen, l’allora presidente Ali Abdallah Saleh? Fu colpito nella moschea del palazzo presidenziale, uno dei luoghi più protetti del compound. E con lui c’erano solo alcuni suoi uomini “fidati”. Inizialmente i media di Sanaa attribuirono l’esplosione a un mortaio sparato dai militari ribelli. Solo in seguito è stato dimostrato che la deflagrazione è avvenuta all’interno della sala di preghiera. Quel ferimento è stato per Saleh l’inizio della sua fine politica. E chi ha dato ordine di piazzare la bomba era a palazzo e, con molta probabilità, è ancora lì, magari promosso.

Tornando a Damasco, alle riunioni della cellula anti-crisi non partecipava mai Bashar al Assad (i dettagli di questi incontri sono stati ampiamente raccontati nei mesi scorsi da Abdel Ghani Barakat, ex segretario di quella cellula, ora disertore e rifugiatosi all’estero, unico civile a poter avere accesso ai dossier discussi a piazza Rawda). Chi ha messo la bomba sotto le gambe di Shawkat lo sapeva bene.

E chi vuole indebolire davvero il regime non ha interesse a far saltare in aria delle comparse come Turkmani, Rajha e Bakhtiyar. Sarebbe assai più efficace uccidere la madre di Bashar, Anisa Makhluf, o Bushra al Asad, la sorella maggiore, moglie di Shawkat. Ma le due vere first ladysiriane sono al sicuro da molto tempo a Qurdaha, nel villaggio natale degli al Asad, sui monti che sovrastano Latakia. Se i ribelli dell’Esercito libero sono così abili nell’arrivare fino alla sala riunioni dell’Ufficio della sicurezza nazionale, perché non hanno eliminato nei giorni scorsi a Tortosa, la madre di Bashar e la sorella che erano presenti ai funerali di Shawkat?

2) L’altro sviluppo significativo sul terreno è la perdita da parte delle forze governative del controllo di ampie porzioni di territorio. A cominciare dalle zone rurali e quindi delle cinture rurbane attorno ai grandi centri.

È accaduto nella regione di Damasco: le montagne al confine col Libano (Zabadani, a ovest), il Qalamun (nord), la Ghuta (est) e la piana verso Daraa (sud) sono state le prime a cadere gradualmente sotto il controllo dei ribelli. Un controllo non totale, ma sostanziale. Anche perché la popolazione è ribelle.

Come accade nel sud del Libano, che costituisce la base sociale per la resistenza anti-israeliana di Hezbollah, così il territorio siriano abitato in prevalenza da sunniti è la fonte della rivolta, prima pacifica e poi armata, contro gli al Asad. Dalle campagne ai sobborghi e, col passare del tempo, ai quartieri periferici di Damasco, fino a giungere a due passi dalle antiche mura della Città vecchia.

Non è stato un percorso breve per i ribelli, ma la loro determinazione (ricordiamolo: i siriani in rivolta non hanno da tempo più nulla da perdere) e l’aumento delle defezioni e del sostegno logistico dai vicini confini hanno fatto breccia tra le file delle forze lealiste. Che ormai da settimane si limitano ad attaccare le posizioni nemiche da lontano, con l’artiglieria.

Si sono così formate fuori, ai margini e persino dentro le grandi città delle enclave in mano ai ribelli. Queste roccaforti vengono sì bombardate di continuo – anche con elicotteri militari e negli ultimi giorni anche con Mig – ma non possono esser riprese se non con l’invio di numerosi uomini addestrati alla guerriglia e di mezzi adatti agli scontri strada per strada. Le forze governative non sono pronte per affrontare questo tipo di guerra su larga scala.

Perché la battaglia non è solo a Damasco e nella sua regione. Come raccontano le cronache più recenti, si combatte in modo aspro anche ad Aleppo, prima città del paese e per lunghi mesi descritta come la più fedele al regime. Non a torto in fondo, perché i ribelli che mentre si scrive combattono nei vicoli del centro moderno provengono da fuori. Dalle campagne a nord e a sud, dai territori a ridosso del vicino confine con la Turchia.

Come accaduto per Damasco, anche in quest’area i lealisti hanno gradualmente ceduto porzioni di territorio ai ribelli, tanto che oggi si contano decine di località “liberate” attorno ad Aleppo, e gestite da consigli provvisori che, oltre ad organizzare la resistenza e la protezione degli abitanti, tentano di ripristinare i servizi essenziali alla cittadinanza: diffusione razionata di cibo, acqua, elettricità, raccolta delle immondizie.

Scenario analogo in alcune zone della regione di Idlib, Dayr az Zor e Homs. Ciascuna con le proprie particolarità. A Dayr az Zor, ad esempio, la solidarietà tribale che trascende il confine siro-iracheno ha reso possibile non solo la liberazione di alcune località di confine ma anche l’accoglienza dei profughi. Ben prima che il governo di Baghdad – stretto tra le pressioni iraniane e quelle americane – decidesse di aprire il valico di Qa’im ai civili in fuga dopo averlo chiuso per motivi di sicurezza.

Più complessa, ma non poteva essere altrimenti, è la questione nelle regioni a maggioranza curda del nord-est della Siria. Qui la repressione del regime è stata sin dall’inizio assai meno sanguinosa che nel resto del paese. Dei 17.042 uccisi in oltre 16 mesi di violenze in Siria (Centro di documentazione delle violazioni in Siria, Vdc. Bilancio aggiornato alle 15:00 del 26 luglio 2012), solo 119 si registrano ad Hasake, capoluogo della regione nord-orientale mentre Homs, la regione più colpita, conta 5.607 uccisi.

Il regime di Damasco ha fatto di tutto – e finora vi è riuscito – per evitare che la causa curda si unisse a quella del resto dei rivoltosi siriani, per lo più arabi. I curdi hanno sì partecipato in massa alle manifestazioni anti-Asad ma non sono stati spinti, come invece accaduto nelle regioni tribali di Daraa nel marzo 2011 o a Dayr az Zor in seguito, a prender la via delle armi per vendicare le uccisioni di civili innocenti commesse dalle forze regolari e irregolari siriane.

Il fronte curdo è inoltre profondamente diviso. Lo scoppio della rivolta siriana ha creato un’altra breccia: tra chi – in minoranza – ha accettato che il tradizionale nemico turco fosse alleato delle opposizioni all’estero (il Consiglio nazionale siriano) in nome della “liberazione nazionale” e della “comune appartenenza alla cittadinanza siriana”, e chi – in maggioranza – ha preferito rimanere alla finestra, rifiutando di scendere in trincea con chi riceve appoggio da Ankara e anteponendo la causa pan-curda a quella siriana.

D’altro canto, i leader curdo-siriani non si sono sentiti rassicuratia sufficienza dagli oppositori del Cns e dai ribelli armati in patria sulla concessione, nella Siria post-Asad, di ampie autonomie alla regione nord-orientale. Perché dunque – si sono domandati molti di loro – combattere oggi contro al Asad per una Siria che forse anche domani finirà per discriminarci?

Dall’altra parte del confine, nel Kurdistan iracheno, sono a più riprese giunte offerte di aiuto, non solo militare ma anche economico, umanitario e politico. Non è un caso che l’11 luglio scorso a Erbil, sotto l’egida del presidente della regione autonoma curdo-irachena, Masud Barazani, sia stato siglato un patto di spartizione del “Kurdistan siriano” tra il Consiglio nazionale curdo (Cnc) e l’ala siriana del Pkk (Pyd). Le due formazioni si sono accordate per co-gestire, metà e metà, un territorio “liberato” senza combattere. Le forze governative siriane si sono infatti ritirate nelle settimane scorse dalla regione nord-orientale in una mossa che per alcuni dimostra la lungimiranza di Damasco, per altri la sua disperazione.

Mentre le bandiere curde delle due formazioni sventolano ora in Siria, sugli edifici a pochi passi dalla frontiera con la Turchia, suscitando preoccupazione e indignazione da parte di molti ambienti turchi (il premier turco Erdoğan ha evocato la possibilità che il suo esercito entri in Siria per inseguire miliziani del Pkk), ci si domanda se Damasco ha deciso di ritirarsi 1) per lasciare di fatto mano libera all’ala locale del Pkk in funzione anti-Ankara e, comunque, per innescare una dinamica di instabilità in una delle aree più sensibili del Medio Oriente (uno dei principali argomenti del regime siriano è che una volta caduto, la Siria e l’intera regione si trasformerà in un nuovo Afghanistan), oppure 2) perché costretta a dirottare risorse militari verso aree più minacciate dall’avanzata dei ribelli.

È pur vero che il Pyd, l’ala siriana del Pkk, da anni risponde al regime di al Asad ed è stata esplicitamente usata, fino agli accordi turco-siriani di Adana (1999), in funzione anti-Ankara. Damasco non avrebbe dunque abbandonato del tutto la presa sul nord-est, una delle regioni del paese più fertili e ricche di risorse energetiche (petrolio e acqua), ma avrebbe affidato il controllo di questo territorio alle milizie curde. Che a loro volta devono ora venire a patti con quelle più vicine a Barazani (Cnc), in buoni rapporti con Ankara e in rotta con Iran e il governo centrale di Baghdad.

In attesa di altre indicazioni che possano aiutare a scioglierequest’ennesima matassa curda, rimane evidente sul terreno il graduale arretramento delle forze governative di Damasco. Ciò non vuol dire che la fine formale del regime – la partenza di Bashar al Asad – sia vicina ma segna comunque una tendenza che fino a poche settimane fa era difficile scorgere in modo così chiaro.

“Indietro non si torna”, ripetono i ribelli nelle sempre più frequenti interviste che rilasciano ai reporter stranieri che ormai si avventurano con maggior facilità negli entroterra di Damasco, Aleppo e Idlib. “Indietro non si torna” non è solo uno slogan dettato dalla loro disperata determinazione ma è anche la certificazione della lenta vittoria di un fronte su un altro.

Chi deve resistere adesso è il regime. Chi è asserragliato adesso è Bashar e la sua cerchia di uomini. Il ricorso agli elicotteri militari e ai caccia è segno di debolezza, non di forza. Continuare a bombardare con mortai e proiettili di carri armati le roccaforti dei ribelli può solo rallentare ma non fermare la loro avanzata.

La fine della guerra è comunque lontana. Finora, il ricorso all’aviazione è stato limitato e tra le due forze in campo lo squilibrio dei mezzi a disposizione è ancora molto forte. Come avvenuto a Bab Amro, a Homs, il regime non si fa certo scrupoli nel radere al suolo vaste aree residenziali per “ripulirle dai terroristi”.

“Al Asad o bruciamo il paese”, affermano i lealisti. Di territorio da bruciare ce n’è ancora molto in Siria. E nessuno può oggi dirsi certo che gli shabbiha – le milizie di irregolari fedeli ai clan al potere – smettano di sparare appena apparirà l’annuncio dell’uscita di scena di Bashar.

* www.limes.it

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