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Democrazia e parmigiano

 

Giovedì 14 giugno si riunisce a Parma il consiglio comunale. Saranno passati 24 giorni dalla conquista grillina della città. L’unica che finora non è riuscita a darsi neanche il vicesindaco, da scegliere fra i 19 consiglieri del comico. Eppure, nei 24 giorni di guerra fra il guru e i “suoi” eletti, e di paralisi della città che la destra ha affidato all’incognito in odio al “centrosinistra burocratico”, il movimento ha continuato a crescere: come registrano i sondaggi che ogni lunedì sera il Tg7 si premura di darci, non so se per compiacimento, o per suonare la sveglia, o perché così fanno i primi della classe. Cresce non tanto perché il governo sia opacizzato da provvedimenti stancanti e da sabotaggi interni (i Catricalà, i Fortunato, i Canzio di cui Scalfari chiede il licenziamento e che Monti, dopo aver mostrato le unghie alla Rai e al suo partito, difende per ora come “servitori dello Stato”). Cresce perché i partiti di maggioranza continuano a fare come la rana che si carica lo scorpione per guadare il fiume e ne viene uccisa, morendo annegato lui “perché questa è la mia natura”. Anche i partiti non riescono ad andare contro natura e si sono spartiti i garanti della comunicazione, esacerbando non solo i frequentatori del web, ma impiegati, lavoratori, delusi  “in cerca di rappresentanza”. Salvo giudicare i nuovi rappresentanti alla prova, a cominciare da Parma.

Siamo dunque al bivio di una scelta in ogni caso a rischio: o votiamo per i partiti che non  riescono a cambiare la loro natura, e rischiamo l’annegamento. O votiamo per il grillismo, e rischiamo la vertigine. “La politica è razionalità.” – scriveva domenica Francesco Piccolo nell’inserto “Lettura” del Corriere. “Perciò l’irrazionalità si può definire antipolitica. Se uno come Grillo porta in piazza la gente per gridare vaffanculo a tutti, destra sinistra e presidente della repubblica, e trova terreno fertile, è come se la nazionale di calcio avesse per tecnico un facinoroso più facinoroso di quelli che ne discutono al bar. Finalmente avremmo una squadra con quattro punte e tre fantasisti. Forse ci divertiremmo anche un po’, ma dubito che funzionerebbe”. Spesso però l’irrazionalità è recuperabile, se non alla razionalità al senso comune di una società democratica. Occorre tagliare ai partiti-scorpione la punta velenosa, per aiutare il paese a guadare la triplice corrente della crisi morale finanziaria e politica senza affogare. Vuol dire “mettere in sicurezza il paese che è stato devastato”, come il premier ha chiesto una settimana fa.

Vuol dire auspicare, per quanto riguarda la destra a cui non siamo interessati come elettori, che essa riesca a sradicare da sé il berlusconismo come paravento del fascismo latente, che è la natura del movimento creato dal cavaliere nel 1994 ed è la cultura di parti importanti della borghesia, del capitalismo, della chiesa, della plebe sanfedista: e si può sradicare solo con un altro 25 aprile, stavolta  esclusivamente ma profondamente politico.

A questo 25 aprile non servono (anzi) né il populismo di sinistra né il partito Fiom, che è stato vagheggiato fino a domenica da filosofi dell’infantilismo estremista, che snobbano il Di Vittorio-Valletta all’origine della ricostruzione e della costruzione democratica; e il bipartitismo imperfetto De Gasperi-Togliatti, che traduceva in politiche gli scontri-incontri di classe. Parlare del programma Fiom (o di qualsiasi altro gruppo) come base di una coalizione a vocazione maggioritaria, è vocazione all’eterna sconfitta. La “Triplice”, che andava fin troppo a Palazzo Chigi a nome di tutti i lavoratori, si guardava bene dal confondere il suo consociativismo operaio col programma della società generale, a cui debbono guardare le maggioranze politiche e i governi.  Semmai, a ripensare col senno di poi, fu un errore l’uscita dei sindacalisti dal parlamento, perché allontanava il lavoro dal luogo deputato alla decisione sovrana.

Non si tratta di rinnovare oggi antiche esperienze, ma neanche le successive a quell’errore. I partiti del centro e della sinistra democratica non possono ancora ipotizzare a tavolino maggioranze di sigle, che sarebbero minoranze nelle urne. Ma debbono fare il programma comune e le liste includendovi programmi e candidati lavoratori, affinché in parlamento siano coprotagonisti della politica e della legislazione. Ci fu una Camera (1996-2001) con un unico deputato operaio fra  630, e tutti a guardarlo come al giardino zoologico: “Quello è un operaio, un vero operaio”. Solo in un paese di pagliacci azzeccagarbugli poteva accadere il contromiracolo della riduzione ad unum dei pani e dei pesci, con la scomparsa di un’intera classe sociale dalla rappresentanza. Quella che oggi tanti rispettabili ingenui o amareggiati tentano di ritrovare col grillismo.

Spero che, deposta l’insostenibile banalità del nulla, i partiti del centrosinistra vorranno dedicarsi a definire il programma, che è la premessa: sui programmi si fanno le coalizioni, nelle coalizioni si fanno le primarie per il premier. E spero le si facciano anche per tutti i candidati, senza affogare nei vari miti dell’irrazionalità, il giovanilismo, le quote, il numero delle legislature, preferendo il merito per giovani e vecchi, uomini e donne, ex parlamentari e nuovi candidati. Merito e pulizia morale. Dovrebbe valere per tutti, non solo per i politici.

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