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Marlane, al via il processo. I familiari: “vogliamo giustizia”

 

Dopo sei rinvii ed a dieci anni dall’inizio delle prime indagini, finalmente ha preso il via  il processo per i morti alla Marlane di Praia a Mare, in provincia di Cosenza, ex fabbrica tessile del gruppo Marzotto. Ed è partito con la richiesta dei difensori dei 13 imputati di non ammettere le parti civili che hanno chiesto di costituirsi nel processo. I giudici prima di decidere attenderanno le repliche del pubblico ministero e degli avvocati delle stesse parti civili… mentre sarà valutata la richiesta di questi ultimi di cambiare il capo d’imputazione da omicidio colposo ad omicidio volontario, cosi come avvenuto per il processo Thyssen di Torino.  

Erano colori sgargianti quelli del reparto tinteggiatura, davano un senso di appagamento agli occhi. Quei tessuti colorati sarebbero  diventati giacche, pantaloni, maglioni da esportare in tutto il mondo. Ma i vapori inalati in quegli ambienti non davano gli stessi effetti su polmoni o vesciche.  Circa 150 operai si sono ammalati di cancro, 80 sono morti, per altri 50 è stato ed  è un calvario continuo di terapie e controlli medici. Ora sarà il Tribunale di Paola a stabilire se ci fu  dolo per quelle morti  e se tutte le norme in materia di prevenzione contro gli infortuni furono  rispettate o meno.

Certo a sentire gli ex lavoratori non sembrerebbe. “Non avevamo nessun tipo di protezione – racconta uno dei sopravvissuti – ci dicevano di bere latte per disintossicarci”. Questi ed altri racconti saranno valutati dai giudici del Tribunale, che dovranno giudicare i dirigenti della fabbrica tra cui Pietro Marzotto per l’accusa di omicidio colposo plurimo, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro e disastro ambientale. Sempreché si arriverà ad una sentenza. Perché è alto il rischio che tutto venga prescritto. Per tale ragione l’onorevole Daniela Sbrollini del Partito Democratico ha presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia, in cui si dice preoccupata per i continui rinvii che rischiano di non fare chiarezza su atti gravi che sembrano aver portato conseguenze devastanti  in famiglie che ancora oggi attendono risposte dalla giustizia.

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