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Lo ”smemorato” Scalfari e il calo di consensi per Monti

 

A volte la memoria fa dei brutti scherzi. Anche al più grande giornalista e commentatore dei fatti italiani, il “decano” Eugenio Scalfari, che da alcuni mesi da quando Monti è diventato presidente del consiglio, non smette ogni domenica di fornire lezioncine di economia politica alla sinistra e alla CGIL. La sua deriva neoliberista è ormai straripata. La sua trasformazione da analista-editorialista a grande guru, “padre nobile” di una nuova maggioranza politica di centro-centro-sinistra, affinchè si instauri un governo “montiano”, magari evitando anche che si svolgano le elezioni politiche del 2013, stridono con il suo senso di rigore costituzionale, mostrato in varie occasioni durante la strenua battaglia del suo giornale, “La Repubblica”, al ventennale regime ingannatore di Berlusconi. Ma in quella battaglia tutto il fronte del giornale era unito come un sol uomo, anche perché così voleva il suo editore, l’ingegner De Benedetti, acerrimo rivale del Cavaliere; mentre oggi la linea editoriale e politica del quotidiano-partito è quanto meno divisa tra pro-Monti e gli scettici. Qualcosa però è cambiato da qualche settimana, da quando cioè il “patron” del gruppo editoriale, l’ingegner De Benedetti, ha rilasciato una dura intervista a “Servizio pubblico”, dove criticava senza mezzi termini l’operato del governo Monti, l’incapacità del PD di svolgere un ruolo propositivo e soprattutto sparava a zero sulla trattativa per la riforma del mercato del lavoro, decretando la parola fine al “simbolo ideologico” da abbattere: l’Articolo 18. Per l’ingegnere questo accanimento sullo Statuto dei lavoratori è assurdo e dannoso, perché non è vero che sia d’impaccio agli investimenti stranieri in Italia né blocchi le aziende nel loro percorso di sviluppo e di ampliamento dell’occupazione.
Un monito che in parte “Repubblica” ha recepito, ma che ha colto in affanno il suo direttore Ezio Mauro, scopertamente ancora pro-Monti, seppure con qualche ravvedimento; ma che certo non ha smosso di un millimetro il neoliberista Scalfari.
 
Questo giornale-partito, cui va l’onore delle armi per la sua battaglia antiberlusconiana, ha spesso cercato di imporre nell’opinione pubblica di centrosinistra personaggi e progetti politici ad uso e consumo proprio: dal democristiano “di sinistra” De Mita, al socialista “ravveduto dal craxismo”, Amato, al “bacio del rospo” durante il governo Dini, per finire con Veltroni e Rutelli e oggi Monti. Forse abbiamo saltato qualcuno dei leader toccati dalla “mano infausta” di “Barbapapà” (soprannome che circolava un tempo nella sua redazione), ma certo non dimentichiamo le pulci che il suo giornale ha sempre fatto contro il “troppo democristiano” Prodi, quando era presidente del consiglio e quando fu uccellato tutto il centrosinistra con lo scoop “bufala” dello scandalo Telekom Serbia.
Forse qualcuno ha dimenticato gli editoriali plaudenti il “patto scellerato” tra De Benedetti e Berlusconi quando fu siglata l’intesa tra la Mondadori e il gruppo L’Espresso, poi finito in carte bollate e processi ultradecennali? Forse qualcuno ha dimenticato il plauso per l’infausta Bicamerale D’Alema-Berlusconi? Forse qualcuno ha dimenticato l’appoggio alle conversioni interessate, poi subito tramontate, dell’ingegnere con il suo fondo d’investimenti che voleva fare affari comuni col Cavaliere?
 
Quando si tratta di commentare affari di grande livello politici o finanziari, il nostro “improvvisato Cuccia de noantri” non si tira indietro e ogni volta, alla luce della storia, sbaglia cavallo. E con lui vengono abbagliati anche vasti strati di opinione pubblica progressista. Perché Scalfari è un signor giornalista, che si è formato alla scuola antifascista di quello che fu il grande Raffaele Mattioli, mitico presidente della Comit, la “banca dei massoni” come veniva sprezzantemente definita dai banchieri di scuola cattolica e democristiana. Mattioli fu sempre convinto che si potesse unire le diverse componenti ideologiche del paese (liberali, cattolici e comunisti) per il supremo interesse del paese e per garantire l’equilibrato sviluppo delle grandi imprese familiari. A questo scopo fondò Mediobanca e durante il fascismo ospitò i grandi intellettuali resistenziali, cercando anche di aiutare in segreto Antonio Gramsci, fondatore del PCI, recluso nelle carceri fasciste. Grazie a lui furono salvati e fatti conoscere i “Quaderni dal carcere” del grande intellettuale marxista sardo.
 
Forse Scalfari, in tarda età, ha scambiato la sua funzione professionale in quella di “padre nobile della patria”, in compagnia del Presidente della Repubblica Napolitano. Certo è che con le sue ultime esternazioni deve aver urtato i sentimenti laici, di azionista, di autentico emulo di Mattioli, che è stato il presidente della repubblica Ciampi.
L’ex-governatore di Bankitalia riuscì nel 1993 a traghettare il nostro paese fuori dalla palude Stigia della bancarotta e della crisi della Lira, grazie anche all’intuizione della cosiddetta Concertazione, patto tra governo e parti sociali per trovare punti di convergenza in grado di far riprendere il cammino dello sviluppo e della speranza all’Italia. Fu anche decisa una forte accelerazione delle privatizzazioni, che però Ciampi voleva fossero attuate secondo il “modello renano” (adottato in Germania con la compartecipazione nei Consigli di sorveglianza delle grandi imprese, anche bancarie, di rappresentanti dei Lander, le regioni-stato, i sindacati e gli azionisti privati), e non quello inglese, che fu poi invece largamente utilizzato seguendo le ricette neoliberiste del professor Andreatta, economista bolognese, senatore della sinistra DC.
Le grandi imprese del “Capitalismo familistico italiano” (definizione quanto mai azzeccata del professor Guido Rossi) ringraziano ancora. Scalfari appoggiò quella scelta ideologica e ancora oggi rimpiange una certa riluttanza della sinistra e della CGIL a proseguire il cammino allora intrapreso.
 
Oggi la “Stella polare” della Concertazione, come la definì Ciampi, che ci portò dritti a testa alta nell’Euro e che ha permesso all’Italia di superare le varie crisi finanziarie dell’immenso debito pubblico senza grossi strappi sociali, per Monti e Scalfari non ha più senso e i sindacati dovrebbero abbandonare le loro rendite di posizione, per il bene ultimo della stabilità economica e politica, pronube Mario Monti e la grande accoppiata PD-UDC e parte del PDL ripulito dalle scorie berlusconiane. Altrimenti, è la sua infausta previsione da Cassandra, lo spread tornerà a volare, la recessione si aggraverà e il “bau-bau” Berlusconi-Bossi tornerà a vincere. Da qui il suo plauso per la riforma “lacrime e sangue” delle pensioni, l’orrido decreto sulle finte liberalizzazioni, le riforme strutturali e istituzionali, compreso il famigerato mercato del lavoro con tanto di abolizione ideologica dell’Articolo 18. Se poi, il popolo italiano, dai metalmeccanici Fiat, ai cassintegrati, ai giovani precari e disoccupati, ai pensionati e alle famiglie non sanno più come tiare a campare, tutto questo va preso come un “male minore” per il bene sommo della stabilità dei conti pubblici e del sistema capitalistico “compassionevole”. Non si capisce, comunque, perché il PD e il resto della sinistra dovrebbero ingoiare una medicina così amara, quando per anni hanno contrastato con successo proprio queste ricette iperliberiste che Berlusconi e Tremonti cercavano di far passare, nonostante (o per fortuna!) l’opposizione interna della Lega di Bossi. Forse perché: “se lo dice Scalfari, è cosa buona e giusta”? Anche a costo di perdere le elezioni del 2013!
La crisi dei partiti  è forte e lacerante per il tessuto democratico del paese e la disaffezione per le elezioni sono un allarme minaccioso per il nostro futuro; il calo dei consensi del 20% quasi dell’opinione pubblica nei confronti dell’operato del governo Monti, la settimana dopo la disastrosa battaglia vinta dalla ministra Fornero sull’Articolo 18 e la ritrovata unità di azione dei sindacati confederali provano che non sempre le ciambelle escono con i buchi. Ecco, quindi, la virata a 180 gradi di “Repubblica” (il vicedirettore Giannini in primis e il direttore Mauro a ruota), che cerca di prendere le distanze e navigare verso nuovi lidi, per ora sconosciuti, dell’opposizione che verrà.
Chissà dunque se l’ultimo  “decano” del giornalismo democratico italiano (dopo la morte di Montanelli, Biagi e Bocca) se ne accorgerà!
 
Dimenticarsi la storia patria è un vezzo da grandi intellettuali. Chiudere gli occhi alla realtà che ci circonda, purtroppo, è frutto o di scelte ideologiche oppure di invecchiamento senile delle sinapsi.

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