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Afghanistan, e’ tempo di impacchettare le nostre cose

 

Afghanistan, e’ tempo di impacchettare le nostre cose Con la morte del sergente  Michele Silvestri, diventano cinquanta i militari italiani uccisi in dieci anni in Afghanistan dall’inizio della missione Isaf ad oggi.  Sono tanti, troppi, anche se il nostro fardello di 50 morti è tra i meno pesanti…

Afghanistan, e’ tempo di impacchettare le nostre cose Con la morte del sergente  Michele Silvestri, diventano cinquanta i militari italiani uccisi in dieci anni in Afghanistan dall’inizio della missione Isaf ad oggi.  Sono tanti, troppi, anche se il nostro fardello di 50 morti è tra i meno pesanti tra quelle oltre 40 nazioni che hanno condiviso l’impegno afghano. Una missione iniziata come doverosa risposta ad un esecrabile atto di terrorismo come l’attacco alle Torri Gemelle,  ma che oramai appare troppo lunga. Nessuna delle opinioni pubbliche di quelle nazioni riesce più a giustificare altre perdite di giovani vite tra i deserti afghani e le aride montagne dell’Hindu Kush. E neppure gli afghani sembrano più disposti ad accettare la presenza di truppe straniere nel loro paese, i raid nei villaggi a caccia di terroristi e taliban, i civili uccisi per sbaglio. Siamo tutti stanchi ,perché ormai c’è la consapevolezza che la guerra in Afghanistan non si può vincere, ma non si può neanche perdere.
La tensione con gli Stati Uniti è alle stelle dopo gli episodi del Corano bruciato e l’ultima strage compiuta da un militare statunitense.
Il presidente Obama  in una telefonata con il presidente Karzai pochi giorni fa ha ribadito che i suoi soldati lasceranno l’Afghanistan  alla fine del 2014, smentendo le voci di un ritiro anticipato. Per quella data l’esercito afghano dovrebbe essere in grado di assumere il controllo  della sicurezza nel paese. E’ una speranza, perché nessuno sa con certezza cosa accadrà in Afghanistan una volta che le truppe internazionali,130 mila soldati, se ne saranno andate via.
La trattativa tra  Stati Uniti e talebani langue in Qatar, senza un accordo sullo scambio di prigionieri chiesto dai  talebani come condizione per far cessare la violenza e gli attacchi suicidi. Nodo  cruciale da affrontare con il presidente Karzai  è la presenza di basi americane  in Afghanistan. Lo scrittore e giornalista Ahmed Rashid, profondo conoscitore delle vicende afghane e pachistane, mette in guardia dall’esclusione del Pakistan dalle trattative. In occasione dell’uscita del suo nuovo libro Pakistan  On the brink,  Rashid ribadisce che è un errore bypassare il Pakistan, visto che la leadership  talebana  risiede nel paese. Qualunque trattativa sull’Afghanistan senza un coinvolgimento di Islamabad e dei paesi della regione –dice Rashid- è destinata  a fallire.
Un’amica che vive a Kabul  mi dice che ormai sono ritornati tutti, integralisti, talebani, ex terroristi e silenziosamente si stanno posizionando. La gente ha paura, le donne hanno il terrore di precipitare di nuovo nelle mani degli studenti coranici.
Intanto  le nazioni che devono riportare a casa i loro soldati e tutte le imponenti attrezzature  militari stanno studiando le vie più sicure per evitare attacchi ai convogli Nato.  Si è intensificata l’attività diplomatica con le ex repubbliche sovietiche,  viste come alternativa alla rotta pachistana, dove già in passato  sono stati bruciati i camion che trasportavano materiale  per le truppe internazionali. Tagikistan,Uzbekistan,Kazakistan, Kirgistan devono permettere che sul loro terriotio transiti l’enorme arsenale Nato.
Abbiamo davanti un’enorme sfida logistica. Solo la Gran Bretagna con i suoi 9500 soldati nella provincia di Helmand,scrive il Daily Telegraph deve reimpatriare  3000 veicoli corazzati, 11 mila containers per un valore di 4 miliardi di sterline con un costo di spedizione di 100 milioni di sterline. L’operazione dovrebbe iniziare questa estate e proseguire  per i prossimi due anni. Anche l’Italia deve riportare a casa  l’equipaggiamento dei nostri 4000 soldati,ma ancora non ha fatto sapere quando prenderà il suo trasloco.

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