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Se i comuni dicono no: il paradosso dell’accoglienza dei migranti in Italia

 

Mentre i privati continuano a fare affari entrando nella gestione del fenomeno migratorio, gli enti locali si tirano indietro, e fanno fallire l’ultimo bando Sprar. Migrantes: situazione vergognosa, aiuta le nuove mafie. Miraglia (Arci): bisogna arrivare a un sistema unico di gestione

 

ROMA – 35 euro al giorno pro capite pro die per ogni richiedente asilo, una spesa pari a oltre un miliardo di euro l’anno, che diventa sempre più un affare dei privati. E’ questa la fotografia dell’accoglienza dei migranti e richiedenti asilo in Italia. Secondo gli ultimi dati del ministero dell’Interno, infatti, su circa 100 mila migranti e richiedenti asilo accolti sul territorio nazionale, il 70 per cento è ospitato in un Cas (centro di accoglienza straordinario) e solo il 22 per cento in uno Sprar (Sistema per richiedenti asilo e rifugiati) Nei fatti quindi nella stragrande maggioranza dei casi la gestione dell’accoglienza è affidata a soggetti privati che dopo aver partecipato a un bando della prefettura si mettono a disposizione: dagli albergatori ai ristoratori, fino ai proprietari di casolari e alle cooperative. Solo una minima parte, invece, è ospitato in un centro gestito dal ministero dell’Interno attraverso il servizio centrale Sprar e affidato (sempre tramite bando) all’ente locale. Una situazione che va avanti così da anni: almeno dal 2011, dall’Emergenza nord africa, e che non accenna a migliorare. Nonostante da anni si parli di arrivare a un sistema unico di accoglienza, sul modello Sprar, infatti, la proposta continua a trovare resistenza soprattutto tra i comuni. Lo dimostra l’ultimo bando lanciato dal ministero dell’Interno per ampliare la rete Sprar di altri diecimila posti: ma a cui gli enti locali hanno risposto mettendo a disposizione soltanto la metà, cioè cinquemila. Ma perché accade questo? E cosa comporta continuare a gestire l’accoglienza attraverso i centri prefettizi.

Un circolo vizioso: la mala gestione porta al rifiuto e blocca il sistema. Secondo Filippo Miraglia, vicepresidente di Arci nazionale (una delle associazioni che fanno parte del Tavolo asilo) è il sistema a determinare quello che è ormai un vero e proprio circolo vizioso. “In questi mesi abbiamo girato l’Italia per fare promozione al bando Sprar, siamo andati da molti sindaci e amministratori locali, cercando di convincerli a partecipare – spiega Miraglia – ma in tantissimi casi ci hanno risposto di no. La motivazione molto spesso era quella di avere già sul territorio dei Cas, o di averne avuti, magari anche in numero consistente. I sindaci si facevano così portavoce dell’avversione che c’è nei territori verso questo tipo di gestione, e si tiravano indietro. Purtroppo questo è un cane che si morde la coda: la cattiva gestione genera razzismo e il razzismo attribuisce tutte le colpe a coloro che sono, invece, vittime del sistema”. Il rifiuto, spiega ancora Miraglia, non riguarda solo i comuni amministrati dalla Destra o dalla Lega, ma è ormai trasversale: “la gestione emergenziale del fenomeno, troppo spesso è passata sulla testa degli amministratori locali, con i prefetti che hanno imposto persone sui territori. E oggi ne paghiamo il conto”.

Senza controllo e monitoraggio, così si alimenta la speculazione. Ma cosa significa continuare a gestire il fenomeno in maniera emergenziale? Innanzitutto poca trasparenza e una più facile speculazione. Monsignor Perego, direttore della fondazione Migrantes parla senza mezzi termini di una “situazione vergognosa” che sta “indebolendo il sistema unico di accoglienza a favore delle nuove mafie”. Come denuncia l’ultimo rapporto della campagna LasciateCientrare “Incastrati”, infatti, nella gestione dei Cas continua a lavorare anche soggetti denunciati in passato, che hanno fatto dell’accoglienza un vero e proprio business. Sulla stessa scia anche il libro inchiesta del direttore del Tg4 Mario Giordano, “Profugopoli”, che ha passato in rassegna alcuni casi eclatanti di mal accoglienza: dall’impresa di pompe funebri che entra nel business dei profughi al consulente campano che gira in Ferrari. “Il problema centrale è la trasparenza – spiega ancora Miraglia -. Nel caso dello Sprar la rendicontazione delle spese è molto precisa, ci sono dei criteri fissati e qualsiasi variazione deve essere autorizzata . E’ tutto controllato, monitorato, blindato. Mentre nei Cas questo titpo di trasparenza non esiste: vince il bando della prefettura chi presenta la migliore offerta economica. Per le spese basta fare una fattura, come vengono spesi i soldi non è rendicontato. E controlli sono disomogenei e spesso fatti a campione”. E così in questi anni sempre più soggetti non titolati sono entrati nel business dell’accoglienza: “questo è un problema non solo per il dispendio di risorse pubbliche – continua Miraglia- ma anche perché non si raggiunge l’obbiettivo primario, quello dell’inclusione dei migranti nel territorio in cui sono accolti. Il coinvolgimento degli enti locali in questo senso è fondamentale, per questo ribadiamo la necessità di arrivare a un sistema unico di accoglienza, che ha come modello lo Sprar e non la gestione privata”.

L’apporto “positivo” degli Sprar nei territori aiuta l’economica locale. Mentre i Comuni si tirano indietro nell’accoglienza dei profughi, i dati del ministero ci dicono che i territori dove sorgono gli Sprar hanno avuto ricadute positive intermini economici. Secondo il rapporto accoglienza, infatti, tra il 2007 e il 2014: le province a più forte presenza di posti Sprar hanno evidenziato una maggiore tenuta dei posti di lavoro rispetto a quelle meno coinvolte nel sistema (rispettivamente circa -2 e -5,1 per cento, a fronte di una media nazionale pari a -2,9 per cento). Inoltre, sempre secondo il ministero “le province maggiormente coinvolte nel sistema di accoglienza presentano un capitale sociale generalmente più elevato”. Questo perché con un sistema monitorato e controllato è più facile che i soldi spesi per i migranti restino nei territori. Infine, va ricordato che ad oggi i Comuni coinvolti nei progetti di accoglienza sono appena 400, su 8000 totali, con un alta frammentazione a livello regionale. Se si riuscissero a coinvolgere tutti il numero di migranti da ospitare per ogni comune sarebbe veramente molto basso: se pensiamo che le strutture oggi ospitano circa 100mila persone, distribuirle equamente in ogni comune, significherebbe appena 12 migranti a testa. Un calcolo che non tiene conto della differenza di densita nei diversi comuni (alcuni piccolissimi alcuni molto alti) ma che rende bene l’idea di come questo, nei fatti non sia un problema ingestibile. “Noi crediamo fortemente nella volontarietà della scelta di accoglienza, cioè nel fatto che gli enti locali possano decidere liberamente di partecipare al bando Spra – conclude Miraglia – diverso è il discorso delle quote  regionali, secondo cui dovrebbero equamente essere distribuiti i profughi per regione. Un discorso rispetto al quale ci sono ancora troppe reticenze”. (ec)

Da redattoresociale

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