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Perché è giusto ricordare le Foibe

 

Il giorno del ricordo, dopo quello della memoria celebrato grazie a un’iniziativa del deputato Furio Colombo a partire dal 2000, si celebra dal 2004 ma molti, soprattutto i giovani, non sanno che cosa significa e non si può dire che le autorità del nostro Paese abbiano fatto quel che andava fatto per chiarire le circostanze storiche in cui la giornata è stata istituita ma merita sicuramente il nostro ricordo.  Perché si tratta di una serie di crimini diversi che ebbero luogo, nell’autunno del 1943 come nella primavera del 1945, nell’Istria( regione italiana ai confini con l’Austria) occupata in maniera militare e oppressiva per anni dai militi della dittatura fascista dopo la prima guerra mondiale e- quindi- occupata dalle truppe nazionalsocialiste nel secondo conflitto mondiale.  Il vuoto di potere che si verificò durante la seconda guerra planetaria  lasciò feroci ondate di violenza da parte dei comunisti jugoslavi di Tito che misero in atto esecuzioni e deportazioni nei campi di concentramento balcanici portando alla morte brutale di migliaia di civili e all’esodo di decine di migliaia di persone a guerra finita. Nelle foibe (parola dialettale istriana che deriva dal latino fovea (cioè fossa) e che indica cavità  profonde anche decine di metri, tipiche dei terreni carsici, sparirono migliaia di persone. In un volume curato da storici italiani come Guido Franzinetti e sloveni come Joze Pirievec (nato come Giuseppe Pierazzi) che si intitola Foibe. Una storia d’Italia  è stato necessario consultare archivi sloveni, croati, russi, statunitensi, britannici e italiani per arrivare a ricostruire quella vicenda di deportazioni  e di brutali esecuzioni.

La storia in quelle regioni si ripete al contrario tra la prima e la seconda guerra mondiale. Vent’anni prima erano stati gli slavi a sfuggire alle persecuzioni fasciste emigrando in Jugoslavia dalle province della Venezia Giulia e tra il 1942 e il 1943 migliaia di persone avevano perso la vita nei campi di concentramento fascista come quello di Raab (Rab) dove furono uccise circa 1500 donne e bambini.  Con l’occupazione jugoslava di Pola, Gorizia e Trieste, nel maggio 1945 furono deportate circa 3-4000 persone di varie etnie secondo le valutazioni degli anglo-americani. Di queste più di un migliaio perse la vita un migliaia di sommarie esecuzioni ma anche in prigioni jugoslave e in campi di concentramento. Si aggiungano le vittime per lo più italiane delle zone multilingue della Dalmazia, dell’Istria, di Fiume e dell’isole del Quarnaro : forse 7-800 persone, finite soprattutto nelle prigioni di Kocevje da dove poi venivano fatte sparire. Tra loro non c’erano solo fascisti ma anche gente comune e antifascisti, colpevoli di essere contrari all’annessione della Venezia Giulia.” Le stime degli storici oscillano ora tra i duecentomila e i 350mila ma non c’è una cifra su cui ci sia un accordo generalizzato tra gli studiosi. Secondo alcuni storici gli italiani non vogliono sentir parlare di quel che accadde ma la verità è un’altra. Ed è quella che siamo un paese che legge molto poco, un paese  di persone preoccupate per la propria vita e intenta a risolvere i propri problemi e che non trova il tempo né ha voglia di volgersi al passato e  riflettere su di esso. Questo è lo stato d’animo generalizzato che si trova quando si gira per le strade, si va nei mezzi pubblici e si parla con le persone che non si frequentano di solito. Da questo punto di vista, una vicenda complicata e terribile come quella delle foibe e delle uccisioni in Istria e Dalmazia interessa poco eccetto quelli che hanno avuto parenti o amici coinvolti dalla tragedia. E, da questo punto di vista, l’iniziativa dello Stato avrebbe dovuto esserci per colmare il vuoto di un’opinione pubblica non informata e senza idee chiare su questo episodio terribile. Per questo è il caso di non dimenticarlo.

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