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Arrestati 32 giornalisti di lingua curda. E nessuno protesta

 

Quanto accade nel sud della Turchia, nella regione curda, non è scorretto definirlo un atto di guerra. Erdogan impone il coprifuoco nelle città curde, l’esercito entra nelle città e la conseguenza sono uccisioni e occupazioni da parte delle forze militari e di polizia speciale. Sono ormai all’ordine del giorno in certe città. A Silvan ad esempio è la terza volta che succede. Ma Cizre, Silopi e Batman hanno già vissuto questa brutalità. Ai media turchi i rappresentanti del partito di Erdogan, l’AKP, raccontano che tutto questo, gli scontri a fuoco e le inevitabili morti tra civili è causato dai “terroristi” curdi. Peccato che anche questa volta tra i caduti ci siano bambini; uno di sette anni ucciso oggi (2 ottobre n.d.r.) da un colpo sparato dall’esercito.

Insieme a lui altri tre civili morti. E’ difficile avere notizie certe anche perché se a settembre la Turchia ha espulso dei giornalisti “stranieri”, occidentali per giunta, e l’UE aveva richiamato il governo di Ankara, oggi non c’è nessuno che protesta per l’arresto di ben 32 giornalisti di lingua curda che sono in attesa di essere giudicati da un tribunale per non si sa quale reato. Libertà di parola e di stampa sono concetti che hanno ben poco significato in questa parte di mondo. Il loro torto è stato quello di essere nei luoghi dove accadevano i fatti, averli filmati e cercato di diffondere questi contenuti. In pratica gli si contesta di avere fatto il proprio dovere di giornalisti. Arrestati per lo più a Dyerbaikir, la polizia non solo ha fatto irruzione in alcune redazioni, ma è andata a prelevare nella notte questi reporter nelle proprie case. Come se fossero dei pericolosi criminali.

Erdogan non può replicare un risultato elettorale come quello del 7 giugno e addirittura il rischio che HDP superi il 10 %. Sarebbe sancita la sua fine politica. Così da agosto gli attacchi alle città a maggioranza curda sono stati incessanti. La risposta degli assediati è stata quella di organizzare questi territori secondo il principio dell’autogoverno e così si è andati avanti in un percorso che i risultati delle scorse elezioni hanno solo accelerato. Ma nonostante la campagna elettorale proceda da parte di HDP c’è la consapevolezza che una strada è intrapresa, a prescindere da ciò che accadrà il 1 Novembre. Pare quasi inutile poi aggiungere che c’è molto timore rispetto a possibili brogli il giorno del voto. Nessuno si stupirebbe di questo.

Nel distretto di Cizre, nella provincia di Sirnak dopo gli attacchi che hanno lasciato sangue e distruzione la popolazione si è autorganizzata per ricostruire ciò che è andato distrutto. Hanno così creato assemblee in ogni quartiere attaccato, uno sforzo che porta verso dritti verso l’autogoverno. Non solo, la gente ha scelto di difendersi dagli attacchi, creando barriere e cercando di impedire l’avanzata dei blindati. Ora vuole scegliere anche come vivere. A Cizre sono morti 21 civili, anche in questo caso c’erano di mezzo dei bambini.  Sono ferite che non si rimarginano queste e che spesso vanno a sommarsi ad altre. Ci vuole una soluzione politica ed è quella che stanno cercando i curdi. Fino a dove si può spingere, ancora, Erdogan?

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