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Diffamazione: nella Verona di Tosi 69 querele in 7 anni

Vignetta

Il sindaco di Verona Flavio Tosi ha depositato oggi in Procura una denuncia per diffamazione contro il giornalista di ReportSigfrido Ranucci, per un servizio non ancora trasmesso dalla RAI. Non è la prima volta che Tosi ricorre ai tribunali in tema di stampa. Ecco cosa sta succedendo da sette anni a questa parte a Verona. Dal giugno 2007, anno della sua prima nomina, Tosi ha firmato 69 proposizioni di querela per diffamazione, licenziate dalla sua giunta per articoli apparsi sui giornali, dichiarazioni rese alle TV ma anche volantini, mail e post su Facebook. Tosi e i suoi assessori si sono sentiti diffamati da giornalisti e politici, ma anche dagli scritti di semplici cittadini pubblicati nella rubrica delle lettere del quotidiano locale. Delle querele non sempre si è occupata l’Avvocatura civica, a volte il Comune è ricorso a incarichi esterni, con un costo di 28.908,50 euro.

Delle 69 proposizioni di querela (i dati sono aggiornati al 4 febbraio 2014) sono 34 i procedimenti ancora all’esame dell’autorità giudiziaria, 22 quelli archiviati. Ci sono state 1 condanna e 1 assoluzione, mentre 11 giudizi si sono conclusi con la remissione dopo una rettifica o a seguito di scuse: in almeno un caso, infatti, il sindaco ha chiesto una lettera di scuse invitando il querelato a versare 500 euro a favore di un’associazione benefica. Spulciando gli articoli “incriminati” colpiscono alcune cose. Ad esempio il numero delle testate coinvolte, circa una ventina, tra cui Corriere della Sera, la Repubblica, l’Espresso, il Fatto Quotidiano, il Messaggero, il Manifesto, il Gazzettino, Corriere di Verona, l’Arena e il TG3. Tra le firme ci sono quelle di Alberto Statera, per aver scritto di «lottizzazione bancaria» in merito all’ingresso della Lega Nord nella fondazione Cariverona (la Repubblica, 24 agosto 2010) e di Gian Antonio Stella, per un articolo sugli appalti, i rapporti con il potere finanziario e la parentopoli scaligera (Corriere della Sera, 03/05/2012).

Scorrendo il calendario delle querele emergono i filoni di interesse mediatico che hanno caratterizzato le due amministrazioni Tosi. Si inizia con gli anni del primo mandato, preceduti da una campagna elettorale tutta impostata sulla retorica securitaria, a cui fanno seguito la chiusura del campo nomadi di Boscomantico (2007), la corsia preferenziale per l’assegnazione degli alloggi AGEC ai veronesi (2007), le ronde per la sicurezza (2008), le panchine antibivacco (2008), un regolamento comunale che pone particolari limiti a kebab e negozi etnici (2011).

In questo clima, tra i personaggi da querelare troviamo l’astrofisica Margherita Hack, che nel marzo 2009 – pochi mesi prima della condanna definitiva di Tosi in Cassazione per propaganda razzista – definisce la politica del sindaco di Verona «razzista e fascista». Nella lista c’è anche il regista rumeno Bobby Paunescu, che nel film Francesca, presentato nel 2009 alla 66esima Mostra del Cinema di Venezia, all’anziano che non vuole che la nipote emigri in Italia fa dire: «Sindaco di Verona di merda».

Un secondo filone riguarda le simpatie di Tosi per l’estrema destra. Il 12 dicembre 2007, appena eletto sindaco, Tosi partecipa a un corteo organizzato a Verona da Fiamma Tricolore. Nelle immagini che si trovano in internet è insieme a Piero Puschiavo, fondatore di Veneto Fronte Skinheads e Andrea Miglioranzi, ex esponente della band Gesta Bellica e attuale presidente della municipalizzata Amia. Questo accade in una città dove il 4 maggio 2008, a seguito di un pestaggio da parte di alcuni balordi simpatizzanti dell’estrema destra, muore il giovane Nicola Tommasoli. Un anno dopo, il 30 maggio 2009, il Manifesto cerca di capire se un certo clima possa favorire episodi violenti e la giunta di Verona decide per la querela.

Altro filone condito di querele è quello che riguarda i comitati cittadini. Come il Comitato contro il collegamento autostradale delle Torricelle, la maxiopera da 800 milioni di euro che gli ambientalisti non vogliono. Il leader Alberto Sperotto nel febbraio 2009 dichiara alla stampa che a Verona gli appalti li vincono «i soliti noti» e per questa sua convinzione viene querelato, per poi essere assolto nel 2013.  Querela anche per Verona Inalberata, che aveva difeso gli alberi della Caserma Passalacqua, poi abbattuti per far posto a un nuovo progetto edilizio.

Arriva l’era Parentopoli. E qui a parlare sono i titoli dei giornali nei confronti dei quali la giunta vota per le querele: «Tengo famiglia, la parentopoli è padana» (il Fatto Quotidiano, 17/09/2010); «Veneto, camici verdi. Le mani della Lega sui soldi della sanità» (Liberazione, 05/11/2010); «Anche Tosi ha la sua parentopoli» (l’Espresso, 27/05/2011); «Parentopoli verde Lega» (l’Espresso, 02/06/2011); «Quante assunzioni all’aeroporto con targa padana» (l’Arena, 28/03/2012); «Tosi SPA» (Nordesteuropa.it, maggio 2012).

A Verona si inizia a respirare un’aria pesante. A gettare benzina sul fuoco sono i consiglieri regionali veneti Franco Bonfante (PD), Stefano Valdegamberi (ex UDC ora FP) e il consigliere comunale Michele Bertucco (PD), che a partire dal 2011 denunciano assunzioni di amici e parenti nelle aziende comunali. La Procura vuole far luce su quanto accade in Agsm, Amia, Amt, Atv e nel settembre 2013 iscrive nove dirigenti di queste partecipate nel registro degli indagati, accendendo i riflettori anche su Aeroporto e Fiera.

E’ in questo clima rovente che parte l’ultima raffica di querele legate allo scandalo Agec, l’azienda che a Verona gestisce i servizi cimiteriali, ma anche gli alloggi pubblici, le 14 farmacie comunali e le mense scolastiche. Il 24 ottobre 2013 vengono arrestati otto dirigenti Agec, tra cui il direttore generale. Le accuse sono di peculato, corruzione e abuso d’ufficio in relazione ad alcuni appalti. E qui il Fatto Quotidiano colleziona tre querele, una di fila all’altra.
L’ultima querela riguarda il capogruppo PD in Consiglio comunale Michele Bertucco. Ricevuta una lettera anonima su presunte irregolarità riguardanti il vicesindaco e assessore all’Urbanistica Vito Giacino, Bertucco la gira alla Procura. Il Gazzettino del 31 ottobre 2013 riporta le dichiarazioni di Bertucco e titola «Verona accerchiata dai PM. Scricchiola il modello Tosi». Arriva la querela ma il 15 novembre 2013 Giacino si dimette e il 17 febbraio 2014 viene emessa nei suoi confronti un’ordinanza di custodia cautelare con le accuse di corruzione e concussione.

Il 28 febbraio 2012, nel periodo in cui Tosi era ospite di Floris, Mineo, Lerner e Santoro, i rappresentanti di una trentina tra associazioni e comitati hanno posato davanti a Palazzo Barbieri tanti fogli di giornale quante erano le proposizioni di querela firmate da Tosi. Oggi sarebbero 69 i giornali a tappezzare i sampietrini di Piazza Bra davanti al Municipio. Le associazioni veronesi chiedevano dialogo, opponendosi a un modo di fare che frena la libertà di espressione dei cittadini e condiziona  il lavoro dei giornalisti, contribuendo a mantenere l’Italia in una posizione non invidiabile nella classifica di Reporters sans frontières sulla libertà di stampa.

Ed ecco la riposta di Tosi a quella manifestazione, affidata alle pagine de l’Arena: «Ogni cittadino che si ritenga diffamato ha il diritto di rivolgersi alla magistratura con lo strumento della querela (a meno che non si voglia ripristinare il duello in voga nei secoli scorsi) e anche il sindaco, come gli assessori, è un cittadino. Se poi viene diffamato nella sua veste di sindaco, o di assessore, è prassi normale che lo faccia attraverso una decisione di giunta. Assolutamente ridicolo, quindi, pensare alla querela, uno strumento previsto dalla legge, come strumento di pressione nei confronti di chicchessia».

www.verona-in.it

22 febbraio 2014