C’è un riflesso condizionato nei palazzi del potere e nei board delle nostre democrazie liberali, ed è l’istinto immediato di voltarsi dall’altra parte quando la realtà bussa alla porta con troppa insistenza. Lo vediamo accadere ogni volta che le piazze si accendono, che i cortili delle università si riempiono di tende e che i cortei bloccano le città. La risposta della politica, dei prefetti e dei commentatori d’ordinanza è sempre la stessa: legge e ordine.
Ma misurare questo movimento con il metro logoro del disturbo all’ordine costituito significa non capire la tempesta che sta montando. Quella che attraversa l’Occidente non è una somma di disordini e di proteste nate per caso. È un movimento globale compatto, radicato negli stessi nodi materiali, che unisce le mobilitazioni studentesche da un capo all’altro del pianeta. Basta guardare alla mappa per misurare la portata sistemica di questa opposizione. Negli Stati Uniti, le grandi università – dalla Columbia a Yale, fino a UCLA – sono state teatro di una repressione durissima, ordinata dai rettori e avallata da migliaia di arresti di massa. Il motivo è chiaro: studenti che non chiedono concessioni corporative, ma pretendono il disinvestimento economico dai colossi della difesa e della filiera bellica, smascherando l’ipocrisia di un’accademia che si nutre dei profitti della guerra. In Europa la saldatura è altrettanto plastica. In Francia, le occupazioni nei licei e nelle università si alimentano della rabbia sociale contro le riforme regressive e il carovita, sfidando i blindati con la stessa determinazione con cui in Spagna si scende in piazza per difendere la memoria antifascista e denunciare le politiche di austerità e di riarmo avallate a Bruxelles. In Germania, dove il diritto di protesta e la libertà d’espressione sulla crisi mediorientale vengono sistematicamente compressi da decreti e divieti, la spinta dal basso continua a infrangere le linee rosse imposte dai governi. Ma il segnale più dirompente arriva proprio dove la macchina di sterminio e occupazione israeliana si credeva intoccabile. Nel cuore di Tel Aviv, dove studenti e oppositori hanno contestato e cacciato via il ministro Itamar Ben-Gvir arrivato in visita all’ateneo spaccando il fronte della violenza di Stato e rigettando la logica criminale della guerra permanente. La prova che il dissenso radicale sa colpire anche i regimi più armati e blindati.
E nel nostro Paese? L’Italia non fa eccezione, anzi amplifica le contraddizioni di un sistema politico che ha scelto la subalternità totale all’economia di guerra. Le nostre università stringono accordi di cooperazione e cofinanziamento con i giganti aerospaziali e della produzione bellica, come Leonardo, convertendo i laboratori pubblici in hub tecnologici a duplice uso e drenando risorse miliardarie da sanità, scuola e salari per riversarle nei bilanci della difesa. Da Roma a Torino, passando per Milano e Bologna, le piazze studentesche che denunciano questa deriva e il baratro di un precariato esistenziale permanente si scontrano con un dispositivo di sicurezza rigidissimo. Cariche, identificazioni di massa, denunce e manganelli sono la risposta ordinaria di uno Stato che sceglie la repressione contro chi alza la voce per la pace e per il diritto allo studio. Il punto politico vero, che le classi dirigenti fingono di non vedere, è il cortocircuito democratico che si consuma ogni giorno sotto i nostri occhi. Da una parte si stringono le maglie della repressione penale e di polizia contro chi fa opposizione sociale e antimilitarista. Dall’altra, si tollerano e si lasciano sfilare impunemente le piazze dell’estrema destra, legittimando un clima di violenza e agibilità politica. Chi scende in piazza oggi sta urlando una verità semplice quanto inaccettabile per i custodi dello status quo: un mondo ridotto a caserma e a mercato non ha futuro. E pensare di poter spegnere questa domanda di giustizia con la forza dei reparti antisommossa o con il bavaglio della censura significa non solo fallire politicamente, ma tradire la democrazia stessa.
