La vicenda di Maricarmen oramai la conosciamo bene. A 87 anni, invalida al 50 per cento, è stata sfrattata dalla casa di Madrid dove viveva da 71 anni. La società che aveva comprato il suo appartamento le ha prima raddoppiato poi triplicato l’affitto col fine di cacciarla per rimettere il bene in vendita. La reazione popolare, organizzata dal Sindacato inquilini di Madrid che da anni l’assisteva, ha piegato le resistenze di istituzioni e proprietà che, dopo l’indignazione per lo sfratto forzato —inattesa, enorme, diffusasi a macchia d’olio per tutto il paese—, hanno capitolato rioffrendole l’abitazione.
Come è possibile che uno sfratto a Madrid ribalti l’agenda politica, costringa media, partiti e governo a muoversi e porti il paese al voto anticipato, passando per uno sciopero generale in costruzione?
Questo accade perché in Spagna la casa è un vero dramma sociale, interclassista, misura della crisi e della discesa verso la povertà relativa della piccola e media borghesia, delle barriere che bloccano l’ascensore sociale; un dramma nel quale si è costruita una lunga esperienza di lotta.
Maricarmen è solo il punto di caduta di un malessere che coinvolge ampi strati della popolazione. Ma la chiave è altra. C’è un movimento riformista di massa che ha un programma politico sulla casa. Il sindacato inquilini si struttura da vent’anni, in autonomia dalle centrali sindacali, identificando e chiedendo concreti interventi, costruendo capacità organizzativa e politica.
Qualche numero aiuta a capire l’entità dell’emergenza. L’impatto sul reddito delle famiglie è devastante. Nel 2025, il costo medio dell’affitto (810 euro) ha superato il 50 per cento della mediana dello stipendio lordo nazionale (1,750 euro).
Nel triennio 2023-’25 gli affitti sono aumentati in media del 30,7 per cento, con punte del 71 nella Comunità Madrid e del 70 in Catalogna e nelle grandi città; nelle zone a vocazione turistica, come le Isole Baleari o Malaga, hanno registrato picchi del 300 per cento —e gli aumenti rendono difficile trovare lavoratori stagionali, ma anche insegnanti, poliziotti, infermieri, generando vere crisi in settori cruciali dei servizi.
Secondo il Banco de España (2023, dati Agencia Tributaria + INE) le residenze in affitto in mano a persone giuridiche (imprese, società di investimento immobiliare, entità finanziarie, fondi) sono circa l’8 per cento del totale, altre fonti le stimano oggi al 10. Ma i numeri ingannano. La España interior è paesi e cittadine svuotate, migliaia di immobili in vendita e affitto o semplicemente chiusi e fuori mercato, e di proprietari. Le cose cambiano dove il mercato si muove davvero, sulle coste e nelle città dove la gente è andata a vivere.
A Madrid 380 società con più di 50 proprietà controllano oltre 90 mila immobili, ossia il 17,6 per cento dei contratti di affitto residenziali registrati. A Barcellona quelli con più di dieci immobili controllano il 44,7 per cento degli affitti.
L’azione dei grandi fondi è deleteria anche per il mancato controllo e la subordinazione della politica ai loro interessi. Con la crisi del 2008 la bolla è scoppiata fragorosamente in Spagna. Socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitto hanno governato il processo.
Tutti gli attivi inesigibili dalle banche sono stati messi in capo a un unico Banco malo, pagato coi soldi pubblici, poi svenduti a fondi immobiliari che hanno cominciato a sfrattare gli inadempienti, poi tutti allo scadere dei contratti, moltiplicando diverse volte l’investimento iniziale e privilegiando la vendita agli affitti normali (in quella che gli analisti considerano una tendenza che si manterrà in questi scenari mondiali, solo a Madrid Blackstone ha venduto nell’ultimo anno oltre 3.000 immobili in affitto).
Anche il modello di patrimonio pubblico determina gravi criticità. L’edilizia pubblica sociale (Vpo, Vivienda protegida oficiál) in gran parte non è di proprietà pubblica ma costruita con accordi secondo cui il privato ci mette i soldi, il pubblico defiscalizza e facilita la burocrazia ma dopo un tot di anni, generalmente dieci, gli immobili diventano di chi li ha costruiti che, in genere, procede alla “valorizzazione” dell’asset finanziario (aumenti, sfratti, rivendita o riconversione ad accoglienza residenziale più profittevole, turismo, studentati, contratti temporanei).
C’è poi la subordinazione dell’interesse pubblico a quello privato. Restiamo a Madrid, dove la sindaca Ana Botella, moglie dell’ex capo del governo del Pp José María Aznar, per risanare le casse della società immobiliare pubblica (per obblighi di bilancio arrivati con la legislazione del governo Rajoy, sempre del Pp) vendette nel 2013 oltre 5 mila immobili di cui 1.850 residenziali al fondo Blackstone, che ha subito proceduto alla “valorizzazione”. Immobili costruiti con denaro pubblico e svenduti, a circa 75 mila euro l’uno, con una perdita per le casse comunali che la Corte dei Conti spagnola ha stabilito in oltre 25 milioni di euro rispetto al valore del lotto.
“¡No vas a tener una casa en tu puta vida!” è stato lo slogan che ha anticipato il 15M, gli Indignados. Da quasi vent’anni bassi salari e costo della casa sono stati identificati come gli scogli che impediscono alle giovani generazioni di costruire un futuro. La nuova lotta per la casa nasce con la crisi del 2008 che in Spagna ha avuto conseguenze feroci. Il disegno di creare un paesi di piccoli proprietari si è infranto con lo scoppio della bolla immobiliare, con l’imporsi di nuovi modelli economici, di profitto e di governo delle città. Nel frattempo le cose sono peggiorate.
Pignoramenti, sfratti, mancanza di alternative hanno determinato la nascita di un movimento che si misurava con le solite e le nuove criticità, turistizzazione delle città, finanziarizzazione del bene della casa, rigenerazione urbana intesa come moltiplicazione dei meccanismi della rendita, bassisima offerta di edilizia convenzionata e quasi totale assenza di presenza pubblica sul mercato immobiliare “normale”.
Maricarmen —la simbolica brutalità della sua storia, lo sgombero seguito in diretta televisiva— rappresenta migliaia di famiglie, centinaia di migliaia di persone. In Spagna non è come qui, i meccanismi di espulsione sono molto più rapidi, leggi e giudici tendono a premiare la tutela della proprietà sulla funzione sociale dell’abitare, malgrado sia un diritto costituzionale.
Il movimento riformista di massa è lo strumento con cui il Sindacato inquilini si fa soggetto politico. Riscrive l’agenda, costringe politica e istituzioni a prendere posizione. E ha una forza concreta, enorme, in grado di ribaltare il tavolo: le sue istanze sono maggioritarie nel paese.
La portata della crisi abitativa in Spagna sovverte la classica distribuzione per affinità politica dell’opinione pubblica. Anche gli elettori di destra, inchiesta di 40db per El País, sono in maggioranza per il controllo dei prezzi, per il divieto ai fondi speculativi, per il blocco degli sfratti. Un’inchiesta di Academia del Dato per El Diario, conferma il dato: il 73 per cento degli spagnoli appoggia lo sciopero generale richiesto dal Sindacato inquilini (il 60 tra gli elettori di Pp e Vox). Regolazione degli affitti e interventi legislativi sono auspicati anche da quote sorprendenti di piccoli proprietari. Anche le loro famiglie e amicizie sono vittime di queste regole del mercato. La paura è il sottofondo comune: quasi il 75 per cento degli inquilini temono di essere sfrattati (El Paìs). Elettori di tutti i partiti.
Con questa condivisione del disagio sociale, con questi numeri, non si tratta di aspettare che passi la tempesta. Le acampadas, oltre mille le tende nella Plaza del Sol di Madrid, resteranno almeno sino allo sciopero generale. Ricordano il 15M. Son movimenti diversi ma hanno uno stesso potenziale, e egualmente nessuno li ha visti arrivare. Quello, espressione della crisi della rappresentanza, economica e della precarietà del lavoro, dinamitò il quadro politico e seppellì il bipartitismo; questo, espressione di una crisi sociale che la Spagna anticipa ma è comune a altri paesi, ha anche maggiore penetrazione e trasversalità, oltre a precisi obiettivi politici. Come si riverbera sul piano politico e elettorale? Questo è un altro paio di maniche
Pedro Sánchez, che è animale politico, coglie la nuova fase. L’agenda è cambiata, Ceuta, l’immigrazione, gli scandali del Psoe sono usciti dal dibattito. Torneranno. Ma la casa resterà centrale. Il 14 ottobre è la data prevista per lo sciopero generale. La protesta si allarga, si uniscono altre vertenze, sanità e scuola pubbliche, che sono in gran parte competenza delle Comunità autonome, in maggior parte governate dalle destre.
Sánchez, ha compreso il cambi di ciclo, è tra i più attrezzati a cavalcare l’onda ma può anche esser disarcionato. Chi si è messo contro, a destra, potrebbe non aver fatto bene i calcoli, a cominciare da Junts. Veri protagonisti della caduta del decreto, che era stato concordato con loro passo dopo passo, dividendolo in due proprio per consentire di far passare almeno le misure d’emergenza, col loro voltafaccia sono diventati i maggiori responsabili della bocciatura. L’ormai prossimo ritorno di Carles Puigdemont, questa settimana la Corte costituzionale piegherà le ultime resistenze del Tribunale Supremo all’applicazione dell’amnistia per i fatti catalani, probabilmente non sarà il rientro trionfale che immagina.
La campagna elettorale da tanto tempo evocata è iniziata. Il governo sta studiando come rinnovare i decreti. La strada sembra sgombera. Col parlamento sciolto ma il governo ancora in funzione i decreti potrebbero essere riproposti e essere vagliati dalla Diputación permanente, in cui i voti di Junts non sono determinanti.
La Spagna è attraversata da forti tensioni politiche. Scontri tra poteri dello stato, un’offensiva di parte della magistratura contro il governo che ha ormai le caratteristiche di un golpe senza carri armati, un vocabolario politico becero e irresponsabile, tanto rimestar nel torbido nei media, nella comunicazione digitale le campagne politiche da parte di player internazionali (Stati Uniti, Israele e Russia), segnali sempre più frequenti di violenza politica organizzata di estrema destra, forze di sicurezza non affidabilissime dal punto di vista democratico.
La politica spagnola è in una fase molto cruda ma anche feconda. Nel dibattito tra riformismo e massimalismo, quello che succede è che il riformismo lo sta facendo la piazza, lotta per misure proprie delle democrazie liberal-democratiche, esercita pressione su politica e istituzioni. Richiede misure sociali concrete, che affondano nel welfare asburgico e nelle esperienze socialdemocratiche e del liberalismo illuminato. Il massimalismo (il tutto o niente propugnato da parte di Podemos) è stato sconfitto. Quello al fianco della speculazione si è dichiarato.
Dal momento della pubblicazione in Gazzetta ufficiale dello scioglimento delle camere, 54 giorni separeranno il paese dal voto. Due mesi ad alta tensione in cui la Spagna, e l’Europa, mettono in gioco il loro futuro.
