Giornalismo sotto attacco in Italia

Il volto crudele e ignorante della destra

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Lo scivolone è di quelli che lasciano il segno, senza speranza di redenzione. Il riferimento è alle scelte davvero incredibili fatte dall’apposita commissione del Ministero della cultura (Mic) in merito ai cosiddetti contributi selettivi per film e documentari. Sono tutti film, aggiungerebbero gli esperti.

Se si guardano le scelte, viene spontaneo un urlo sdegnato accompagnato da rabbia e incredulità. Per chiunque viva nel nostro benedetto Paese il caso di Giulio Regeni è in cima all’elenco dei misfatti che hanno attraversato la storia italiana, con acclarata subalternità dei governi alla logica dei rapporti commerciali con l’Egitto oppressore del giovane ricercatore torturato e ucciso. La difesa delle persone e dei diritti umani è lasciata al dì di festa, per sparire nel resto delle giornate. Come non cogliere l’abnormità dell’esclusione di un notevole film, fortissimo nel messaggio e altrettanto rilevante sotto il profilo estetico grazie ad una regia molto attenta e alla passione dei produttori.

Non sarà un caso se la Rai l’ha acquistato per metterlo nel palinsesto appena dopo l’uscita sugli schermi di Sky. E se, sulla base dell’autorevole proposta della senatrice a vita Elena Cattaneo, settantaquattro atenei hanno deciso di far circolare un prodotto culturale emozionante. La inquietante commissione di merito ha forse cercato, più realista del re e della regina, di occultare la memoria di una tragedia mostruosa.

L’esclusione di Giulio Regeni. Tutto il male del mondo non è l’unica sberla inferta alla dignità e alla cultura. Risaltano ulteriori esclusioni pure clamorose, dalle opere di Francesca Archibugi, o di Andrea Pallaoro che ha ereditato l’ultima sceneggiatura vergata da Bernardo Bertolucci. Solo per citare qualche caso. Ricordiamo, poi, il recente appello contro i tagli firmato da oltre duecento esponenti dell’immaginario audiovisivo.

Due componenti della commissione esaminatrice (Galimberti e Mereghetti) si sono dimessi, mentre il Coordinamento delle associazioni di settore ha protestato pur assai tardivamente come stigmatizzato dalle rappresentanze di recente costituzione nate nell’età del precariato e della crisi. A questo punto, ben altre dimissioni sarebbero doverose a meno che il ministro Giuli o il direttore del cinema Brugnoni fossero distratti mentre uscivano le graduatorie, ma in un frangente come questo l’ignoranza non solo non scusa, mentre è se mai un’aggravante. Siamo di fronte ad un dicastero sul viale del tramonto, emblematico dell’assenza di una qualsivoglia politica culturale di e in una destra partita con gli squilli di tromba di una nuova egemonia e ridotta ad una versione ingiallita e bonsai del minculpop. La coppia Sangiuliano- Giuli ha inferto un colpo ferale al settore che gode (godrebbe) di maggiore autorevolezza sul piano internazionale. Senza offesa per le persone, è legittimo invocare una svolta generale e, per l’intanto, la revisione delle decisioni assunte.

Del resto, un coro di critiche (finalmente) si è sollevato e ormai si pone il problema strategico della fragilità strutturale di un ministero ormai profondamente indebolito.

Viene da piangere se si pensa al dramma di Giulio Regeni e alla compostezza straordinaria dei genitori, che non meritavano anche questo.

Ovviamente, servirà quanto prima una profonda revisione dei meccanismi normativi, che oggi premiano i contributi automatici insieme ai funambolismi del tax credit: è ciò che chiede un mercato abbandonato agli spiriti selvaggi dei modelli più commerciali. Simile accozzaglia così poco commendevole interpella tutto il mondo democratico, di cui il cinema ha sempre fatto parte, ed esige di superare incertezze e piccole compromissioni.

Se ne vadano gli inquilini che oggi occupano stanze tanto prestigiose e si apra una stagione di coraggiose vertenze sui vari territori delle culture. Il limite di guardia è stato superato, di molto. Comunque, non finisce qui.

Fonte: “Il Manifesto”


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