“La grazia” è, prima di tutto, un film sulla morte. Ma non sulla morte come evento, bensì come presenza costante, come condizione che filtra la memoria, il tempo, le relazioni e il modo stesso di stare nel mondo. È un film sulla precarietà dell’esistenza, sull’impossibilità di afferrare la verità, sulla complessità di una realtà che si frantuma proprio nel momento in cui si tenta di darle un ordine morale o razionale. La grazia evocata dal titolo non è tanto un atto giuridico o religioso, quanto lo stato, come affermato nel film stesso, fragile e inquieto, di chi vive immerso nell’incertezza e ne accetta il peso come condizione naturale dell’esistere. Sorrentino mette in scena un Presidente della Repubblica, Mariano De Santis, chiamato a decidere su casi estremi: la grazia per due omicidi, uno legato alla difesa di una donna dalle violenze del marito, l’altro all’uccisione di una moglie malata di Alzheimer, e la firma della legge sull’eutanasia. Temi enormi, laceranti, che sembrerebbero chiedere un’analisi morale, politica e civile. Eppure il regista appare sorprendentemente poco interessato a queste problematiche in quanto tali. I casi vengono esposti come nodi difficili da sciogliere, complessi, ma non vengono mai approfonditi, mai giungono ad essere il centro motore del film. Servono piuttosto come dispositivi narrativi, come superfici su cui far emergere altro, qualcosa che riguarda intimamente il protagonista e, più in generale, la condizione umana. Il vero motivo del film è infatti l’impossibilità di arrivare ad una verità definitiva. Questa impossibilità attraversa tutto: le decisioni politiche, i rapporti familiari, la memoria della moglie scomparsa, il sospetto di un suo tradimento mai accettato proprio perché ancora profondamente amata. Il Presidente vive prigioniero del ricordo di una donna che continua a esistere come immagine, come leggerezza, come grazia perduta e forse mai davvero posseduta. Anche il dubbio del tradimento diventa allora irresolubile, e non perché manchino le prove, ma perché la verità, qualunque essa sia, risulterebbe comunque insopportabile. “La grazia” compone idealmente una “trilogia politica” di Sorrentino, dopo “Il divo” e “Loro 1 e 2”. Ma se quei film funzionavano proprio perché lavoravano sull’immagine pubblica-privata “alterata” di personaggi reali, Andreotti e Berlusconi, trasformandoli in simboli di un potere intrecciato alle fragilità personali, qui qualcosa si inceppa. La figura del Presidente non è reale, ma inventata, pur costellata di riferimenti riconoscibili (il suo nome Mariano, come quello della storico politico democristiano Rumor, la figlia Dorotea, il cui nome ricorda quello della potente corrente della Democrazia Cristiana, il fervore cattolico, e i vaghi richiami alla figura di Mattarella). Questa scelta, invece di liberare completamente la visione surreale e paradossale, che è la cifra migliore di Sorrentino, finisce per contenerla. Il personaggio serve a mettere in campo dubbi enormi, ma questi dubbi non vengono mai davvero affrontati in profondità, perché non sono fonti ispiratrici per il regista. Il film allora gira a vuoto ogni volta che tenta di essere un’opera “realistica”, che analizza casi giudiziari o questioni etico-politiche in modo diretto. Al contrario, dà il meglio di sé quando si concentra sugli effetti emotivi ed esistenziali di queste scelte. La solitudine di Mariano De Santis, l’attesa della fine del mandato, nel semestre bianco, come metafora dell’attesa della morte, la lentezza e la fissità delle sequenze che rendono tangibile una stanchezza dell’anima prima ancora che del corpo. I rapporti del Presidente con l’amica Coco e con l’amico Ugo, entrambi sospetti protagonisti del tradimento della moglie, e quelli con la figlia, sua stretta collaboratrice, sono segnati da incomprensioni insanabili, da una distanza interiore rispetto a tutto ciò che lo circonda. Emblematica è la scena dell’incontro del protagonista con il professore che ha ucciso la moglie per porre fine alla sua sofferenza. Il Presidente non lo guarda come un uomo da giudicare, ma come uno specchio di sé stesso, un individuo che continua a giocare una partita impossibile con la memoria della donna amata e perduta. Ed è significativo che proprio a lui la grazia venga negata. Non perché colpevole in senso assoluto, ma perché “rotto dentro”, incapace, come il Presidente stesso, di uscire dal labirinto del dubbio. Negando la grazia a quell’uomo, il Presidente sembra, in realtà, incapace di concederla a sé stesso. E anche la telefonata, nel sottofinale, all’avvenente direttrice di “Vogue” sembra essere un testamento, tanto ricco di ricordi felici quanto immerso in un vuoto incolmabile. “La grazia” è, dunque, un film che funziona quando Sorrentino può essere pienamente Sorrentino, e si indebolisce quando tenta di farsi narrazione “impegnata”. Non è un caso che “Parthenope”, il precedente film dell’autore napoletano, così distante dalla realtà concreta, e così libero nel suo sorvolarla, risulti uno dei suoi lavori più riusciti. La sua poetica vive altrove, in un territorio sospeso, dove il dubbio non chiede soluzioni, ma si trasforma in forma, ritmo, attesa, poesia dello sguardo attonito mai risolto. Il soprannome del Presidente è “Cemento armato”, ma la sequenza che più lo rappresenta Sorrentino la colloca, oniricamente, come nel suo migliore cinema, dentro un’astronave, in cui Mariano De Santis finalmente raggiunge la tanto anelata leggerezza. Ed è lì, non nei casi giudiziari, che “La grazia” trova, a tratti, la sua verità più autentica.
