Ad un certo punto è subentrata la maretudine, quella stramba sensazione per cui dovunque non vedi il mare, alla fine, non stai davvero bene. E, se stai male, il primo placebo cui pensi è il mare, possibilmente in versione invernale. Le onde si abbattono sugli scogli incuranti del resto del mondo e non ci sono cigni rosa gonfiabili, né pedalò né odore di frittata di pasta, né auto in tripla fila.
Confesso di aver mentito e, in fondo, è ciò che ha fatto larga parte della mia generazione. Mi sono “venduta” per ciò che non ero pur di avere una carta da giocare. E’ così che sono sbarcata a Formia. La città in sé non era né bella né brutta. L’ho trovata soffocata dal traffico nonostante fosse solo marzo. Gente in giro quanto basta, piuttosto vuota la mattina.
Compresi quasi subito che mi mancava tutto per poterla raccontare per davvero. Per esempio non conoscevo i nomi delle strade. Via Lavanga, dov’era? Via Abate Tosti… ma chi era stato l’Abate Tosti?
Non sapevo nulla delle persone influenti. In uno mi ci sono imbattuta nel vero senso della parola, l’avvocato Marcantonio Tibaldi, un anziano e apprezzato professionista del foro locale che da un tempo indeterminato e indeterminabile si occupava dell’impatto avuto dalla centrale nucleare del Garigliano, situata in territorio di Caserta ma in realtà affacciata sull’ultimo lembo della provincia di Latina, che è Santi Cosma e Damiano, città dove l’avvocato viveva e che amava profondamente. Il giorno in cui abbiamo parlato per la prima volta ho scoperto una cosa che prima non avevo affatto considerato, ossia l’osmosi tra le due province, Caserta e Latina, ho avuto la rappresentazione plastica della “terre di confine”, luoghi dove tutto può succedere ma nel complesso accade poco e sempre lo stesso. Ciò che accadeva su quel confine era assai rilevante. Oltre alla presenza della odiata centrale nucleare già allora in dismissione post referendum, veniva ammazzata e bruciata una certa quantità di persone, tutti legati alla fazione perdente del clan dei casalesi che tra il 1988 (con la sconfitta e forse la morte di Antonio Bardellino) e il 1992 ha subito una mattanza poi esaminata nel celebre processo Spartacus. Allora non era ben chiaro. Io comunque non ne capivo praticamente nulla. A salvarmi fu un poliziotto della minuscola squadra “giudiziaria” del commissariato di Formia. Era una sorta di Serpico, uno che vestiva in modo trasandato per non farsi notare, entrava nelle fabbriche abbandonate del sud pontino dove decine di giovani si drogavano di eroina o ci vivevano persino. “Noi non diamo notizie ai giornalisti”, esordì quando mi sono presentata come la giornalista di cronaca nera del quotidiano provinciale. Mi aveva squadrata prima. Avevo le scarpe sbagliate, tacco troppo alto, la camicia sbagliata, a fiori e non azzurra di cotone, i pantaloni sbagliati, un ridicolo bermuda blu, i capelli sciolti anziché legati a coda. Tutti gli investigatori dicono che non trasmettono notizie ai giornalisti, ma palesemente non è vero. Fu così anche in quel caso, anche per me. Il giorno dopo scelsi l’abbigliamento da battaglia, perché di quello si trattava. Fuori dalla redazione, in quella “terra di confine” si stava combattendo una guerra a bassa intensità.
