Giornalismo sotto attacco in Italia

Gaza muore d’inverno

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(con un’intervista a Riccardo Noury sul tema dei diritti umani e del Rapporto annuale di Amnesty International)
Mohammed Khalil Abu al-Khair: si chiamava così uno dei neonati morti di recente a Gaza. Non è certo il primo e purtroppo non sarà l’ultimo, visto che la Striscia è ormai ridotta a un cumulo di macerie, con le case bombardate che crollano anche per via delle intemperie e degli allagamenti, le tende che vengono sferzate e strappate dal vento e malattie sempre più gravi che imperversano in un lembo di terra ormai divenuto inabitabile.
Gaza muore e non se ne parla quasi più, distratti come siamo dalle luminarie, dal Natale, da una Legge di Bilancio pessima e scritta come peggio non si sarebbe potuto e da tutta una serie di problemi, a cominciare dal conflitto in Ucraina, che di sicuro ci tengono col fiato sospeso ma non possono e non devono farci dimenticare il genocidio in atto. Non quest’anno, almeno, non dopo che siamo scesi in piazza a migliaia, anzi a milioni, per gridare il nostro orrore nei confronti di una strage per la quale ormai mancano persino le parole. Non possiamo far finta di niente e andare avanti come se nulla fosse, vanificando così il meritorio impegno di una comunità, in particolare giovanile, che nell’inferno di Gaza ha trovato una ragione di esistere, denunciando con un vigore che non si vedeva da tempo l’ingiustizia e l’aberrazione compiuta dall’esercito israeliano ai danni di una popolazione stremata, inerme e incolpevole di tutto. E nessuno venga a dire che c’è stato il 7 ottobre perché non c’è massacro, nemmeno il più efferato, che possa giustificare la pulizia etnica nei confronti di un intero popolo, compresi vecchi, donne e bambini.
Gaza muore nel silenzio, nell’indifferenza e nel disprezzo dei media occidentali, vestiti a festa alla vigilia dei cenoni e della nostra minima serenità familiare: tutto legittimo e giusto, per carità, ma non possiamo perdere di vista l’umanità, le guerre che continuano a infestare il mondo e, più che mai, il destino di una collettività che meriterebbe a sua volta di poter esistere e vivere senza il terrore di essere massacrata ogni giorno.
Gaza muore anche di freddo e di fame, per malattie che da noi sarebbero perfettamente curabili, mentre l’IDF spesso impedisce l’ingresso di beni di prima necessità, ostacola gli aiuti umanitari e porta avanti un disegno di distruzione per il quale ormai qualunque condanna, compresa la più aspra, rischia di rivelarsi insufficiente.
A Gaza si muore e si cova un odio sordo, feroce, destinato a durare per decenni: l’odio degli sconfitti, degli smarriti, degli ultimi, di chi si è visto sterminare l’intera famiglia, di chi ha perso tutto, di chi trascorre ogni giorno con i piedi nel fango, al gelo e senza alcun conforto.
Chiediamo scusa al bambino con cui abbiamo iniziato quest’articolo, a un’intera infanzia privata di tutto e all’umanità, per l’appunto, per averla accantonata, per il fatto di ricordarcene solo quando ci fa comodo, per la nostra ipocrisia, per il nostro essere diventati bruttissimi dentro, per la nostra complicità con il genocidio in corso e per tutto ciò che di tremendo avverrà ancora a quelle latitudini.
Se questo Natale ormai imminente ha ancora un senso, risiede nel volto di quel bambino, Mohammed, la cui unica colpa è stata nascere in una terra destinata a morire.
A proposito di diritti e dignità umana, abbiamo intervistato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, con il quale abbiamo affrontato, naturalmente, il tema di Gaza ma anche, sul versante internazionale, le tragedie dell’Ucraina e del Sudan e, sul versante interno, il clima che si respira in un’Italia sempre più ingiusta, diseguale e disumana, caratterizzata da una legislazione repressiva e da vicende inquietanti come lo sgombero del centro sociale Askatasuna a Torino, con tanto di militarizzazione di un intero quartiere e rischi connessi all’ordine pubblico e alla sicurezza delle persone. Senza dimenticare la promozione di Filippo Ferri, condannato in Cassazione a tre anni e otto mesi per falso aggravato a proposito dei fatti della scuola Diaz (G8 di Genova 2001), a questore di Como e un’altra serie di dettagli inquietanti che compongono il quadro di un Paese in cui la unica luce, nell’anno che volge al termine, è stata la mobilitazione giovanile in favore della Palestina e dei diritti umani.
A luglio saranno venticinque anni dell’orrore di Genova. All’epoca, una generazione venne ridotta al silenzio. L’auspicio è che i ventenni di oggi possano, invece, avere voce e trovare un’Iadeguata rappresentanza politica.

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