Giornalismo sotto attacco in Italia

L’occupazione: un libro urgente. Intervista a Vincenzo Vita

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Il volume scritto a due mani dall’ex parlamentare e Presidente dell’Aamod Vincenzo Vita e da un giovane ed eclettico giornalista impegnato come Roberto Bertoni mette in ordine, storicizza e analizza gli avvenimenti politici, sociali, culturali che hanno logorato il sistema dell’informazione in Italia.

L’occupazione non fa sconti a nessuno, è un libro godibile e avvincente, anche perché scritto con lo sguardo attento e testimone dei fatti di Vita e con quello oggettivo e libero di Bertoni. Due generazioni lontane tra loro, e quindi anche con differenti punti di vista sul reale, convergono e si uniscono per ribadire quanto sia urgente la tutela dell’articolo 21, in un Paese che smembra una Costituzione quasi perfetta, scritta sulle macerie di una dittatura fascista che portò a una guerra mondiale dalla quale l’Italia era uscita a fatica, ma con fiducia, in difesa di giustizia e libertà e con quel senso democratico e quell’impegno civile e intellettuale che, oggi in modo particolare, sembrano non appartenerci più.

Per quale motivo lei e Roberto Bertoni avete sentito l’esigenza di dare ai lettori alcune chiavi di lettura per riuscire a capire e interpretare il pericolo che la libertà di stampa e l’articolo 21 della nostra Costituzione stanno vivendo?

In Italia – così come in molti Paesi europei per non parlare del degrado negli Stati Uniti, in Russia e altrove – l’informazione è nel mirino, soprattutto ora, con le destre al potere. Il numero di querele cosiddette “temerarie” ha raggiunto record spaventosi, pari a quello di Paesi come l’Ungheria, per fare un esempio. Gli attacchi all’indipendenza del servizio pubblico sono continui. Trasmissioni come Report sono esplicitamente prese di mira, alle volte prima ancora che venga trasmessa la singola puntata; la stampa è totalmente in crisi, da diverso tempo, ma mai come adesso; alcune testate giornalistiche sono asservite in modo esplicito a questo Governo; il precariato nel giornalismo è spaventoso, sconosciuto ai più e preoccupante; il servizio pubblico ha perso la pluralità di sguardo per la quale era nato. Un ulteriore motivo di allarme sulla libertà di stampa, e che ha spinto Roberto Bertoni e me a scrivere il libro, riguarda un regolamento europeo. L’EMFA, l’European Media Freedom Act – approvato come Regolamento europeo sulla garanzia della libertà e la pluralità dell’informazione, in vigore dall’agosto del 2025 – non è stata rispettato dall’Italia e noi ci auguriamo che ci sia presto un’iniziativa da parte dell’Europa per tale comportamento.

Abbiamo deciso di lavorare insieme, Roberto Bertoni e io, perché mi faceva piacere poter interagire con una persona che ha quarant’anni meno di me (Bertoni ha 33 anni) e non ha avuto un rapporto diretto con il logoramento degli avvenimenti di questo Paese e, quindi, li vive in maniera molto diversa dalla mia. Essendomi occupato per quasi tutta la vita di politica e informazione, e occupandomene ancora, mi piaceva sperimentare e condividere la stesura di un testo con chi non ha vissuto in prima persona i decenni del degrado dell’informazione. Avendo vissuto tutto questo sulla mia pelle, ritengo di non essere totalmente lucido, nel senso che il rischio che sento è quello di poter risultare fazioso al lettore. Certo, io ne ho di faziosità, e anzi la rivendico, soprattutto nel non sopportare nulla del berlusconismo e delle sue conseguenze nell’informazione, nella cultura, nella società. Ma tutto questo mio diretto coinvolgimento agli accadimenti passati temevo potesse in qualche modo “nuocere” a un lavoro di storicizzazione che fosse davvero oggettivo. Quindi ho sentito la necessità di collaborare con un giovane giornalista tra i più promettenti del nostro Paese. Ed è stato un colloquio molto interessante. Da parte mia, l’esperienza mi ha dato la possibilità di raccontare qualche fatto inedito (durante i governi di centro-sinistra, quando ero sottosegretario PDS- DS, tra il 1996 e il 2001, con i governi Prodi, D’Alema, Amato), sul perché alcune riforme proposte dal centro-sinistra siano state bloccate, indubbiamente dal fuoco nemico, ma anche da quello amico e ne spiego le ragioni meno note. Roberto ha dato il contributo, per me fondamentale, sulla ricostruzione di tutta la generazione del G8 di Genova, nel 2001. Quello è stato un vero spartiacque: la più violenta sospensione dei diritti mai vista prima nell’Italia democratica. Non che non fossi a conoscenza dei motivi e della tragedia profondi di quel luglio a Genova, ma Bertoni (che ha intervistato le vittime di quel massacro, ha scritto libri, pièces teatrali e lavora ancora su quei fatti), mi ha dato ulteriori motivazioni di comprensione su quel disastro. Il libro, poi, punta lo sguardo sul futuro politico, che ha significato un ragionamento molto stimolante riguardo l’avvenire dell’Italia.

Questo libro scomodo, per così dire, è anche molto godibile da leggere, per scorrevolezza e leggerezza, seppure nella profondità dei temi che tratta. Ma le vorrei fare un ragionamento un po’ provocatorio ma, spero, utile. Temo che l’impressionante limitazione della libertà di stampa (che trova il suo sviluppo degenerativo nel berlusconismo degli anni ’90 e prosegue si qui), non venga valutato come allarme democratico dalla maggior parte della società di questo Paese. Osservo che chi cerca di segnalare le emergenze e le mancanze dell’Italia. non si fa capire dalla massa di persone che ha aderito, anche solo passivamente, alla degenerazione culturale e d’informazione, sin dal berlusconismo. Soprattutto, temo siano i giovani a non capire noi e noi a non capire i nostri giovani. Cosa pensa a riguardo?

Questa è la domanda delle domande, è un nodo che si deve sciogliere senza supporre ci siano risposte facili e sbrigative. È un tema storico, questo, che riguarda un paradigma sociale e un cambiamento di sintassi. Credo, soprattutto, che il problema urgente sia comprendere e diminuire la distanza tra la nostra generazione e quella dei ragazzi. Bisogna capire come interagire con l’humus culturale delle giovani generazioni, che è molto diverso da quello delle generazioni precedenti. Bisogna trovare, cioè, un linguaggio nuovo, anche per facilitare la stessa lettura del libro. Un libro che parte di riforma della Rai, antitrust, conflitto d’interessi. Questi argomenti non riguardano minimamente la generazione dei trentenni, per non parlare di quella dei ventenni. Non c’erano, non capiscono -giustamente- cosa diciamo. Il linguaggio, dunque, deve necessariamente essere riequilibrato, ridefinito, direi tradotto affinché esso si metta a disposizione della semantica di generazioni che usano codici nuovi, digitalizzati, crossmediali e hanno un modo diverso dal nostro d’intendere le cose. Ecco perché la presenza di Roberto Bertoni mi è stata fondamentale. Ho dovuto capire e usare i codici di un ragazzo di trent’anni e adottarli affinché il libro fosse comprensibile anche e soprattutto ai suoi coetanei. Le migliaia di ragazze e ragazzi che vediamo scendere in piazza nelle manifestazioni contro il genocidio di Gaza, per fare un esempio preciso, vivono questi momenti in maniera completamente diversa dalle persone che, con me, manifestano per le stesse ragioni, ma hanno 50-60-70 anni. I giovani non hanno la struttura cognitiva delle generazioni precedenti alla loro, soprattutto ora. Per questi nostri ragazzi manifestare a sostegno di Gaza significa manifestare per la Libertà, in senso lato, a prescindere da ogni discorso magari più articolato, di natura geopolitica, per esempio. E siamo noi che dovremmo fare un bagno di realismo, con lo scopo di parlare fuori dal nostro coro, come lei dice. Bisognerebbe diventare umili, lo diceva bene Marc Augé, e mettersi in ascolto: una sorta di esplorazione, che sviluppi una capacità rabdomantica di indagare, guardare, osservare fuori di noi, come fossimo monaci che vanno a cercare l’acqua.

Walter Benjamin, nel 1929, scriveva che l’intellettuale dovrebbe uscire dalle proprie polverose stanze per scendere tra la folla e capire cosa accada davvero. Da molto tempo, dunque, si sente la necessità di trovare forme di comunicazione che accomunino l’intera società, e forse è un’utopia. Ma come possiamo coinvolgere la massa di giovani e di “indifferenti”, chiamiamoli così per brevità, nella lettura del vostro saggio?

Il volume è un tentativo di riannodare le storie di questo Paese: vorrebbe cioè fornire gli strumenti di conoscenza su passaggi che hanno inciso profondamente e irrimediabilmente sull’opinione pubblica. Il berlusconismo, come dicevamo, non è stato semplicemente un fenomeno televisivo: ha orientato la cultura di massa e ha inciso profondamente nel clima di opinione. Senza il berlusconismo, non vivremmo la situazione sociale, politica, culturale che stiamo subendo. La degenerazione politica deriva da un impianto istituzionale, quello berlusconiano, che oserei definire persino meno insidioso di quello attuale: Berlusconi, cioè, aveva interessi esclusivamente personali, di autotutela e ricavi economici a uso quasi esclusivamente privato. Il meccanismo culturale e mediatico di Berlusconi in Italia (quello della televisione generalista in cui c’è rapporto tra l’uno e la moltitudine e che ignora l’intermediazione), oggi, con Giorgia Meloni e il governo di destra, nasce da lì e si è deteriorato al punto di farci vivere la rottura dell’intero impianto costituzionale. Di qui, l’attacco alle autonomie istituzionali di questo Paese, che si chiamino magistratura, o informazione. E questo attacco furioso, ultimamente, ha colpito l’autonomia più alta: il Capo dello Stato. Perché è evidente che, nel disegno del premierato, del presidenzialismo, il Capo dello Stato, interpretato con grande sapienza da Sergio Mattarella, disturba il percorso del Capo del Governo e, di conseguenza, va attaccato. Quella che viene chiamata in politologia la tendenza alla “democratura” (brutta parola, per la verità, crasi dei vocaboli democrazia e dittatura), viene esercitata attraverso l’accentramento dei poteri: il Parlamento conta sempre meno; le autonomie, anche quelle locali, dove la maggior parte dei comuni del Paese non hanno soldi, contano pure sempre di meno; si esaspera l’attacco sfrenato e annoso alla magistratura (il problema della separazione delle carriere è un falso problema, ma il Referendum che ci prepariamo a votare nel 2026, dimostra che, ora, si può attaccare più frontalmente l’autonomia di questa istituzione). Tutti i passi convergono verso l’assunzione dei pieni poteri da parte del Governo e si spinge fortemente a definire il premierato, anche perché si avvicina la fine della legislatura (2027).

Il libro ha lo scopo di individuare il filo conduttore della degenerazione istituzionale. Il coinvolgimento del lettore, se c’è, dev’essere individuato nel condividere l’idea che quanto accade oggi lo si può e lo si deve leggere guardando al passato: una stagione molto lontana che ci ammoniva -però- a restare vigili e a contrastare il degrado attuale. Non lo si è voluto guardare quel passato, ma i fatti dimostrano che le degenerazioni dei decenni scorsi si sono radicate, fino a portare il Paese alla situazione di emergenza democratica che stiamo vivendo. Non è un caso se, nel libro, vengono citati i nomi di Enzo Biagi, Sergio Zavoli e di altri autorevoli giornalisti e intellettuali che, trent’anni fa e più, già ci ammonivano su quanto accade oggi. L’attuale attacco all’articolo 21 della Costituzione, molto serio, in questo libro viene raccontato minuziosamente, per comprenderne, assieme ai lettori, le cause profonde e antiche.

Mi può indicare tre passaggi fondamentali che avete individuato e analizzato come fattori determinanti nella costruzione dell’attuale meccanismo di decadimento democratico, in Italia?

Il primo, poco o per niente conosciuto oggi, è l’instaurazione del berlusconismo. Non mi stancherò di ripeterlo. Il Referendum del 1995 sul numero consentito delle televisioni e sulle pubblicità è stato l’inizio della fine. Siamo tutti d’accordo, credo, che se quel Referendum non fosse passato la storia dell’Italia sarebbe cambiata. La campagna, vorrei sottolinearlo, fu poco seguita, in realtà, anche dal PDS stesso, che avrebbe dovuto fare una lotta profonda e radicale perché fosse approvato. Lo dico con cognizione di causa, perché c’ero, ero dentro quel partito e con quel partito ho lottato personalmente e fisicamente contro quel Referendum. Quella fu una grande sconfitta e le sconfitte non sono indolore.

Un altro aspetto fondamentale del libro è il conflitto d’interessi. Il fatto di non essere mai stato risolto ha pesato molto su tutta la società e sull’autorevolezza della stessa sinistra. Il più attuale è il conflitto della famiglia Angelucci, di Antonio Angelucci in particolare. Ne parliamo nel libro, ed è solo un caso tra i troppi conflitti d’interessi. Anche questo argomento resta un’ombra della sinistra e gli elettori sentono ancora il peso dell’aleatorietà con cui è stato trattato.

L’ultimo problema è quello del servizio pubblico, la RAI, che dovrebbe essere comune e, al contrario, è completamente nelle mani del Governo. Sulla Rai, il libro si sofferma a lungo perché è un nodo fondamentale.

Vorrei aggiungere e concludere con un elemento imprescindibile: l’intelligenza artificiale. Il meccanismo che si è messo in moto ha reso estremamente autonoma un’intelligenza senza sentimenti, ricordi, memoria. E tale autonomia meccanica mette in grave crisi il nostro tempo. Come Presidente di un archivio, l’Aamod (Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico), del quale sono molto orgoglioso di far parte, vorrei dire con chiarezza che conservare la memoria storica attraverso gli archivi è fondamentale perché l’intelligenza senza anima non sostituisca mai quella umana. La memoria è una controindicazione per resistere a quanto sta succedendo. Ecco, con Bertoni abbiamo cercato di offrire un contributo a salvare un po’ della nostra  memoria umana.


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