La memoria del 7 ottobre e delle sue conseguenze è ancora ben presente. Se ne parla nel dibattito pubblico internazionale, se ne ragiona all’ONU e la denuncia del genocidio in corso a Gaza è addirittura valsa il Premio Nobel per la Pace a Navi Pilay, giudice sudafricana della Corte Penale Internazionale e già Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i Diritti Umani tra il 2008 e il 2014.
Dal canto nostro, abbiamo deciso di affrontarla con due personalità diversissime ma ugualmente interessanti: Laura Canali, cartografa di Limes e autrice del saggio “Israele e Palestina in 10 mappe”, edito da Marsilio, in cui analizza da par suo la vicenda, servendosi della propria esperienza in fatto di rappresentazione grafica delle questioni geo-politiche nonché della propria conoscenza della materia, e Fathi Tabash, diciottenne di Gaza costretto all’esilio, insieme alla sua famiglia, dalla furia dell’esercito israeliano.
Fare i conti con la realtà e documentarla giorno per giorno, come abbiamo sempre fatto, specie quando si tratta di tragedie: abbiamo scelto di raccontare in questo modo l’orrore in atto e non cambiamo idea, per rispetto di noi stessi e della nostra comunità di lettrici e lettori.
Intervista con Laura Canali:
https://www.youtube.com/live/MRm1QUUzXTA?si=B6-FXJoW6OLGn05v
Intervista con Fathi Tabash
Da dove vieni? Dove vivevi con la tua famiglia prima del 7 ottobre? Hai figli o figlie?
Vengo da Gaza e, prima del 7 ottobre, vivevo con la mia famiglia nella nostra casa. La nostra vita era semplice ma stabile. Vivevamo insieme e cercavamo di costruire il nostro futuro nonostante le difficoltà. Al momento, non sono sposato e non ho figli.
Dove vivi ora? Quali sono le tue condizioni di vita?
Siamo in sette – io e la mia famiglia – a vivere in un’unica tenda e, come puoi ben immaginare, le nostre condizioni di vita sono estremamente difficili a causa della guerra e dello sfollamento. Abbiamo perso molte cose che facevano parte della nostra vita normale. Reperire cibo, acqua e beni di prima necessità è diventato complicato. Viviamo alla giornata e non sappiamo cosa ci riservi il futuro.
Qual è la tua opinione su Hamas e sulla tragedia del 7 ottobre? Pensi che sia possibile la prospettiva di due popoli e due stati dopo il genocidio perpetrato dall’IDF?
Credo che la vita dei civili debba avere valore, a prescindere da chi siano o dal gruppo cui appartengano. Ciò che è accaduto il 7 ottobre è stato un dramma; anche quanto accaduto e quanto sta accadendo ai civili a Gaza, tuttavia, rappresenta un’immane tragedia umanitaria.
Cos’è per te la pace?
Per me e per la mia famiglia la pace è una cosa meravigliosa; significa liberarsi dalla guerra, dalla carestia e dalla paura dei bambini, in una situazione in cui a Gaza non è rimasta più alcuna casa.
Sinceramente, pensi che possa ancora esistere un popolo palestinese dopo questo massacro?
Sì. Il popolo palestinese ha vissuto molte tragedie, eppure resiste, aggrappato alla propria vita, alla propria terra e ai propri ricordi. Case e città possono essere distrutte, ma è difficile distruggere l’identità di un popolo.
Cosa speri per il tuo futuro e per quello della tua famiglia e del tuo popolo?
Spero di vivere una vita normale, di completare gli studi e di realizzare i miei sogni in futuro. Spero di vedere la mia famiglia in un luogo sicuro e che tutti abbiano accesso a cibo, acqua, cure e istruzione.
Credi ancora nella possibilità di tornare in Palestina o hai deciso di trasferirti in un altro Paese?
Spero di rimanere legato alla Palestina, qualunque cosa accada. Se avessi l’opportunità di studiare o lavorare in un altro Paese, potrei andarci per un po’ per garantirmi un futuro, ma ciò non significa che voglia abbandonare la Palestina. Spero che arrivi il giorno in cui possa tornare.
Cosa diresti, ora, a una persona israeliana che sostiene il governo di Netanyahu, spesso anche partendo da posizioni progressiste?
Gli direi che vorrei vedesse i palestinesi come persone con famiglie, sogni e sentimenti, non solo come numeri.
Cosa deve capire la società occidentale della barbarie a Gaza e in Cisgiordania? Perché, secondo te, siamo spesso indifferenti alla vostra sofferenza? Perché non siamo capaci di considerare Gaza come il nostro Paese?
Credo che molte persone nel mondo non colgano appieno la realtà della sofferenza dei civili. Gaza non è solo una notizia in TV o un’immagine sui social media; è un luogo dove le persone vivono con le loro famiglie, i loro sogni, gli studi e il lavoro.
Cosa pensi delle mobilitazioni dei giovani nelle nostre società?
Credo che i giovani abbiano il diritto di esprimere le proprie opinioni e di chiedere pace, giustizia e diritti umani in modo pacifico. Per me è meraviglioso che i giovani si interessino a ciò che accade oltre i propri confini, perché il mondo è diventato interconnesso e la sofferenza delle persone ci riguarda sempre e comunque.
A Gaza assistiamo a una violenza inaudita contro il giornalismo. Cosa pensi di questi omicidi volti a interrompere la narrazione del genocidio?
È davvero sconcertante che l’esercito di occupazione israeliano impedisca a questo messaggio di raggiungere i Paesi stranieri. Israele sta cercando di migliorare la propria immagine agli occhi degli altri Paesi, ma la verità è più forte di ogni propaganda.


