Sono passati 44 anni dal massacro avvenuto nel 1982 nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila, a Beirut. La delegazione dell’Associazione “Per non dimenticare Sabra e Shatila”, testimone della memoria di quel massacro, ha incontrato a Beirut tre personalità libanesi – un giornalista, uno studioso e un professore universitario – impegnate politicamente, anticolonialiste e pan-arabiste. Si oppongono al colonialismo e alle dominazioni straniere e sostengono l’unità politica e culturale dei popoli arabi. Hanno unito al ricordo del massacro l’analisi della situazione politica attuale nell’Oriente arabo e un appello concreto a mobilitarsi.
La continua negazione di ogni valore umano, della storia, della memoria, del diritto a esistere, dell’autodeterminazione, della libertà, del ritorno, della sovranità e della sicurezza rende la Palestina e il Libano due parti di una stessa ferita, dello stesso trauma storico.
E come scriveva Edward Said in Imperial Perspectives (Al-Ahram Weekly, 25 luglio 2003):
“And so we are in for many more years of turmoil and misery in an area of the world where the main problem is, to put it as plainly as possible, US power”.
Maan Bashour ci ha accolto nella sede della casa della cultura Dar Al-Nadwa con la memoria di un impegno mai interrotto che dura dal 1963; un percorso caratterizzato da una visione globale e completa perché “la Palestina non riguarda solo noi arabi, ma ogni essere umano”.
Ha iniziato il suo discorso ringraziando tutta la delegazione per il suo impegno: “Ogni volta che vedo in TV una manifestazione in tutto il mondo a sostegno della Palestina, mi ricordo di voi. Voi siete stati i precursori”. E ha aggiunto: “Israele è stato costruito nell’atmosfera politica occidentale e perderà il suo status nel mondo grazie al vostro impegno e agli sforzi di persone come voi”. Per Bashour, la sconfitta di Israele nell’opinione pubblica internazionale è la premessa “alla sconfitta nella realtà concreta”.
“Difendiamo l’umanità combattendo l’occupazione israeliana in Palestina e ora in Libano”, ha detto. “Difendere la Palestina o il Libano non significa difendere solo la Palestina o il Libano in quanto tali”, come interessi nazionali, ma anche difendere i diritti umani, la dignità, la giustizia, “difendere l’umanità”. E ha rinnovato l’invito alla settima conferenza del Forum per la solidarietà e la giustizia per la Palestina, in programma a Beirut alla fine di novembre.
Bashour ha parlato con un ottimismo prudente ma combattivo. Secondo lui, la battaglia per la Palestina non dipende solo dalle circostanze favorevoli, ma dalla volontà di chi la porta avanti. Ha fatto tre esempi: l’Egitto, il Pakistan e l’unità tra musulmani e pan-arabisti. In tutti e tre i casi sostiene che esiste una base popolare e culturale profonda a favore della Palestina, anche quando i governi non la rappresentano.
Riguardo al ruolo dell’Egitto, ha detto: “Il popolo egiziano sarà un giorno o l’altro parte di questa battaglia. Ora il governo si limita alle relazioni con Washington e con l’Occidente, ma penso che il popolo egiziano sia altrove”. Gli egiziani non provano solo solidarietà verso i palestinesi, si identificano con loro. Sentono la stessa oppressione, la stessa umiliazione, la stessa condizione. Non è solo “io ti sostengo”, ma “io sono come te”. Il Pakistan, per Bashour, è un esempio del peso della religione musulmana nella lotta, e da una prospettiva pan-arabista ha ribadito che “musulmani e pan-arabisti devono essere uniti su un unico fronte, perché hanno molti elementi in comune: la terra, il territorio, la religione, i profeti, la storia, la cultura”. Tutto questo richiede l’ottimismo della volontà.
Uno dei passaggi più significativi ha riguardato il nuovo scenario internazionale. “Oggi uno dei nostri compagni è a Mosca, perché a Mosca stanno lavorando a una intesa tra tutte le forze che sono contro l’imperialismo americano”. E’ un processo che coinvolge anche la Cina. “La Russia sta cercando di capire che è parte del mondo che combatte l’imperialismo, e questo è molto importante. Anche la Cina è così”. Nonostante le difficoltà, Bashour ha espresso dunque un ottimismo di fondo: “Sentiamo ora che il progetto dei nostri avversari sta declinando e il nostro progetto è in crescita qua e là in tutto il mondo”. La solidarietà con la Palestina, l’anticolonialismo e l’antimperialismo stanno guadagnando terreno in diversi Paesi. E ha concluso: “Il diritto del popolo palestinese vincerà”, la Palestina otterrà giustiza, “il diritto della nazione araba”, il diritto dei popoli arabi all’autodeterminazione e all’unità, “il diritto della nazione musulmana vincerà, e il diritto degli uomini liberi di tutto il mondo vincerà”.
Un altro incontro significativo si è svolto in quella che era la sede del giornale libanese di sinistra filo-palestinese “As-Safir” fondato nel 1974 da Talal Salman, che ora ospita attività culturali e agenzie di informazione.
Hussein Ayoub, a lungo giornalista di “As-Safir”, ha aperto il suo intervento ricordando il massacro di Sabra e Shatila, “avvenuto nel 1982 e ripetuto più e più volte, soprattutto ora in Palestina e nel sud del Libano”. “La vittima è la stessa, il killer è lo stesso”, ha detto, “e tutto questo è dovuto al fatto che non è stata fatta giustizia dopo tali atrocità. Nessuno ha mai pagato per ciò che è stato commesso”. La ricerca della giustizia, ha aggiunto, “non cade con il passare del tempo”, non si esaurisce, non si dimentica, non prescrive, e l’impegno sul piano politico e legale sconfiggerà “tutti i tentativi di evitare la condanna”.
Il professor Hossam Matar, docente universitario, ha introdotto un elemento di analisi spesso trascurato: “Una ragione importante per cui stiamo attraversando tutto questo è che il regime siriano è crollato nel 2020. Subito dopo, per noi, il martirio di Nasrallah è stato un colpo molto duro”. La caduta di Assad e la scomparsa del leader di Hezbollah hanno alterato gli equilibri regionali, aprendo un vuoto di potere del quale Stati Uniti e Israele cercano di approfittare. “Dal ritiro dell’esercito siriano dal Libano nel 2005″, ha ricordato, “il Libano è stato governato da una sorta di equilibrio di potere tra Iran e Stati Uniti. Ora ci sono quelli che vogliono che il Libano sia prigioniero della sola influenza americana”.
Nonostante le difficoltà, Matar ha riconosciuto che “Hezbollah come attore libanese è ancora il partito più popolare. È ancora il partito con la più grande infrastruttura e influenza in Libano e l’organizzazione meglio strutturata”. Tuttavia, è più debole rispetto al passato.
Uno dei passaggi più originali della sua analisi riguarda la natura del conflitto in corso. “In Libano, penso, stiamo assistendo alla prima guerra combattuta con l’intelligenza artificiale a questo livello. In Libano, per la prima volta nella storia, sta avendo luogo una guerra tecnologica di questo tipo. Una fabbrica di obiettivi umani che getta la società libanese in uno stato di panico tecnologico. La guerra rende la vita quotidiana stessa un bersaglio”. Il film “Naza”, premiato a Venezia, del resto, lo ha mostrato con chiarezza. L’obiettivo strategico israeliano di questa guerra è “isolare Hezbollah e marginalizzarlo”, riconfigurare la società libanese.
Matar ha offerto una lettura delle nuove dinamiche internazionali: “Oggi abbiamo una nuova concezione nelle relazioni internazionali. Non abbiamo alleanze stabili come in passato, quando c’erano i blocchi. Quello che abbiamo oggi sono mini-alleanze o allineamenti per obiettivi specifici. È un modo per ottenere indipendenza strategica da parte delle potenze piccole e medie”.
Nella parte conclusiva degli incontri, Matar ha lanciato un appello concreto alla delegazione: “Siamo in una specie di guerra di attrito – militare, sociale e psicologico – che sarà una lunga guerra a bassa intensità. Cosa dobbiamo fare come persone che sostengono la libertà e la giustizia? Sostenere il popolo in Palestina e Libano, aiutarli a sopravvivere e continuare la lotta, a dare loro visibilità”. Matar ha poi aggiunto: “La fama che Israele sta acquistando in tutto il mondo è quella di responsabile di una guerra che uccide bambini. Stiamo assistendo a una trasformazione nell’opinione pubblica mondiale contro Israele, e gli israeliani considerano questo un fallimento strategico. Dobbiamo preservare lo slancio su questa questione e mettere il governo israeliano e tutte le istituzioni israeliane nel mondo sotto questa pressione: siete uno Stato di genocidio”.
L’appello finale è rivolto ai popoli d’Europa: “I popoli di Francia, Italia, Spagna e altri dovrebbero fare pressione sui propri governi per avere una politica estera equilibrata in Libano, Siria e Palestina, e sostenerli contro il genocidio. Non solo per ragioni etiche, ma perché abbiamo interessi comuni” nella stabilità e nella pace nel Mediterraneo. “In conclusione, la questione di Libano, Palestina e Siria è oggi una questione europea più che mai”.
I dialoghi e gli incontri che abbiamo avuto ci hanno lasciato un compito concreto: non basta più provare indignazione e solidarietà per la Palestina e il Libano, ma bisogna fare politica, bisogna attivarsi per campagne di opinione, mobilitazioni pubbliche, boicottaggio, azioni legali e diplomatiche, per fermare quella violenza feroce e indiscriminata che il diritto internazionale chiama genocidio.
Come ci ha ricordato Nawal, sopravvissuta a Sabra e Shatila, “il crimine principale è di Israele. Non si possono negare le cose che stanno accadendo a Gaza”. La memoria di Sabra e Shatila non è solo un rituale di commemorazione, è un impegno concreto nel presente, una responsabilità morale e politica ad agire contro le ingiustizie di oggi e impedire che la storia si ripeta.
