Non ci si può voltare dall’altra parte. Non oggi, non di fronte all’immagine plastica di una democrazia rovesciata andata in scena tra le stanze dell’ONU e l’asfalto di New York. A chi è accusato di crimini contro l’umanità, a chi sta radendo al suolo Gaza nell’indifferenza dei potenti, viene spalancata la tribuna più prestigiosa del mondo. E da quel podio, di fronte alle sedie lasciate vuote dalle diplomazie che hanno avuto almeno il sussulto di alzarsi e grammaticamente andarsene, Benjamin Netanyahu sputa veleno, bollando come “codardi” e “vigliacchi” i delegati di mezza terra. È l’arroganza di chi si sente impunito grazie alla complicità e alla copertura politica della deriva autoritaria del trumpismo, che negli Stati Uniti sta smantellando pezzo per pezzo i diritti civili, la libertà di informazione e lo stato di diritto. Ma la vera notizia non sta nel teatrino del palazzo. Sta fuori. Sta a due isolati di distanza, dove la polizia di New York carica, ammanetta e trascina via chi chiede semplicemente la pace.
È la solita, spietata storia che ci trasciniamo dietro da trent’anni. È il filo nero che unisce la repressione di Genova 2001, le piazze pacifiste soffocate nel silenzio e nell’indifferenza, alle piazze americane di oggi. Ieri come oggi, il potere ha paura dei corpi che occupano la strada, delle voci che rifiutano la complicità con la guerra.
Vedere Susan Sarandon ammanettata e scortata via dagli agenti per il solo fatto di essere scesa in strada indossando una maglietta con scritto “Fund People Not Bombs” — Finanziate le persone, non le bombe — è la red flag sullo stato di salute della democrazia occidentale. Se chiedere di togliere le risorse agli arsenali per darli alla sanità e alle scuole diventa un reato d’ordine pubblico, allora significa che la repressione del dissenso è diventata sistema globale.
Quando si tenta di silenziare le piazze e di criminalizzare chi si oppone ai massacri, il compito dell’informazione è illuminare quelle piazze, garantire la scorta mediatica agli attivisti incriminati, connettere la memoria delle lotte di ieri con le resistenze di oggi. Non volgeremo lo sguardo dall’altra parte.
Perché chi tace di fronte all’ingiustizia e alle manette per chi chiede la pace, ha già scelto da che parte stare.
(Disegno: Alekos Prete)
