L’inchiesta di Antonella Napoli, le presunte pressioni sul ritiro di un esposto e la minaccia di querela da parte del sottosegretario Alfredo Mantovano. Sullo sfondo, una domanda che riguarda tutti: quanto spazio resta per un giornalismo investigativo capace di indagare anche il potere?
Ci sono vicende nelle quali il diritto di cronaca smette di essere una questione astratta e torna a essere ciò che dovrebbe essere: una delle condizioni concrete della democrazia. È il punto in cui si colloca oggi la vicenda di Antonella Napoli, giornalista, direttrice di Focus on Africa e membro dell’Ufficio di presidenza di Articolo21, da anni impegnata in inchieste e reportage sulle aree di crisi e sulle violazioni dei diritti.
Al centro c’è ancora una volta il caso dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell’autista del World Food Programme Mustapha Milambo, uccisi il 22 febbraio 2021 nella Repubblica democratica del Congo. Napoli segue la vicenda da anni e nel 2023 ha pubblicato Le verità nascoste del delitto Attanasio, mentre L’Espresso ha recentemente pubblicato una nuova inchiesta da lei firmata.
Il nuovo capitolo si apre dopo la richiesta della Procura di Roma di archiviazione del secondo filone dell’inchiesta, relativo all’agguato. Secondo quanto riferito da L’Espresso, Napoli ha ricostruito un presunto tentativo, attribuito al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, di ottenere il ritiro di un esposto contenente possibili notizie di reato sulla vicenda Attanasio. L’inchiesta giornalistica afferma di basarsi anche su documenti, comunicazioni e una fonte istituzionale.
La ricostruzione è stata però categoricamente respinta da Palazzo Chigi. Fonti della Presidenza del Consiglio hanno definito le notizie «destituite di fondamento» e hanno riferito che Mantovano si riserva di agire per vie legali nei confronti di chi diffonda quelle che considera ricostruzioni false e calunniose.
È proprio questo passaggio a rendere la vicenda particolarmente delicata per chi si occupa di libertà di stampa. La minaccia di un’azione giudiziaria, infatti, non è di per sé una prova di intimidazione: chi ritiene lesi la propria reputazione o il proprio onore ha naturalmente il diritto di tutelarsi nelle sedi previste dalla legge. Ma quando l’inchiesta riguarda l’operato di esponenti delle istituzioni e una vicenda nella quale sono ancora aperti interrogativi giudiziari, diventa essenziale che il giornalismo possa continuare a verificare, documentare e porre domande, senza che il timore delle conseguenze giudiziarie produca un effetto preventivo di autocensura.
È il tema del cosiddetto chilling effect: non soltanto impedire materialmente una pubblicazione, ma creare un clima nel quale il costo potenziale del raccontare determinate storie diventa così alto da indurre giornalisti ed editori a rinunciare prima ancora di cominciare.
Per Antonella Napoli, questa vicenda si inserisce inoltre in una storia professionale nella quale le intimidazioni non sono una novità. Nel 2019, dopo essere stata fermata dai servizi di sicurezza sudanesi mentre seguiva le rivolte nel Paese, ricevette minacce di morte riconducibili a esponenti dei Fratelli musulmani sudanesi; negli anni successivi denunciò nuove intimidazioni legate al suo lavoro.
Non è dunque soltanto una storia individuale. È una storia che interroga il sistema dell’informazione: la capacità delle redazioni di sostenere il lavoro dei cronisti quando le inchieste toccano interessi politici o istituzionali; la responsabilità degli editori; il ruolo delle fonti; il confine, sempre delicato, tra diritto di cronaca e tutela della reputazione; e soprattutto la possibilità di continuare a fare domande quando le risposte sono scomode.
Articolo21 ha già espresso solidarietà a Napoli, definendo la vicenda un nuovo episodio di pressione nei confronti della stampa. Ma la solidarietà, da sola, non basta. Occorre tornare ai fatti, verificare le fonti, distinguere ciò che è documentato da ciò che è oggetto di contestazione e lasciare che il giornalismo faccia il proprio mestiere.
Per questo abbiamo chiesto ad Antonella Napoli di ricostruire la vicenda, spiegare quali siano gli elementi alla base della sua inchiesta e raccontare che cosa significhi oggi, per una giornalista investigativa, indagare sui poteri istituzionali.
La tua inchiesta parla di un presunto tentativo di ottenere il ritiro di un esposto contenente possibili notizie di reato sul caso Attanasio. Quali sono gli elementi documentali e le testimonianze sui quali hai costruito questa ricostruzione? E come hai verificato l’attendibilità delle fonti?
Le fonti sono istituzionali, più che attendibili. Ho tutta la documentazione necessaria per provare che la mia ricostruzione è più che veritiera. Ci sono persino ulteriori elementi che mi riservo di usare in futuro. Non scrivo neanche una virgola se non ho almeno due fonti che confermano le stesse circostanze.
Hai scritto di avere visionato direttamente comunicazioni e di essere in possesso di una registrazione. Quanto è stato complesso, per te, verificare e pubblicare materiali così delicati? E quali cautele giornalistiche hai adottato prima della pubblicazione?
Dal primo momento è stato evidente che ci fossero omissioni, responsabilità e tentativi di depistaggio mirati a nascondere la verità sull’agguato del 22 febbraio del 2021.
Conoscevo Luca Attanasio, ne avevo stima e avevamo condiviso anche la stesura di un libro sul fenomeno dei bambini soldato. Ho sentito il dovere di andare fino in fondo, per lui e per le sue bambine che un giorno sapranno che c’è stato chi, come la sottoscritta, ha fatto di tutto per portare alla luce la verità.
Palazzo Chigi ha respinto la ricostruzione e ha parlato di notizie false e calunniose, riservandosi di agire per vie legali. Come rispondi a questa contestazione sul piano strettamente giornalistico?
Ho risposto attraverso il mio avvocato, sottolineando che anche noi quereliamo chi ci offende e denunciamo chi ci calunnia con querele infondate nella consapevolezza della nostra innocenza. L’articolo è basato su informazioni vere, verificate e verificabili come tutti i fatti e le verità nascoste svelate in cinque anni e mezzo di verifiche e riscontri. Le accuse di diffondere “ricostruzioni prive di fondamento” sono quindi infondate e pretestuose ed hanno il fine evidente di delegittimare il lavoro svolto dalla mia assistita quale giornalista-autrice. Fatto ancor più grave è il tentativo di intimidire coloro che volessero riprendere le notizie anticipate dalla Napoli riservandosi “di adire le vie legali nei confronti di chiunque contribuisca alla diffusione di tali ricostruzioni false e calunniose.
La minaccia di querela arriva dopo un’inchiesta che riguarda direttamente l’operato di un esponente di vertice del governo. Quanto può incidere, secondo te, una prospettiva di questo tipo sul lavoro di un giornalista e, più in generale, sulla propensione delle redazioni a pubblicare inchieste che coinvolgono il potere?
Se, come nel mio caso, si è in possesso di testimonianze e registrazioni che provano la consistenza di un’inchiesta di questa portata non c’è testata degna di questo nome che non la pubblicherebbe. Certo, quando si va a toccare “certi poteri” non è scontato che un editore dia il via libera. Nei miei confronti è prevalsa la fiducia nel mio operato e la collaborazione di lungo corso. In sette anni mai avuto problemi, neanche quando mi sono occupata di criminalità organizzata.
C’è un punto particolarmente delicato: la richiesta di archiviazione del secondo filone dell’inchiesta giudiziaria sul caso Attanasio arriva nelle stesse settimane in cui la tua inchiesta ricostruisce presunte pressioni istituzionali sull’esposto…
Con la mia inchiesta ho ricostruito fatti che resteranno come “verità storica” e che hanno portato alla luce notizie e documenti che si voleva oscurare. Senza nessun intento calunnioso. Solo vicende documentate, fatti oggettivi ed indiscutibili.
Segui il caso Attanasio da anni e hai dedicato alla vicenda anche un libro. Che cosa ti ha spinto a non considerare chiusa questa storia, nonostante il tempo trascorso e le difficoltà investigative?
Dal primo momento è stato evidente che ci fossero omissioni, responsabilità e tentativi di depistaggio mirati a nascondere la verità sull’agguato del 22 febbraio del 2021.
Conoscevo Luca Attanasio, ne avevo stima e avevamo condiviso anche la stesura di un libro sul fenomeno dei bambini soldato. Ho sentito il dovere di andare fino in fondo, per lui e per le sue bambine che un giorno sapranno che c’è stato chi, come la sottoscritta, ha fatto di tutto per portare alla luce la verità.
Nel tuo lavoro hai raccontato per anni conflitti, autoritarismi, persecuzioni e minacce alla libertà di stampa. Hai anche vissuto personalmente intimidazioni e minacce in relazione alle tue inchieste sul Sudan. Che cosa cambia quando la pressione arriva non da un regime straniero, ma dal confronto con un esponente delle istituzioni del proprio Paese?
In 35 anni di mestiere non mi sono mai lasciata imbavagliare. Non sono mai arretrata neanche davanti alle intimidazioni e alle minacce. Nemmeno dei camorristi e degli estremisti islamici.
Ogni parola di quest’ultimo articolo, come di ogni altro della mia inchiesta sul delitto Attanasio, è sostenuto da prove indiscutibili. Non permetto quindi a nessuno di tentare di delegittimare il mio lavoro. A nessuno. Con buona pace del sottosegretario alla Presidenza del consiglio e di tutti coloro che non vogliono la verità sull’uccisione dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell’autista del World Food Program Mustapha Milambo.
Mi spiace vedere che gran parte dei media italiani subisce i ricatti di Palazzo Chigi.
Un fatto grave come quello da me documentato avrebbe portato alle dimissioni di un esponente delle istituzioni credibile. Tra l’altro, un ex magistrato che chiede di interrompere un’azione penale obbligatoria.
Esiste oggi, in Italia, un problema specifico di protezione del giornalismo investigativo? E quanto pesa il ricorso alle azioni giudiziarie o alla minaccia di azioni giudiziarie nel produrre autocensura?
Assolutamente. Non è questione che riguarda solo me, ma il giornalismo investigativo. Quello più scomodo. Credo che sia arrivato il momento di dire in modo chiaro cosa sta avvenendo: si sta sistematicamente tentando di imbavagliare e delegittimare sistematicamente il lavoro dei giornalisti, soprattutto quelli di inchiesta.
La tua vicenda arriva in un momento nel quale il rapporto tra politica, magistratura e informazione è particolarmente esposto. Quale dovrebbe essere, secondo te, il confine tra il legittimo diritto delle istituzioni di contestare una ricostruzione giornalistica e l’esigenza di non esercitare una pressione capace di condizionare il lavoro dei media?
Il tema delle querele temerarie – azioni giudiziarie strategiche contro la partecipazione pubblica (SLAPP, Strategic Lawsuits Against Public Participation) rappresenta il nodo centrale della pressione esercitata da potere politico ed economico sul lavoro d’inchiesta. Il confine tra contestazione legittima e condizionamento indebito si traccia analizzando l’impatto economico e sistemico di questi strumenti legali.
Lo testimoniano i dati del rapporto CASE sulle querele temerarie che evidenziano come la minaccia giudiziaria sia utilizzata in modo sistematico per inibire la libertà d’informazione sia diffusa al punto in Italia che la attesta al primo posto in Europa.
Infine, torniamo alla domanda più semplice e più difficile: dopo cinque anni e mezzo, che cosa dovrebbe ancora fare il giornalismo italiano sul caso Attanasio? E che cosa chiedi oggi alle redazioni, alle istituzioni e alle colleghe e ai colleghi che stanno guardando questa vicenda?
Siano in una fase cruciale. A cinque anni e mezzo dalla tragedia di Goma, l’inchiesta sul delitto dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell’autista Mustapha Milambo si trova a uno snodo drammatico. Tra la richiesta di archiviazione della Procura di Roma e il tentativo di silenziare ricostruzioni basate su fatti verificati attraverso la minaccia di azioni giudiziarie. Il rischio che su questo caso cali il sipario è più concreto che mai.
Ritengo che un giornalismo fedele al suo scopo non possa considerare chiusa questa storia, facendosi carico di un impegno preciso: continuare a cercare la verità o sostenendo chi non ha mai smesso di cercarla.
