Ricordare Berlinguer oggi è come affondare una sottile lama in una profonda ferita. Ti guardi intorno sconsolato, intravedi solo pochissimi intellettuali e politici in qualche modo paragonabili, poi devi fare i conti con i Giuli, i Sangiuliano, i Valditara e lunga compagnia . Il ricordo rischia di collocare staticamente nel suo tempo una figura di grande valore come quella del segretario, per soli dodici anni, del maggior partito comunista dell’occidente. Ti assale la nostalgia. Ma serve? Si può evitarla o superarla in qualche modo perché le sue analisi, le sue riflessioni possano tradursi in lezioni validissime ancor oggi? Una delle strade seguite dalla Fondazione Belinguer è quella di far conoscere, soprattutto alle giovani generazioni, l’ampiezza e la grandezza degli interventi di
Berlinguer, non solo su questioni internazionali, sulla pace, sull’economia, sul sociale, ma anche sulla cultura, dalle arti alla letteratura. L’ultima, in ordine di tempo, delle pubblicazioni a lui dedicate, il ‘quaderno’ n. 5, è stato presentato ieri a Cagliari, realizzato da dodici autori che si sono occupati di teatro, musica, cinema, arti visive, letteratura e linguaggio, quest’ultimo, in particolare collegandolo alla vicenda storico-politica del ‘compromesso storico’. Tutto in un agile volumetto di 145 pagine, edito da Isolapalma con il prezzo di copertina di soli 10 euro. Nessuna chiusura, grande apertura, disponibilità al confronto, questi gli elementi fondanti del rapporto che il Pci, secondo il nuovo segretario, avrebbe dovuto avere con il mondo delle politiche culturali. Una vera ‘rivoluzione copernicana’, l’ha definita Vincenzo Vita nel suo intervento. Un partito pronto ad aprirsi al nuovo, come ad esempio per la musica che venne affidata a quel grande autore contemporaneo che fu Luigi Nono. E sulla disponibilità di Berlinguer ad ascoltare, a capire, anche le grandi trasformazioni che stavano avvenendo nel mondo del cinema, Antonello Zanda ha
ricordato che mai parole di scomunica vennero pronunciate neppure quando film come ‘Todo Modo’ di Elio Petri, o ‘Cadaveri eccellenti’ di Francesco Rosi sembravano voler criticare aspramente l’apertura del Pci verso la Dc. Questo perché Berlinguer era profondamente convinto della necessità che la cultura fosse completamente autonoma da qualunque legame con i partiti politici. Cultura come liberazione, anche per la politica. Convinzioni che Berlinguer espresse apertamente nell’ultimo grande intervento sul tema che tenne a Mantova nell’83, un anno prima della morte. Un discorso intenso, profetico, di grandissima attualità. In tempi grigio-neri quali quelli che stiamo vivendo in Italia e nel mondo rischia di diventare disperante il sogno che qualcuno possa raccogliere l’eredità di quegli insegnamenti, di quelle lezioni. Ma non sarà sempre così e la Fondazione Berlinguer fa benissimo a mantenere viva quella memoria. Colpevolmente abbandonata negli anni successivi, ma di cui oggi si sente necessaria, in maniera impellente, la riproposizione.
