Emfa, la grande incompiuta

La bambina del miracolo. Annamaria, la donna che non stava mai dentro una sola vita

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La bambina del miracolo. Storia della mia mamma geniale di Myrta Merlino, pubblicato da La Nave di Teseo è un libro che, raccontando una persona, finisce per raccontare un’intera famiglia, una città, un’epoca. Perché Annamaria Palermo non è soltanto la madre di Myrta. È una figura che sembra eccedere continuamente i confini della biografia privata, sino a diventare il punto di intersezione fra la Napoli del dopoguerra, il femminismo, il Sessantotto, l’Accademia, la politica culturale, la Cina, i viaggi e quella irrequieta idea di libertà che per alcune donne del Novecento è stata insieme conquista e condanna.

Leggere questo libro, per me, ha avuto anche un’altra dimensione: Annamaria era mia zia.

E dunque queste pagine hanno spalancato una porta che conoscevo bene, quella della mitologica casa di via dei Mille 61, a Napoli, dove la borghesia colta e cosmopolita della città incontrava eccentricità, intelligenze fuori misura, donne eleganti e uomini incapaci di rispettare le convenzioni. Una casa nella quale poteva capitare che il genio matematico Renato Caccioppoli arrivasse in pigiama e pantofole, che gli algoritmi finissero scritti sui pezzi di carta igienica e che, nello stesso tempo, una giovane Annamaria giocasse ancora alla ragazzina per bene, fra la governante inglese Miss Forthy e tantissimi romanzi di formazione.

È una delle magie del libro: la bambina del miracolo cresce, ma non smette mai del tutto di esserlo.

Annamaria Palermo aveva una fame di vita difficile da contenere. Voleva tutto: il sapere, l’amore, il viaggio, la maternità, il mondo, le passioni. E soprattutto voleva attraversarlo, quel mondo, non limitarsi a osservarlo. Fu professoressa all’Università Orientale di Napoli, studiosa della Cina, direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura a Pechino; la Cina non fu per lei una parentesi esotica, ma un territorio di conoscenza, di lavoro, di passione intellettuale. Un luogo che aveva studiato e cercato di comprendere quando era ancora, per molti, un altrove quasi inaccessibile.

E in questo libro ci sono Pechino e Napoli, ma anche New York, gli aeroporti, le telefonate intercontinentali, le partenze e i ritorni. C’è il grande “altrove” che attraversa la famiglia come una corrente elettrica: Annamaria parte, torna, riparte. Vive il mondo con una voracità che ha qualcosa di eroico e qualcosa di spietato.

Perché ogni libertà ha un prezzo. E quello pagato dai figli di Annamaria è soprattutto il costo dell’assenza. Mentre gli altri bambini trovano le madri ad aspettarli fuori dalla scuola, Myrta, Pietro e Giulia aspettano telefonate intercontinentali, una voce dall’altra parte del mondo, una madre che appare loro contemporaneamente straordinaria e terribile. Una madre che amano e dalla quale, inevitabilmente, sono stati anche feriti.

È forse qui che il libro diventa più interessante: perché Myrta non costruisce un santino. Non trasforma la propria madre in un’eroina femminista senza ombre. Tiene insieme ammirazione e dolore, gratitudine e rimprovero, incanto e mancanza. E soprattutto lascia che una donna vera possa essere contraddittoria.

Annamaria era libera, ma la libertà non è mai una parola innocente quando viene pronunciata da una madre. Negli anni del femminismo la vediamo trascinare Myrta alle manifestazioni, con il viso dipinto e i fiori nei capelli. Una scena che per me ha un’eco familiare potentissima, perché qualcosa di simile accadeva con mio padre: anche io sono stata portata sulle spalle, piccolissima, alle manifestazioni e le mie prime canzoni sono state Avanti popolo e Fischia il vento e quelle parole allora sembravano appartenere naturalmente al paesaggio dell’infanzia.

Le nostre famiglie si sono incrociate molte volte, molto prima che noi potessimo comprenderlo.

Nel libro ritrovo la grande casa di Cesa, la campagna, il maggiordomo Graziano, la villa Palermo a Scanno, i rami dell’albero genealogico che si intrecciano a partire dalla nostra comune bisnonna, Eleonora de Marinis de Tilla, la “latifondista”, e quella strana forma di ereditarietà che non passa soltanto da nomi e cognomi, dagli occhi di un verde chiaro che per anni non mi sono spiegata, dalle dita delle mani affusolate come spilloni, ma anche e soprattutto dagli oggetti, dalle fotografie, dai racconti, dai gesti e da quella “fame da lupo, ancestrale” di tutte le donne della famiglia, un clan al femminile tanto coeso quanto austero, forgiato da una solidarietà protofemminista che ricorda quelle delle società matriarcali prepagane.

Persino gli anelli che oggi ci ritroviamo alle dita, io, Myrta e le altre nipoti, sono frammenti materiali di quella incredibile storia. Una storia certamente privilegiata, e il libro non cancella questo privilegio. Ma il privilegio non mette al riparo dal dolore. La famiglia De Tilla e quella Palermo hanno conosciuto lutti, perdite premature, ferite profonde. La guerra ha lasciato le sue tracce. E la morte dei nonni di Myrta, Giulio e Giulia, fu così anticipata e dolorosa che mia nonna Eleonora, per tutti Dinora, finì per diventare la nonna di Myrta appena nata.

Così le famiglie si ricompongono dopo le fratture. Si passano bambini, oggetti, case, nomi, fotografie. E soprattutto si passano le storie.

Mio padre, Paolo De Nardis, quelle storie le porta ancora nello sguardo. Le racconta con occhi lucidi, ma anche con una precisione quasi cinematografica. C’è Giulio Palermo alla guida della sua Balilla. C’è Giulia elegantissima allo chalet Margherita. C’è poi mio padre bambino nel girello, con i genitori Mario e Dinora, una granita al limone che gli viene negata perché “troppo piccolo”. Gli fanno assaggiare un cucchiaino e gli promettono che il resto sarà portato al fratellino appena nato. Naturalmente una scusa vissuta come piccola crudeltà infantile, una di quelle precauzioni affettive che nelle famiglie diventano, a distanza di decenni, leggenda.

È questo che accade nel libro di Myrta: la memoria privata diventa materia narrativa.

E dentro quella memoria c’è Annamaria, con il suo amore capriccioso e straripante, con la sua capacità di rovesciare addosso agli altri tutta la propria energia, la propria curiosità, la propria fame. Una donna che sembrava incapace di vivere a metà.

Anche quando la vita diventava troppo.

Anche quando l’amore diventava troppo.

Anche quando il dolore diventava troppo.

Forse per questo il ricordo di Annamaria non è mai davvero quieto.

Per me è soprattutto la villa tra i monti di Scanno, i papaveri rossi enormi da lei dipinti sull’armadio della sua camera da letto, l’odore dello zabaione al mattino e del latte e menta il pomeriggio, l’amaca tra i due alberi di visciole, il suono della sua chitarra e le canzoni in inglese, francese, spagnolo, i nomi dei figli in ideogrammi cinesi sulle minuscole sedie di legno in giardino. E poi i tuffi temerari nel suo lago, unico specchio d’acqua dolce a cui si concesse mai perché nulla poteva competere con il mare di Capri.

La rivedo a un festival di Venezia con le sue amiche del cuore a cui mi presentava con quella sua energia inconfondibile: “Questa è la mia nipotina, giovanissima e in gambissima, che fa la giornalista da quando era piccola”. Lo diceva con orgoglio, con una luce negli occhi bistrati di kajal nero e matita verde che ancora oggi riesco a vedere.

E poi c’è il suo profumo. Opium di Yves Saint Laurent. Annamaria era anche questo: una scia che rimaneva. Ancora oggi, quando sento quel sentore speziato, mi giro istintivamente. Per una frazione di secondo penso che sia lì, dietro di me. Che stia per comparire con la sua voce inconfondibile, pastosa e graffiante, con il suo passo calzato da sandali con tacco e piume, con una delle sue improvvise irruzioni nella stanza. È forse questa la vera eredità delle persone che hanno vissuto tanto, tanto, tanto. Ci lasciano la loro presenza.

Myrta scrive di una donna “del secolo scorso e senza tempo”, di un’eterna ragazza, di un’intellettuale, di una sovversiva, di una donna libera e inafferrabile. E queste parole mi sembrano capaci di restituire la sua natura più profonda: Annamaria apparteneva pienamente al Novecento, con le sue ideologie, le sue utopie, le sue contraddizioni, ma nello stesso tempo sembrava sempre proiettata oltre il proprio tempo.

Passato, presente, futuro: tutto poteva stare dentro una sola vita, perché quella vita rifiutava ostinatamente di essere piccola, ordinaria, asfittica.

La bambina del miracolo è dunque il racconto di una madre, ma è anche un libro sulla memoria e sulla sua natura necessariamente imperfetta. Perché ogni figlia, quando racconta la propria madre, non racconta soltanto ciò che è stato: racconta ciò che ha ricevuto, ciò che ha perduto, ciò che ha continuato a cercare. E nel farlo prova, forse, a comprendere una persona che per tutta la vita è stata impossibile da comprendere fino in fondo.

Annamaria non c’è più. Eppure continua a partire. Continua a tornare. Continua a parlare e a raccontarsi dentro le figlie, dentro i nipoti, dentro le stanze della famiglia.

E continua a nuotare in ogni onda con la sua risacca, a camminare nell’aria, ogni volta che qualcuno spruzza qualche goccia di Opium e, per un istante, si volta con la certezza che lei sia appena passata


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