Per promuovere una riforma della Giustizia ci voleva (forse, anche) un Ministero della Giustizia in forma. E quello che abbiamo in questo momento non lo è. Anzi appare una struttura “terremotata”, certamente troppo debole per sponsorizzare una qualsivoglia modifica migliorativa del sistema, ancorché la legge appena bloccata col referendum non lo fosse affatto. Questo Ministero è lo stesso che deve gestire una situazione da collasso delle carceri italiane, dove si registrano oltre 50 suicidi all’anno, dove a cadenza mensile si scoprono casi di torture e maltrattamenti e il tasso di sovraffollamento (pari al 139%, fonte Sole24Ore) continua a crescere. In un simile contesto il soggetto responsabile, ossia il Ministero tramite il Dipartimento, avrebbe l’onere e dovrebbe sentire la responsabilità di cercare una soluzione qualunque essa sia. Creare nuovi istituti o utilizzare beni immobili esistenti o depenalizzare, qualunque scelta politica va bene pur di superare quella che è una condizione del tutto avulsa dalla normalità, in un sistema, il nostro, che punta alla riabilitazione e integrazione di chi ha sbagliato. In fondo, il fine ultimo del vero garantismo.
Lo stesso Ministero può contare su un sottosegretario, l’avvocato e deputato Andrea Del Mastro, che è, a quanto sembra l’unico cittadino italiano a non sapere che il riciclaggio di denaro della criminalità organizzata avviene attraverso dei prestanome e infatti con una giovanissima imprenditrice ha avuto rapporti societari; lei era incensurata, il padre invece è introneo al clan Senese, il più potente della capitale.
E sempre il Ministero di via Arenula ha un titolare, Carlo Nordio, che ha consentito che un criminale colpito da ordine di cattura internazionale per crimini violenti anche su bambini, fosse accompagnato nel suo Paese (la Libia) con l’aereo di Stato della Repubblica Italiana; la vicenda è stata poi ricostruita in Parlamento, al quale Nordio ha riferito una sequenza che non risulta rispondere al vero.
Per il medesimo caso del generale Almasri la capo di gabinetto del Ministro della Giustizia, ossia Giusi Bartolozzi, è indagata per false informazioni al pubblico ministero della Procura di Roma che ha, appunto, aperto un fascicolo sulla figa di Stato dell’ufficiale ricercato.
Delmastro e Bartolozzi si sono dimessi. Il primo per la sua improvvida (solo improvvida?) scelta di entrare in società con la figlia diciottenne di Mauro Caroccia, prestanome del clan Senese. La seconda per aver contribuito ad affossare il sì con quella sua frase sui giudici parificati ad un plotone di esecuzione.
Ma forse è persino un dato irrilevante nell’insieme dei tasselli che compongono la disastrosa condizione del Ministero della Giustizia, cui spetterebbe anche qualche azione più o meno basica per far funzionare meglio la macchina complessiva della giustizia in Italia.
Ad ogni modo, poteva un Ministero in queste condizioni sostenere, promuovere, portare a casa con successo una riforma della Giustizia? No.
